Frankenstein: 200 anni fa uscì il primo romanzo fantascientifico della storia

Frankenstein: 200 anni fa uscì il primo romanzo fantascientifico della storia

Nel 1957 il già enorme Primo Carnera, ulteriormente imbottito e con la testa simile a una sdrucita palla da baseball, recitò il mostro di Frankenstein in una serie tv americana. È una delle più strambe interpretazioni della creatura—apparsa con mille volti al cinema, da Boris Karloff nel film del 1931 allo stuntman Romano Puppo in “Fracchia contro Dracula”—che ha ispirato quella, forse altrettanto stramba, di Robert de Niro in Frankenstein di Mary Shelley, uno dei film americani anni ’90 tratti dai classici della letteratura horror—il più celebre dei quali è Dracula di Francis Ford Coppola.

Nella stratificazione di adattamenti, spicca talmente la parodia di Mel Brooks e Gene Wilder—Frankenstein Junior—da farci spesso dimenticare che la storia “originale” del romanzo Frankenstein—nome del creatore, non della creatura—è quasi l’archetipo delle storie che trattano anche tangenzialmente della “ribellione della macchina”. E basta pensare, restando a esempi mainstream, a creature come i replicanti di Philip Dick. O a Hal 9000, il famoso robot che in 2001 Odissea nello spazio, programmato per essere al perfetto servizio dell’equipaggio, e allo stesso tempo per mantenere un importante segreto sullo scopo della missione, si “impanica”, e tenta di risolvere il problema eliminando fisicamente l’equipaggio stesso.

L’“archetipo” letterario Frankenstein a sua volta ne sottintende un altro. Il mito di Prometeo: che veramente sottinteso non è. Il titolo completo del romanzo, infatti, è “Frankenstein. Ovvero il moderno Prometeo” (il richiamo mitologico va riferito, ancora una volta, al creatore, non alla creatura). Il romanzo fu pubblicato anonimo 200 anni fa, nel 1818, a Londra. Solo nel 1831, quando ne erano già state rappresentate alcune riduzioni teatrali di successo—la prima nel 1823, all’English Opera House, con annessi svenimenti di gentili signore del pubblico—sarebbe stato rivelato che l’autrice, che l’aveva scritto nel 1817, era una ragazza di 19 anniMary Godwin.

Storia di una creatura “artificiale” che sorpassa il suo creatore: Frankenstein di Mary Shelley

Mary Godwin scrisse il romanzo quando era già sposata con il poeta Percy Shelley, col quale era fuggita di casa attraversando l’Europa, e condiviso la perdita di una figlia. E dopo aver trascorso, nel 1816, un’estate piovosissima—forse a causa dell’eruzione del Tambora—in Svizzera, chiusa in una villa insieme al marito, a Lord Byron e a John Polidori (autore del primo racconto vampiresco della storia), leggendo racconti di fantasmi progetta di scriverne uno. Tutti e quattro, su proposta di Byron, avrebbero dovuto scriverne uno. Ma solo Mary vi riuscì, ampliando il racconto in un romanzo e “stravolgendo” il genere. Tutto partì da un sogno di quell’estate.

Scese la notte su questi discorsi ed era già trascorsa l’ora delle streghe allorché ci ritirammo per dormire. Ma quando poggiai la testa sul guanciale non potei prendere sonno. E neppure potrei dire che stessi pensando. L’immaginazione, senza che lo volessi, si impadronì di me guidandomi.

Le immagini si susseguivano nella mia mente vivide come non mi era mai accaduto prima, travalicando i confini consueti della fantasticheria. Vedevo, a occhi chiusi ma con la mente ben desta, lo studioso di una scienza sacrilega. Pallido. Inginocchiato accanto alla cosa che aveva messo insieme. Vedevo l’orrida forma di un uomo disteso. Poi una macchina potente entrava in azione. Il cadavere mostrava segni di vita e si sollevava con movimento difficoltoso, solo parzialmente vitale. Doveva essere terrificante. Come terrificante sarebbe l’effetto di qualsiasi opera umana che riproducesse lo stupendo meccanismo del Creatore del mondo.

Frankenstein, storia di una creatura “artificiale” che sorpassa il suo creatore, è considerato il primo romanzo nero fantascientifico della narrativa moderna.

Il primo romanzo nero fantascientifico della narrativa moderna

Dove “nero” sta per “gotico”, mentre “fantascientifico” attenua l’etichetta stessa di “gotico”, avvicinandolo alla science fiction. Il romanzo nacque nell’epoca della rivoluzione industriale e scientificaVictor Frankenstein, il protagonista che insegue la chimera faustiana di animare la materia inerte, dando al mondo una “nuova specie” destinata alla perfetta salute benché fatta di membra raccolte nei cimiteri, ricucite e animate grazie all’energia dei fulmini, non è un alchimista, ma uno scienziato che sfrutta le conoscenze della medicina del suo tempo.

Frankenstein, felice cospirazione di generi letterari, è un romanzo a tre voci. La prima voce, con cui il romanzo si apre, è quella di Robert Walton, un esploratore che scrive alla sorella Margaret dispacci dal suo viaggio al Polo Nord.

La seconda voce è quella di Victor Frankenstein, che, quasi congelato e perso all’inseguimento della sua abnorme creatura, è accolto a bordo della nave di Walton e racconta la sua storia. L’infanzia dorata in Svizzera. La morte traumatica della madre, per scarlattina. Gli studi accaniti in filosofia naturale, e frattanto il sogno di “realizzare” un nuovo essere umano, più intelligente e forte.

“Ti ho forse chiesto io di trarmi fuori dall’oscurità?”

Il racconto di Frankenstein prosegue. L’ossessione: generare la vita dalla morte. Lo studio dei cadaveri raccolti al cimitero. La realizzazione della creatura. La sorprendente bruttezza del “mostro”, e la sua forza. Il totale rifiuto, da parte di Frankenstein, di mostrare una forma di amore qualsiasi verso la creatura. La fuga del mostro, e l’inizio della sua vendetta: un’escalation di delitti che termina con quello di Elizabeth, sorella di Victor e sua moglie da un giorno appena. Il folle inseguimento del mostro da parte di Frankenstein lungo tutta l’Europa, che termina però sotto gli occhi di Walton, quando Frankenstein muore dopo aver terminato il racconto.

La terza voce è quella del “demone”, che Walton, ricevuto da Frankenstein il testimone dell’impresa, si trova davanti. L’invettiva del mostro è rivolta agli umani, che col loro disprezzo per la sua bruttezza gli hanno insegnato l’odio, e specialmente al suo creatore. Il finale è incerto. La creatura fugge dalla nave, promettendo di uccidersi dandosi fuoco fra i ghiacci, affinché non resti alcuna testimonianza di lui, né alcuna possibilità di essere “replicato”. Il lettore, come Walton, non sa se ciò avverrà davvero.

Il mostro è un derelitto intelligente e sensibile, che chiede principalmente di essere amato. Piange in solitudine, si meraviglia per il sorgere della luna: capiamo che Mary Shelley era una seguace del sensismo. E che la sua storia, come scriveva Mario Praz, ha principalmente uno sfondo etico, non socio-politico. Come mostra anche la “quarta voce” del romanzo, quella dell’epigrafe. Alcuni versi da Paradiso Perduto di John Milton:

Ti ho forse chiesto io, Creatore, di farmi uomo dall’argilla? Ti ho forse chiesto io di trarmi fuori dall’oscurità?.

Qui una bella lezione Wikiradio su “Frankenstein” di Mary Shelley. Qui l’edizione Einaudi del romanzo. 

Immagine: Copertina