Ci possiamo veramente fidare delle nostre prime impressioni?

Ci possiamo veramente fidare delle nostre prime impressioni?

La letteratura e il cinema sono pieni di personaggi che capiscono tutto al volo. Persone intelligentissime, che con un primo sguardo—con le loro prime impressioni—riescono a comprendere tutto di una persona. Basti pensare a Sherlock Holmes, o al personaggio di Rust Cohle in True Detective. A cui non servono “più di 10 minuti per capire se una persona sta mentendo”.

Anche nella vita reale a molti piace pensare di poter capire una persona dalle prime impressioni. Ci piace credere che l’intuito sia più efficace dell’esperienza. E che sia possibile capire con una rapida chiacchierata se chi abbiamo di fronte è intelligente o stupido. Se è coraggioso o è un vigliacco. “Ho capito com’è fatto dal primo sguardo,” è una frase stereotipata che sentiamo spesso. Ma ci possiamo veramente fidare delle nostre prime impressioni?

Un campo di grande interesse

Quello che alcuni psicologi definiscono “intuito sociale” è sempre stato molto studiato in psicologia. Agli psicologi sociali è sempre interessato capire come si formano le prime impressioni. Cosa le scatena, come ci convincono, e se effettivamente funzionano o sono solo una suggestione.

Per questo nel corso del tempo le ricerche e le teorie in merito si sono affastellate fra di loro. Comprovando o negando di continuo la bontà di queste famose “prime impressioni”. Dalle ricerche di Henry F. Adams sull’accuratezza nei giudizi, fino all’Ipotesi di Asch, passando per il modello algebrico di Anderson, e infine alle recenti ricerche sui campi di competenza.

Quanto sono accurati i nostri giudizi?

Uno dei primi tentativi di identificare la bontà di un buon “giudice sociale” è stato pubblicato dallo psicologo statunitense Henry F. Adams nel 1927.

Adams formò otto squadre di 10 giovani donne di cui aveva analizzato le caratteristiche durante studi approfonditi. E chiese loro di valutare le rispettive personalità dopo aver svolto dei brevi colloqui fra di loro. Dopo aver compilato i profili delle altre ragazze, ognuna doveva anche descrivere la propria personalità.

I risultati analizzati da Adams mostravano allo psicologo che le persone che si descrivevano come particolarmente dotate nel capire gli altri di primo acchito, ottenevano risultati modesti nella reale capacità di individuare la personalità altrui. E si basavano spesso su stereotipi banali.

Le ragazze—poche— che si erano mostrate più accurate nel valutare la personalità, invece, non avevano espresso molto entusiasmo per questo loro dono. Non pensavano di averlo. Ma stando agli studi di Adams erano anche le persone che tendevano a valutare gli altri in base alla loro “utilità”. Ovvero che avevano una visione utilitaristica della vita sociale.

Gli studi di Adams in seguito vennero tacciati di imprecisioni e metodi primitivi. Ma l’idea secondo cui le prime impressioni che abbiamo siano basate più dei costrutti sociali di partenza, e non sull’intuito, rimase.

Il modello configurazionale di Asch

Negli anni Cinquanta lo psicologo polacco Solomon Asch formulò—tramite alcuni famosi esperimenti cognitivi—un modello per analizzare le impressioni sociali sulla personalità. Secondo Asch, infatti—che proveniva dalla scuola della Gestalt, e quindi tendeva a vedere nell’insieme un valore superiore alla somma dei singoli aspetti—le persone sviluppano le loro opinioni sugli altri in base a “unità psicologiche“.

In pratica secondo lo psicologo le persone tenderebbero a cercare di trovare una congruenza specifica e unificante a tutte le informazioni che gli altri forniscono. Creando poi un modello di personalità in base a delle caratteristiche principali. Per poi seguire strettamente quel modello nel giudizio che segue nel tempo.

Stando a questa ipotesi, quindi, i tratti percepiti per primi—e secondo noi “più salienti“—saranno quelli su cui ci concentreremo maggiormente anche in seguito. Non importa quante informazioni contraddittorie riceviamo nel corso del tempo: saremo comunque portati a cercare una congruenza di personalità nell’altro, che si rifà a quell’iniziale modello. E ogni volta che si ripresenteranno delle informazioni congruenti, invece, tenderemo a pensare di aver avuto delle prime impressioni accurate.

Il modello algebrico di Anderson

In opposizione alle teorie di Asch, si posizionano invece quelle dello psicologo sociale americano Anderson. Che nel 1968 formulò un vero e proprio modello algebrico per studiare e valutare le prime impressioni. Secondo lo psicologo, le prime impressioni sono dovute a una somma algebrica delle informazioni. E non a una visione di “insieme” costruita con delle linee guida preponderanti.

Stando al modello di Anderson, noi tendiamo a percepire negativamente o positivamente gli altri in base alla somma algebrica degli input che riceviamo. Ad esempio: se una persona si mostra a nostro giudizio intelligente gli diamo un +1, però se la riteniamo anche distaccata in modo freddo le diamo un -1. Se a queste informazioni sommiamo algebricamente il fatto che questa persona si è presentata in ritardo, aggiungiamo un ulteriore -1. E quindi la somma delle informazioni ci offrirà un’opinione negativa.

Gli studi recenti

Come abbiamo visto gli studi in merito alle prime impressioni sono svariati, e si contrastano fra loro. Ma ognuno di essi parte da un concetto basilare: le prime impressioni sono basate su dei modelli comportamentali. Non sono, quindi, frutto di un talento particolare per la comprensione sociale. Fidarsi delle prima impressioni, quindi, spesso è sbagliato.

Ma un recente studio condotto da alcuni ricercatori statunitensi—Katherine H. Rogers e Jeremy Biesanz—sembrerebbe confermare l’esistenza di specifici indicatori sociali che alcune persone possono riconoscere.

In pratica l’assunto di partenza dei ricercatori non è tanto che esistono persone in grado di capire gli altri, ma al contrario che ci sono persone che tendono a offrire informazioni maggiori e più efficaci sulla propria personalità. Se è vero che non esistono persone le cui prime impressioni sono infallibili, secondo lo studio longitudinale di Rogers e Biesanz esistono persone che comunicano più facilmente chi sono fin dall’inizio.

Queste informazioni però, sebbene più semplici e numerose, non sono sempre leggibili dagli altri. Per riconoscerle, le persone devono avere una certa esperienza nell’ambiente in cui avviene l’interazione sociale.

Facciamo un esempio. Secondo quanto ipotizzato da Rogers e Biesanz, se a un colloquio di lavoro per un ruolo di maestra elementare si presenta una persona con una propensione a comunicare indirettamente informazioni sulla propria personalità, le maestre più anziane ed esperte saranno più portate a riceverle e interpretarle correttamente.

Per approfondire

Per una lettura più esaustiva di queste teorie, e su molte altre, in merito ti consigliamo il libro I gruppi sociali. A cura di Giuseppina Speltini e Augusto Palmonari.

Immagini: Copertina