Gabriele Salvatores, il premio Oscar italiano più sottovalutato

Gabriele Salvatores, il premio Oscar italiano più sottovalutato

Fra i premi Oscar italiani, ce n’è uno che non viene quasi mai incensato quanto gli altri (Benigni, Sorrentino, Fellini, De Sica, Petri, Tornatore): stiamo parlando di Gabriele Salvatores.

Questo perché i suoi lavori più importanti sono arrivati forse in un periodo un po’ in sordina per il cinema italiano, quello a cavallo fra gli anni Ottanta e i Novanta. Ma la sua tetralogia della fuga rimane comunque un’esperienza cinematografica rilevante.

D’altra parte non si collezionano un Academy Award, due David di Donatello, e quattro Nastri D’Argento per caso. Oltre a questo, poi, va detto che la filmografia di Salvatores è molto varia. Sperimentando varie forme di racconto.

I primi esordi

Nato a Napoli il 30 luglio 1950, Gabriele Salvatores si trasferisce con i genitori a Milano da bambino, e cresce nel capoluogo lombardo. Fin dall’adolescenza inizia a sognare una carriera artistica, e divora film in continuazione. Fino a che, a 22 anni, comincia a concretizzare i suoi sogni.

Nel 1972 fonda la compagnia Teatro dell’Elfo, e comincia a dirigere i suoi primi lavori nei teatri di Milano. L’apprendistato dura circa un decennio. All’inizio degli anni Ottanta Salvatores inizia a dirigere lungometraggi.

Il suo approccio, al tempo, era molto d’avanguardia, e il suo primo lavoro, Sogno di una notte d’estate, è un affascinante miscuglio fra il cinema, la musica e il balletto. In quegli anni, a Milano, stringe molte amicizie importanti, con attori emergenti che poi diventeranno famosi. Fra cui Diego Abatantuono, Claudio Bisio e Silvio Orlando: con i quali gira il film Kamikazen – Ultima notte a Milano. 

La “tetralogia della fuga”

A cavallo fra gli anni Ottanta e i Novanta, Salvatores conquista la sua maturità espressiva. Grazie a quattro film consecutivi, ribattezzati la Tetralogia della fuga. Che comprende Marrakech ExpressTurnéMediterraneo e Puerto Escondido.

Questo gruppo di film ha una base narrativa predominante: la fuga da un “mondo” che non ci appartiene e non ci comprende. Salvatores ha un talento naturale nel creare storie che mostrano l’alienazione di certi individui verso il loro retroterra. E al tempo stesso nel trasmettere la malinconia per quello che ci si è lasciati alle spalle.

Grazie al film Mediterraneo—il culmine della tetralogia—Salvatores vince l’Oscar come miglior film straniero nel 1992.

“Sud” e gli anni della sperimentazione

Dopo una parentesi cinematografica dal marcato accento politico—Sud, in cui il regista denuncia la scandalosa situazione del Meridione dimenticato—Salvatores torna a dedicarsi a lavori di sperimentazione, cercando nuove soluzioni narrative.

Dopo Sud, che riscuote un successo enorme, all’inizio degli anni duemila gira tre film in cui si cimenta nel genere cyber-punk e fantascientifico. Uno dei pochissimi registi, se non l’unico, a trovare un riscontro commerciale con il genere in Italia. Dirige NirvanaDenti e Amnèsia. 

Dopo il successo della trasposizione cinematografica di Io non ho paura, romanzo di Niccolò Ammaniti, Salvatores ci regala Quo vadis, baby?, un noir sui generis girato con tecniche digitali molto elaborate. Il regista chiude gli anni Zero collaborando ancora una volta con Ammaniti, per la trasposizione cinematografica del suo romanzo Come Dio comanda

Gli ultimi film

Dopo la commedia di grande successo Happy Family—trasposizione cinematografica dell’opera teatrale di Alessandro Genovesi —il regista si dedica prima a Educazione Siberiana—tratto dal romanzo di Nicolai Lilin—e torna alla fantascienza con Il ragazzo invisibile. Di cui è uscito il sequel—Il ragazzo invisibile – Seconda generazione—lo scorso gennaio. Un film che non deve trarre in inganno, come ha scritto la critica cinematografica Paola Casella:

Una scommessa coraggiosa e infinitamente più complessa di quanto la sua superficie children friendly lasci intuire.

Il rischio sarebbe quello di sottovalutarlo, ancora una volta.

Immagini: Copertina