Qual è il finale

Qual è il finale "giusto" per una serie tv?

Il formato delle serie tv ha ormai da tempo i suoi canoni, scienza, manualistica, storiografia. Ma è al tempo stesso ancora giovane e vivo abbastanza da conoscere sviluppi e aggiornamenti. Prendi la sempre maggiore importanza della scelta delle canzoni all’interno di ciascun episodio, per esempio.

Un altro esempio è la costruzione dei finali”, gli ultimi episodi, quelli che resteranno nella memoria e nel giudizio del pubblico. La loro importanza sta diventando ancora maggiore da quando è sempre più frequente la distribuzione di serie nella loro interezza. Tutto questo non solo mette in discussione la stessa “serialità” delle serie, ma rende ancora più unico il finale dell’ultimo episodio. E soprattutto quello dell’ultimo episodio dell’ultima stagione.

Chi scrive serie affronta questi temi con grande attenzione e grande riflessione. Alcuni finali di serie sono rimasti famosi per la delusione che hanno lasciato (su tutti, quello di “Dexter”). Altri per l’invenzione spaesante ma anche molto apprezzata (nel caso dei “Soprano”, molti spettatori pensarono ci fosse stato un problema tecnico). Altri ancora per l’efficacia nel creare un senso finale” di chiusura e addio (“Six feet under” o “Lost”: quest’ultimo anche assai criticato allora, ma poi rivalutato).

Attenzione: spoiler nei video.

“Un sentimento di desiderio soddisfatto”

E questo senso è probabilmente l’attributo un po’ inafferrabile più ricercato dagli autori delle serie. Una via di mezzo tra un’immagine definitiva e qualcosa di lasciato ambiguo. Tra una soddisfazione e una nostalgia. “Un sentimento di desiderio soddisfatto”, lo ha chiamato un articolo di Vox.

Che è quello che ha fatto amare a molti il finale di “Lost”, appunto. Con i suoi personaggi “salutati” come ognuno alla fine del suo percorso, malgrado le critiche di chi invece voleva risposte più esatte e compiute a tutti i suoi misteri.

Il problema è che nella scrittura delle serie si seguono molti approcci diversi. Ci sono quelle che iniziano con un’idea ben precisa della sceneggiatura e delle sue tappe, fino all’ultima, e la mantengono. Come “How I met your mother”, per esempio, finendo per vincolarsi anche troppo, per alcuni. Altre partono con un’idea ma poi gli sviluppi la ridisegnano e cambiano. Altre ancora sono un continuo work in progress, ed è proprio il loro sviluppo a indicare via via la direzione che prenderà il possibile finale (“Breaking bad”). Il risultato è che due dei finali più celebrati–quelli dei “Soprano” e di “Six feet under”–sono completamente diversi tra loro: uno aperto e consegnato al pubblico e alle sue interpretazioni, l’altro invece dedicato a dare ogni risposta alle domande su ognuno dei personaggi.

Lieto fine o no?

Alcuni autori ascoltati da Vox spiegano che gli spettatori vogliono lasciare i personaggi con un senso di serenità e risolutezza, e che però questo senso si può tradurre sia in un “lieto fine” con qualche inventiva, che in una malinconia, un abbraccio, un sollievo. Un addio. E gli autori cercano di lasciare gli spettatori con un sentimento, più che col botto. Senza che questo abbia necessariamente risposto a tutte le domande.

Ma l’ultima variabile in conto è il pubblico, che ha reazioni diverse e spesso opposte: ogni finale scontenta qualcuno, e quasi ogni serie amata progredisce con più delusioni che rivalutazioni, inevitabilmente. E i finali meglio riusciti, forse, sono quelli che non incidono troppo nel giudizio complessivo sulla serie, prevalendo su tutto quello che c’era prima.

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