Felice Beato, l'italiano che fotografò il Giappone dell'800 a colori

Felice Beato, l'italiano che fotografò il Giappone dell'800 a colori

A lungo, la diceria ha impedito di stabilire se Felice Beato, uno fra i primi fotografi di guerra, e fra i più grandi fotografi dell’800 in generale, fosse italiano, greco o inglese.

Oggi si sa che Felice Beato, un imprenditore esuberante, vagabondo e di alterna fortuna, nacque a Venezia nel 1832, passò l’infanzia a Corfùprotettorato inglese dalla morte di Napoleoneper poi trasferirsi con la famiglia a Costantinopoli nel 1844.

Trascorso un periodo di apprendistato alla professione di incisore, passò alla fotografia. La carriera iniziò nel 1856 con un viaggio per riprendere la Guerra di Crimea, il primo grande conflitto di cui si abbia documentazione fotografica. In particolare, al seguito degli inglesi Roger Fenton e James Robertson, Felice Beato fotografò la Battaglia di Balaklava.

I mille viaggi di Felice Beato

Viaggiò poi in Egitto, Grecia, Palestina. Dando inizio nel 1858 a un quarantennio di vagabondaggi che di fatto seguirono l’espansione dell’Impero Britannico in Oriente. Ciò significava, per un pioniere della fotografia commerciale, approfittare della graduale apertura all’Occidente dei mercati orientali.

Fra i primissimi reporter di guerra, Felice Beato fotografò le rivolte indiane del 1857 contro la Compagnia delle Indie Orientali. E la cosiddetta Seconda Guerra dell’Oppio, il cui esito introdusse—con la cessione di Hong Kong alla Gran Bretagna—l’imperialismo europeo in Cina. Beato fu anche testimone di frizioni di minor portata, come la spedizione statunitense in Corea del 1871, tentativo fallito di porre fine all’isolazionismo commerciale coreano.

Più tardi nella sua vita, Felice Beato si stabilirà anche a Burma (l’attuale Myanmar, o “Birmania”). Il Signor Beato—ricordò un ufficiale ingleseera una celebrità in Birmania e portava con sé la leggenda delle sue stesse avventure. “Erano pochi i paesi in cui non era stato. Era arrivato a Mandalay con un socio e appena dieci pounds. Fece molti soldi, prima con la fotografia, poi in altri modi”. Prima di trasferirsi a Burma, però, Felice Beato aveva trascorso molti anni in Giappone. Da lì provengono le sue foto più famose.

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Felice Beato, Bronze Statue of Dai-Bouts, Kamakura, Japan, 1863

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Il Giappone dell’800 nelle foto di Felice Beato

Beato sbarcò a Yokohama nel 1863. Poco tempo dopo, la Rivoluzione Meiji avrebbe abolito le pratiche feudali, e la restaurazione del potere imperiale avrebbe avviato la modernizzazione del Giappone. Dopo il 1868 le stampe ukiyo-e di Hokusai e Kuniyoshi sarebbero arrivate in Europa, ammirate da Debussy e Van Gogh, mentre la fotografia commerciale si sarebbe diffusa in Giappone.

A Osaka, Kyoto, Nagasaki, Felice Beato fotografò panorami, luoghi consacrati, usi locali, costumi tradizionali. Nonché le ultime sopravvivenze del Giappone feudale. Il suo pubblico? Principalmente turisti, espatriati, collezionisti di souvenir, e lettori europei di cronache di viaggio.

Beato era in fondo un avventuriero. Aprì il primo studio fotografico in Giappone insieme a Charles Wirgman. Riuscì spesso a escogitare stratagemmi per immortalare luoghi proibiti e sorvegliati. Un giorno scampò per un soffio a un agguato di alcuni rōnin. Ma era soprattutto un imprenditore creativo.

Fotografie colorate a mano: la Scuola di Yokohama

Infatti, dopo aver avviato uno studio in proprio nel 1868, iniziò a produrre moltissimi ritratti che documentavano la vita locale. Erano foto stampate su carta all’albumina e poi colorate a mano. La colorazione era eseguita da artigiani locali, che avevano insegnato a Beato la tecnica usata in Giappone per decorare stampe e tessuti.

In quello stesso periodo, poi, Beato raccolse le sue foto colorate per comporre il primo album fotografico posto in vendita in Giappone. È conosciuto come The Japanese Album.

“Photographic Views of Japan with Historical and Descriptive Notes”, questo il titolo completo dell’album, era diviso in due sezioni. La prima, costituita da fotografie panoramiche e intitolata “Views of Japan”. La seconda e più interessante invece, intitolata “Native Types”, era dedicata a ritratti dei membri di diversi strati sociali.

Le foto colorate a mano divennero praticamente un prodotto d’esportazione dell’artigianato giapponese, fortunato lungo tutto il periodo Meiji. Le “botteghe” devote a questa tecnica sono oggi raggruppate dagli studiosi sotto l’etichetta “Scuola di Yokohama”. Un altro italiano della stessa “scuola” è il vicentino Adolfo Fasari (1841-1893), che ereditò lo studio di Felice Beato, da questi ceduto nel 1877.

In quest’articolo del Guardian puoi vedere altre fotografie giapponesi di Felice Beato. Su Wikipedia e sul sito della New York Public Library ne trovi molte altre, non colorate e scattate altrove. Due libri per conoscere meglio la fotografia di Felice Beato e la “Scuola di Yokohama”: Lost Japan di Rossella Menegazzo è molto bello, anche se costoso. Mentre Felice Beato, a photographer on the Eastern Road è un volume completo sull’opera del fotografo (con un centinaio di stampe) che puoi scaricare gratuitamente in PDF dalla Libreria Virtuale del Getty Museum.

Immagini: Copertina via WikimediaCommons