Il flop della prima a Roma di “Sei personaggi in cerca d’autore”

Il flop della prima a Roma di “Sei personaggi in cerca d’autore”

Pensavo fra me e me: ‘Ho già afflitto tanto i miei lettori con centinaia e centinaia di novelle: perché dovrei affliggerli ancora con la narrazione dei tristi casi di questi sei disgraziati?’ E così pensando, li allontanavo da me. O piuttosto, facevo di tutto per allontanarli. Ma non si dà vita invano a un personaggio.

Oggi Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello è riconosciuto come una delle vette del teatro del Novecento. Tra le prime opere del teatro moderno. Ma quando vide la luce, nel 1921, al teatro Valle di Roma fu un fiasco clamoroso.

Era dall’ottobre dell’anno prima che Pirandello ci stava lavorando. Il tema della commedia era un tema molto caro che aveva sviluppato nelle precedenti novelle. Come in “La tragedia del personaggio” del 1911. La gestazione del testo è stata molto lenta, inizialmente doveva essere un romanzo.

In quegli anni Pirandello era già noto. Da cinque anni scriveva con continuità per il teatro. Il berretto a sonagli era stato messo in scena nel 1916, e poi via via, Il piacere dell’onestà, Il giuoco delle parti, Come prima, meglio di prima e Tutto per bene.

Dopo il rifiuto di Ruggero Ruggeri Pirandello per la sua commedia si affida alla compagnia di Dario Niccodemi. Grande autore livornese che nel ’21 aveva deciso di fondare una sua compagnia. Scritturando attori importanti come Vera Vergani, Luigi Almirante, Luigi Cimara… La compagnia accetta con entusiasmo e a scatola chiusa.

L’originalità di “Sei personaggi in cerca d’autore”

La trama di Sei personaggi in cerca d’autore è nota ma val la pena rinfrescare la memoria. Su un palcoscenico teatrale nudo una compagnia di attori sta provando un lavoro dello stesso Pirandello, Il giuoco delle parti. Esempio di “Teatro nel teatro“.

Non si riesce a recitare neanche una battuta però. Perché vengono interrotti da sei personaggi, entità fisiche e allo stesso tempo ectoplasmatiche, protagonisti di un’opera rifiutata dal proprio autore. Sono personaggi “non finiti” che desiderano la compiutezza e si illudono di trovarla su quel palcoscenico. Così spiegherà qualche anno dopo Pirandello:

Bisogna ora intendere che cosa ho rifiutato di essi: non essi stessi, evidentemente; bensì il loro dramma, che, senza dubbio, interessa loro soprattutto, ma non interessava affatto me.

I critici teatrali in questa “rinuncia a raccontare la storia di questi sei personaggi” hanno letto la rinuncia al teatro borghese. Che continuava il suo discorso sterile sulla famiglia. I personaggi di Pirandello si chiamano infatti “Padre”, “Madre”, “Figlio”, “Figliastra”…

Il modo in cui Pirandello porta avanti la storia dei personaggi è complesso e geniale. La loro vicenda viene sì rappresentata, ma “rifiutata”. L’effetto è di totale straniamento. Ogni coinvolgimento dello spettatore nei confronti della trama dei sei personaggi viene impedito con effetti che oggi si chiamerebbero meta-teatrali. Rompendo la cosiddetta quarta parete. Viene evitato insomma ogni scontato emozionalismo.

L’opera pirandelliana è anche una testimonianza della vita scenica italiana colta in un momento di passaggio: dal teatro del “grande attore”, prettamente ottocentesco, alla rivoluzione del secolo successivo del “teatro di regia”. Dove il capocomico non è più il primo degli attori, ma una presenza esterna alla scena. Più lontano e superiore.

Le prime incomprensioni del testo di Pirandello

Alle prime letture di Pirandello seguono sempre accesi dibattiti. C’è entusiasmo, ma anche poca comprensione del testo. Tutti restano sconvolti. Niccodemi scrive sul diario:

Ho letto la nuova commedia di Pirandello e ne sono come stordito, tanto dalla grandezza, veramente nobile, del tema, quanto dalla stranezza della forma. Lo rileggerò.

Anche gli attori della compagnia fanno fatica a comprenderlo. Provano a lungo: due settimane, a quel tempo una specie di record—oggi sarebbe inammissibile. E sono pronti per il debutto.

La prima al teatro Valle di Roma

Non sappiamo molto di quella regia, non ci sono fotografie, né registrazioni. Sappiamo che gli attori impararono a memoria le parti, pur senza capirle troppo, e andarono in scena. Ignoriamo le “libertà” che si presero sul palco quel giorno. Ma tant’è. Il Valle è gremito. Più di 1100 posti venduti. È il 9 maggio 1921.

Il primo atto viene accolto con entusiasmo. Pirandello non è ancora arrivato a teatro. Dopo il secondo atto, Pirandello si siede alla ribalta e viene applaudito durante la messa in scena. Tutto sembra andare a gonfie vele. Ma al terzo atto, scoppia il putiferio. Parte del pubblico inferocito e insolente grida “Manicomio! Manicomio!” La cronaca è di Arnaldo Frateili:

La lotta tra plaudenti e disapprovanti ha toccato intensità sonore mai raggiunte. I più fieri avversari della commedia urlavano in coro il loro sdegno. Gli scontri si rinnovarono anche sulla pubblica via. E si protrassero a lungo, risvegliando nel silenzio della notte echi che devono aver sorpreso e spaventato non poco quelli che dormivano il loro sonno meritato nei pressi del teatro Valle.

I più mascalzoni gettano monetine all’autore. Qualcuno prova ad aggredirlo fisicamente. Qualcun altro gli si avvicina per dirgli: “Lei è uscito di senno”. Pirandello scappa con la figlia per un’uscita secondaria.

Anche sui giornali i pareri erano per lo più negativi e confusi. Viene replicato soltanto altre tre volte. Con sempre meno spettatori. Viene addirittura annullata la programmazione a Firenze.

Da fiasco a capolavoro riconosciuto in tutto il mondo

Qualche tempo dopo, la commedia comincia a riscuotere successo. Già a Milano, alcuni mesi dopo Roma, l’opera trionfa al teatro Manzoni. Anche la critica lo apprezza. Ma cosa è successo durante?

Tra le cause dell’insuccesso al Valle c’era sicuramente il palcoscenico nudo, privo di qualsiasi fascino. Un trauma per il pubblico di allora. Anche l’oscurità del testo. Non abbiamo, come detto, il copione di scena della prima esecuzione, ma possiamo affermare quasi con certezza che il testo venne aggiustato. Almirante tagliò alcune parti pesanti.

Nodo da sciogliere era anche l’origine di questi sei personaggi. Non era chiara, dal testo originale, la differenza tra quelli e gli altri reali, sulla scena. Tutti, nella prima versione del testo, entravano e uscivano dalla stessa porta. Questo rendeva complesso il distinguo da parte del pubblico. Su ispirazione di Pitoëff che l’aveva messa in scena a Parigi, e aveva usato un montacarichi per presentare i sei personaggi e la “differenza di piani” dei vari attori sulla scena, Pirandello intuisce la sua variante definitiva. I personaggi in cerca d’autore, dal ‘25 in poi, arrivano “ da dietro”, dalle spalle, dalla platea.

Così la commedia è perfetta. Il suo successo sta proprio in questo rapido e decisivo miglioramento, spettacolo dopo spettacolo. Con trucchi nuovi, trovate sceniche, soluzioni diverse . Tanto che oggi è da annoverare tra le vette più alte del teatro moderno. Un’opera che ha cambiato completamente il modo di percepire il teatro.

Immagine di copertina | Una foto di Pirandello scattata negli anni Venti