Da Omero a Platone, il filosofo Galimberti ci racconta i miti greci sull'Anima

Da Omero a Platone, il filosofo Galimberti ci racconta i miti greci sull'Anima

L’anima è un concetto che ha attraversato i secoli tra mondo classico e mondo cristiano, tra religione, scienza e psicologia. Fin dall’antichità, non c’è popolo presso cui non si trovi la nozione di un “elemento che anima il corpo” ma l’elaborazione più complessa del concetto di anima come soffio vitale, nasce con Omero e viene sviluppato dalla filosofica greca. Per esempio dalla tradizione orfico-pitagorica deriva il principio della sopravvivenza dell’anima al corpo e il passaggio dall’uno all’altro corpo in rinnovate esistenze. Una sorta di reincarnazione che ritroviamo anche nelle filosofie orientali. Queste credenze sono affermate e approfondite da Platone, che ha collegato il tema dell’immortalità dell’anima con quello della conoscenza. Infine nell’epoca contemporanea, l’anima si lega indissolubilmente alla psicologia e all’indagine sul complesso mondo interiore umano.

In un video pubblicato qualche tempo fa, che puoi vedere qui in basso, il filosofo Umberto Galimberti si interroga proprio sul concetto di Anima e Psiche secondo Omero, Platone e i miti greci. L’uomo è composto di Anima e Corpo, secondo il sentire condiviso. Ma questa impostazione è vera? E come si è giunti a questa concezione dell’uomo?

La parola Psiche deriva dal greco antico e significa “respirare, soffiare” e si riconduce all’idea del soffio, cioè del respiro vitale. Per i Greci designava l’anima in quanto originariamente identificata con quel respiro; la storia del concetto di psiche viene quindi a coincidere con quella del concetto di anima. Nella psicologia moderna (e anche nell’uso comune) la psiche è intesa come il complesso delle funzioni e dei processi che danno all’individuo esperienza di sé e del mondo e che ne informano il comportamento.

La parola psiche la troviamo già in Omero e significa appunto “respiro, respirare”. Il corpo (per i greci “soma“) è unicamente il cadavere. Il corpo vivo per Omero è membra e gesti, braccia, gambe, diaframma… Quando per esempio Ulisse va nell’Ade e incontra l’ombra di sua madre, Omero dice che cerca di abbracciarla ma per tre volte quest’ombra gli trasvola tra le braccia perché i morti non hanno più nè ossa, nè nervi, nè muscoli. L’uomo è solo corpo vivente, non è anima. Il corpo non ha bisogno di psiche per Omero. La parola psiche arriva dagli Orfici, un movimento religioso dell’antica Grecia, che ritengono il corpo una prigione dell’anima. L’anima è un principio divino. L’Anima è agile, si muove e deve essere liberata dal corpo. Per raggiungere questa dimensione bisogna sottoporre il corpo a digiuni, penitenze e mortificazioni del corpo. Questa concezione orfica è ripresa da Platone: il corpo per Platone è la tomba dell’anima.

Per gli antichi greci che chiamavano l’uomo il “mortale” e le ipotesi di sopravvivenza ultraterrena “cieche speranze (typhlas elpidas)”, non c’era un’anima dentro il corpo. Per Omero l’anima è l’occhio che vede, l’orecchio che sente, il cuore che batte, il corpo vivente insomma, che è diverso dal corpo perché è espressivo e non rappresentativo di un teatro che si svolge alle sue spalle, nell’anima appunto.

Platone e il mito di Er ne La Repubblica

Secondo Platone l’anima dell’uomo è immortale e incorporea come racconta nel famoso Mito di  Er contenuto ne La Repubblica. Er, eroe morto in battaglia, racconta che la sua anima si era messa in cammino con molte altre fino a raggiungere un luogo divino dove i giudici delle anime emettevano sentenze. I giusti e gli ingiusti venivano assegnati a due voragini diverse, la prima che portava verso il cielo, la seconda verso la terra. Nelle due voragini, terreste e celeste, le anime restavano mille anni, duranti i quali i giusti venivano ricompensati, gli ingiusti invece sottoposti a castighi ed espiazioni. Dopo questo periodo le anime dovevano reincarnarsi e tornare alla vita mortale. Ognuna di esse era portata a scegliere il proprio Daimon ovvero la propria sorte, il modello di esistenza che sarebbe andata a condurre e accadeva che le anime scegliessero in base alle esperienze della vita passata. Er vide l’anima delleroe Agamennone scegliere il corpo di un’aquila a causa dell’ostilità verso il genere umano che aveva imparato a provare in vita con le sofferenze patite. Ulisse invece, stanco dei lunghi travagli dei suoi viaggi, sceglieva invece la vita tranquilla di un normale individuo. Le anime venivano quindi condotte al fiume Lete, il fiume dell’Oblio a berne l’acqua che faceva dimenticare. Lì sulla riva si addormentavano e rinascevano di nuovo.

Platone, l’anima e la conoscenza

Nella cultura occidentale la nozione di anima è stata introdotta da Platone e dalla sua teoria della conoscenza. Il filosofo era interessato a costruire una conoscenza universale, valida per tutti e quindi questa conoscenza, non poteva essere costruita sulla base delle sensazioni corporee. Per Platone bisogna procedere per numeri e idee, costrutti matematici, valori matematici. Il corpo per questo non serve, riprendendo la tradizione orfica dice che le passioni vanno contenute, perchè i corpi si modificano e non danno sempre le stesse informazioni. Il sapere del corpo non è oggettivo e valido per tutti e allora Platone teorizza l’esistenza dell’anima. L’anima di Platone non ha a che fare con questioni religiose o di salvezza, ha a che fare con problemi di conoscenza. Solo i costrutti della mente ci portano alla conoscenza vera, non le sensazioni del corpo e l’organo di questi costrutti della mente è appunto l’anima.

Il mito e la psicologia

Il termine Mito, dal greco Mithos, significa parola, racconto, narrazioni. I miti sono dunque racconti con cui nell’antichità gli uomini spiegavano fenomeni della natura e i sentimenti di paura e stupore da essi derivanti. L’importanza del mito per la psicologia deriva dal rapporto particolare che istituisce tra mondo interiore e mondo esteriore. Nel mito tutti gli elementi della realtà esterna assumono caratteristiche che sono proprie dell’umano, diventano divinità antropomorfe. Allo stesso modo anche i sentimenti e la realtà psichica dell’uomo vengono proiettati e amplificati verso l’esterno, incarnandosi nelle potenze divine o semidivine. La psicologia trova perciò nel mito la rappresentazione dell’esperienza psichica profonda dell’uomo, talvolta ordinata in una forma chiara, altre volte più caotica, oscura, indefinita. Nel lessico della psicanalisi, alcune delle espressioni più celebri che si sono diffuse nella cultura popolare derivano da nomi di divinità ed eroi dell’antica Grecia, per esempio il Complesso di Edipo, il narcisismo. Tutti i grandi personaggi della mitologia classica permettono di comprendere alcune modalità essenziali del rapporto dell’uomo con il mondo, un rapporto che non si manifesta con il linguaggio razionale ma che viene narrato per immagini o dalla poesia.

Per approfondire: Anche il grande psicologo e filosofo James Hillman ha ripercorso la tematica dell’anima, attraverso le teorie di Jung e dei miti greci. In particolare ha rielaborato il concetto di inconscio collettivo dell’umanità dove sono sedimentati i modelli archetipici, che si manifestano nei sogninell’arte, nella religione, nelle malattie mentali. Per Hillman gli archetipi sono fenomeni: il loro linguaggio è quello metaforico dei miti greci. Secondo Hillman la nostra mente ha una “base poetica”, e la terapia ha per scopo la ricerca  del senso dell’anima. L’anima infatti, distinta da corpo e spirito, è fatta di immagini indipendenti dalla nostra soggettività: le sue immagini sono la psiche stessa. Le immagini archetipiche che costituiscono l’anima sono collettive e universali: parlano il linguaggio del mito e spesso Hillman le identifica con gli antichi dei.

Cover: Wikipedia