“Per trovare del nuovo sul fondo dell'ignoto”: I fiori del male, il capolavoro di Baudelaire

“Per trovare del nuovo sul fondo dell'ignoto”: I fiori del male, il capolavoro di Baudelaire

Mescici il tuo veleno, giacché ci riconforta! Vogliamo, tanto ci arde il cervello un tal fuoco, naufragar nel gorgo, Cielo o Inferno che importa? Per trovare del nuovo sul fondo dell’Ignoto.

Baudelaire è il poeta della modernità. Termine che lui stesso ha usato per primo. Modernité. Che il poeta identificava come “il transitorio, il fuggitivo, il contingente, la metà dell’arte, di cui l’altra metà è l’eterno e l’immutabile […] perché ogni modernità acquisti il diritto di diventare antichità occorre che ne sia stata tratta fuori la bellezza misteriosa che vi immette, inconsapevole, la vita umana”.

Baudelaire segna l’inizio di una nuova poesia, rompendo il filo che la legava alla lirica romantica. Per capire la rivoluzione bisogna iniziare proprio da quell’ultimo verso dei Fiori del male.

Au fond de l’Inconnu pour trouver du nouveau!

Lo stesso Baudelaire definiva l’intento della sua opera quello di “rappresentare le agitazioni e le malinconie della gioventù moderna“.

Charles Baudelaire, i primi anni

Charles nasce a Parigi il 9 aprile 1821. È coetaneo di Flaubert e Dostoevskij. La madre Caroline Dufays non ha ancora trent’anni. Il padre ne ha sessantadue. Morirà appena sei anni dopo la nascita di Charles. È lui, François, alto funzionario del Senato in pensione, a trasmettere al figlio la passione “permanente per ogni forma di rappresentazione plastica”. Dopo la morte del padre, la madre si risposa. Due anni dopo. Con un militare, Jacques Aupick, che avrà fortuna nella carriera diplomatica. Madre e figlio che prima di allora si erano trasferiti a Neuilly-sur-Seine e vivevano un periodo, a detta di Charles, “idilliaco”, vivono la prima rottura. 

La mia gioventù non fu che una buia procella, qua e là attraversata da brillanti soli; tuono e pioggia han prodotto una tal rovina, che nel mio giardino restano ben pochi frutti vermigli.

Fin dalla scuola Baudelaire mette in mostra un’affascinante dualità. Grande talento letterario (vince premi in versificazione latina) ma allo stesso tempo colleziona sanzioni disciplinari. Dualità che conserva anche maggiorenne, quando ottiene l’eredità paterna. Inizia una tormentosa relazione con l’attrice Jeanne Duval. Compone le prime poesie. 

Nel profumato paese ch’è accarezzato dal sole, ho conosciuto, sotto un baldacchino d’alberi purpurei e di palme da cui piove sugli occhi pigrizia, una signora creola piena d’ignorate grazie.

La sua vita dispendiosa e dissoluta spinge la madre ad affiancargli un tutore. Questa scelta si rivela devastante per Charles. Una mortificazione che lo fa cadere in depressione. E gli ispira propositi suicidari. “Mi uccido perché sono pericoloso a me stesso, perché credo di essere immortale e perché lo spero”.

Si dedica a tempo pieno alla letteratura. Conosce l’opera di Poe e ne rimane folgorato. Dedicandogli anche alcuni saggi tra i più vibranti. La pubblicazione delle poesie di Charles, su diverse riviste, è databile all’inizio degli anni ’50. Nel 1857 troveranno spazio in un unico volume dal titolo I fiori del male.

Il processo a I fiori del male

Pubblicato da Pouler-Malassis in circa 1100 copie viene subito processato per oltraggio alla morale. Il 5 luglio 1857 su Le figaro era apparso il primo attacco:

Questo libro è un manicomio aperto a tutte le demenze, un esempio di putrefazione del cuore.

Per difendere il suo libro, fatto interessante, Baudelaire usa le stesse parole proferite per presentarlo, quando era uscito:

È un libro destinato a rappresentare le agitazioni dello spirito nel male.

Alla fine del processo viene riconosciuta “l’impeccabile  eleganza formale” della raccolta, ma per il suo “effetto funesto” comminava l’ammenda di 800 franchi e la soppressione di alcune poesie. Il grande scrittore Hugo scrive al giovane Baudelaire:

Una delle rare decorazione che il regime attuale poteva accordarvi l’avete appena ricevuta: vi stringo la mano.

Nel periodo di massimo sconforto, dovuto alle ansie del processo, l’offesa della condanna, i tormenti legati a Jeanne, Baudelaire si ritira dalla madre. È un periodo di straordinaria creatività poetica. Medita una seconda edizione dell’opera. Al posto di quelle sei poesie censurate arricchisce il testo di altre trentacinque poesie. Aggiunge anche la sezione “Tableaux parisiens”. Si definisce a quel punto, “quasi contento”.

La seconda edizione vede la luce nel 1861. Con anche le poesie rimosse. Il poeta, anche in seguito al processo, è diventato famoso in tutta la Francia. 

La fortuna del poeta maledetto

È nota, di Baudelaire, la vita dissoluta, tra alcool e droghe. Adorava andare a bere nelle bettole, e conoscere da vicino il mondo dei poveri. Lui, dandy, “beveva a lunghe sorsate”, ha detto la professoressa Daria Galateria: “come un carrettiere”.

Questa è la forma che nel tempo ha preso l’idea del poeta maledetto. Un’espressione che oggi ha superato la sfera della poesia e ha raggiunto anche e soprattutto quella musicale. Vedi Jim Morrison o Kurt Cobain.

Caratteristica del poeta maledetto è l’essere dotato di talento e allo stesso tempo incompreso. Colui che rigetta i valori della società borghese anche attraverso uno stile di vita autodistruttivo.

Negli ultimi anni della sua vita Charles si ritira in Belgio. La sua fama sta tramontando. Curioso, come lui stesso alimenterà voci sul suo passato. Arricchendo la letteratura maledetta sul suo conto. Afferma di essere stato un agente di polizia, un pederasta, un assassino che ha ucciso e poi mangiato il padre.  

Malgrado l’attenzione rivolta dai grandi Mallarmé e Verlaine Baudelaire non vuole tornare a Parigi. “Questi giovani mi fanno una paura cane”. Progetta una terza edizione dei Fiori del male, ma le sue condizioni fisiche (è affetto da sifilide) peggiorano. Confessa a un critico di essere stanco di essere considerato “un lupo mannaro”. Il 30 marzo 1866 viene colpito da ictus. Agli inizi di giugno lo riportano a Parigi. Dove muore il 31 agosto dell’anno successivo, senza aver potuto ritrovare l’uso della parola.

Le sue labbra—scrive Gautier—si erano misteriosamente chiuse sui sarcastici segreti che sembravano custodire. 

Lo Spleen e l’Ideale

Nella poesia di Baudelaire ci sono numerosi dualismi. Uno è quello ad esempio del nuovo e del passato. Come dice l’ultimo verso. La liberazione dal giogo romantico e i misteri di una nuova poesia. Ma Baudelaire è anche poeta del rimorso e della malinconia. Il tramonto dello spirito romantico viene guardato con tristezza. Da lontano. La parola di Baudelaire nasce da un sentimento di separazione.

Molti critici hanno collegato questo sentimento a un fatto biografico molto importante nella vita di Baudelaire. Il secondo matrimonio della madre. La sua educazione cattolica ha trasformato l’offesa in castigo meritato, generando quel sentimento di colpa e di privazione che costituisce il fondo morale e psicologico dei Fiori del male—ha scritto il professore Luca Pietromarchi.

Altra dualità è quella dell’alto e del basso. La nostra naturale inclinazione al male, “la lingua del corpo”, apre le porte di una poesia nuova.

Vi sono in ogni uomo, ad ogni ora, due postulazioni simultanee, l’una verso Dio, l’altra verso Satana. L’invocazione a Dio, o spiritualità, è desiderio di salire il grado; quella verso Satana, o bestialità, è gioia di scendere.

Salire e scendere, desiderare e subire. Il più ampio conflitto teologico tra bene e male: Dio e Satana.

Si aspira all’elevazione, ma la terra dell’uomo, dalla quale sono germogliati questi fiori del male, si muove in senso opposto. “All’elevazione nello spazio e alla risalita nel tempo”, ha scritto Pietromarchi: “si contrappone il movimento contrario di una fatale discesa che fa scivolare l’umanità sulla china della dannazione”

Non c’è risoluzione però, né equilibrio tra le due forze. Non c’è il libero arbitrio, ma solo “la più ampia libertà accordata al Diavolo di esercitare il suo potere sull’uomo e l’espiazione di una colpa incancellabile”.

Lo spleen è quando lo spirito si accorge di essere precipitato in un luogo dove la memoria si è seccata. Dove la bellezza è irrimediabilmente offesa. Lo spazio diventa prigione e il tempo eterno. Il paesaggio dello spleen è fatto di pietra. La pietrificazione di una speranza.

L’ossimoro, la figura retorica dei Fiori del male

Baudelaire è stato il precursore del decadentismo. Con lui, come ha scritto il critico Gautier, nasce una poetica nuova, di ombre. Dove le cose cadono nell’ombra di se stesse. In questo senso la figura retorica preferita dal poeta è l’ossimoro. “Non solo l’unione di due parole di senso opposto, ma la ferita che l’una arreca all’altra per contaminarne il senso […] non fonde i contrari, né concilia gli opposti: esso esprime la fragilità e la vulnerabilità di un’immagine”.

Per approfondire: ti consigliamo ovviamente la lettura de I fiori del male. La nostra edizione preferita è quella Marsilio, tradotta (in prosa) da Giorgio Caproni. Troppo ardita (in rima), quella Mondadori di Gesualdo Bufalino. Come introduzione all’autore, prezioso il tomo BUR, La letteratura francese dal Romanticismo al Simbolismo. Consigliamo la puntata dedicata ai Fiori del male di Wikiradio raccontata da Daria Galateria.

Immagine di copertina | Charles Baudelaire fotografato da Étienne Carjat, circa 1862