Francisco Goya, il pittore che ha ritratto la Guerra d'indipendenza spagnola

Francisco Goya, il pittore che ha ritratto la Guerra d'indipendenza spagnola

C’è qualcosa che accomuna Francisco Goya (1746–1828) e Pablo Picasso (1881–1973), due dei più grandi artisti spagnoli: nonostante siano vissuti in epoche diverse, entrambi vengono ricordati per aver sintetizzato al meglio il lascito della guerra. Mentre Goya è riuscito a descrive con crudo realismo il disastro della Guerra d’indipendenza spagnola con il dipinto “Il 3 maggio 1808”, Picasso ha pennellato da diverse prospettive il bombardamento della città di Guernica (1937) durante la Guerra civile spagnola.

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Ambedue le tele sopracitate, però, hanno in comune un altro grande significante: il merito di ricordare che i loro autori abbiano vissuto fasi pittoriche diverse: Picasso ha attraversato il periodo blu, il periodo rosa, il lungo periodo cubista; Goya è passato gradualmente dai colori accessi a quelli più tetri.

Per capire soprattutto come la palette di colori di Francisco Goya sia cambiata nel corso della sua vita, bisogna però guardare alla sua biografia oltre che al contesto storico. Cresciuto in una famiglia numerosa e di forte cultura artigiana nelle zone di Saragozza, il pittore mostra fin da subito un’inclinazione pragmatica per l’arte. Tanto che sul giovane Goya, lo storico Robert Hughes ha scritto: “[Sembrava] non interessarsi affatto alle questioni teologiche e filosofiche, tanto che anche la sua carriera di pittore fu senza pretese: Goya non era affatto un teorico dell’arte”.

Si tratta di una caratterista del pittore che, in un certo senso, ha agevolato l’inizio della sua carriera. Dopo essersi affermato nello studio madrileno dei fratelli Francisco e Ramón Bayeu y Subias e sposato loro sorella Josefa nel 1773, Goya riesce a fare il suo ingresso alla corte di Spagna per lavorare agli arazzi dei laboratori reali.

Il suo operato è fin da subito apprezzatissimo, tanto che nel 1786 Goya ottiene da Carlo III la nomina a primo pittore di corte, sottoscritta anche dall’antecessore Carlo IV nel 1789. Sono proprio questi gli anni “più colorati” di Goya, caratterizzati soprattutto da tele che ritraggono scene di vita quotidiana. Come per esempio “Il parasole” (1777), dipinto che ritrae due giovani intenti in un innocente gioco amoroso e disposti secondo un piano piramidale.

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Qualcosa cambia però drasticamente nel 1792 quando Goya perde l’udito, dopo un periodo di malattia. Da questo dramma nasce infatti il ciclo “Los Caprichos, composto da ottanta tavolette eseguite con le tecniche di acquetinte e acqueforti. Le tavolette sono fosche, cupe e descrivono i vizi e le bassezze dell’umanità tramite delle figure concettuali e lugubri.

Scrive Goya a proposito dei suoi “Capricci”: “Poiché la maggior parte delle cose rappresentate in quest’opera è di natura mentale, non sarà temerario credere che gli intenditori scuseranno forse le loro mancanze, tanto più che l’autore non ha seguito esempi altrui, né ha potuto copiare la natura. E se l’imitazione della natura è già abbastanza difficile e ammirevole quando riesce, guadagnerà certo un po’ di stima anche colui che, allontanandosi del tutto da essa, fu costretto a esibire forme che fino a quel momento esistevano solo nello spirito umano, oscurato e confuso dalla mancanza di rischiaramento o surriscaldato dalla sfrenatezza delle passioni”.

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A parte la piccola parentesi dei dipinti Maya desnuda e Maya vestida, l’umore di Goya è destinato a non migliorare. Nel maggio del 1808 i francesi invadono la Spagna: è la scintilla che farà scoppiare la Guerra d’indipendenza spagnola. Nascono così alcune delle tele più note del pittore che vive in prima persona il degrado del periodo. Ne è un esempio il dipinto “3 maggio 1808” che rappresenta con grande realismo la resistenza della popolazione iberica contrapposta alle più organizzate truppe francesi.

Francisco de Goya

All’età di settant’anni Goya decide di trasferirsi in una casa in campagna nei dintorni di Madrid. Qui affresca le pareti con “Le pitture nere”: affreschi che somigliano un po’ ai suoi precedenti “Capricci”, come per esempio l’opera “Saturno che divora i suoi figli”. Ma il pittore morirà nel 1828 a Bordeaux, in Francia, dopo essersi nuovamente trasferito a causa delle derive autoritarie intraprese dal sovrano spagnolo Ferdinando.

Curiosità: per molti Goya è considerato il padre dell’arte moderna perché—dopo aver abbandonato lo stile Rococò—si dedica alla realizzazione di opere alle volte realistiche, alle volte umorali, alle volte fantastiche. Per altri, invece, il padre dell’arte moderna è Eduard Manet.

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