Gesualdo Bufalino, lo scrittore siciliano che non dobbiamo dimenticare

Gesualdo Bufalino, lo scrittore siciliano che non dobbiamo dimenticare

“Ho dei bei ricordi”, ricorda un amico di Gesualdo il giorno della sua scomparsa, il 14 giugno del 1996: “Quando tornavamo dalle passeggiate pomeridiane, lui aveva sempre questa vena felice e malinconica. Mi canticchiava, con la sua amabile voce, “Que-reste-t-il de nos amours [Cosa rimane dei nostri amori]”

Cosa rimane oggi di Gesualdo Bufalino? Artista raccolto, silenzioso e per tutta la vita inedito. “Era una natura molto riservata”, ha ricordato la critica letteraria Maria Corti: “Una natura da mettere oggi a modello visto che sono tutti così bisognosi di spettacolo”.

Siciliano, nato a Comiso, in provincia di Ragusa, il 15 novembre del ’20, fin da piccolo e per gran parte della sua vita è stato prima di tutto un grande lettore e poi uno scrittore. Per lui i libri, la letteratura, i romanzi e la poesia, erano la salvezza. 

In un’intervista l’anno prima della sua morte, a proposito di come combattere le mafie, Bufalino indicava due soluzioni: “Le forze dell’ordine, i giudici, i pentiti possono aiutare a vincere molte battaglie ma non la guerra; per vincere una guerra io ho una cura, ma a lunghissimo termine: l’intervento dei maestri elementari, sono loro la nostra arma segreta. La cura è una sola: libri! libri! libri!

La passione per la lettura gli viene trasmessa dal padre che ha una piccola biblioteca dal quale Gesualdo attinge ogni giorno. Non ci sono i soldi per comprare il quotidiano, così il bisogno di leggere si placa tra quegli scaffali.

Tra le sue letture preferite, approfondite (e tradotte) con il tempo, ci sono: Ripellino, Piccolo, Proust, Tolstoj e Baudelaire (di cui tradurrà “I fiori del male”, in un’audace versione in rima).

Bufalino credeva nel potere dei maestri, dell’educazione, della scuola, perché lui stesso aveva avuto ottimi professori, come Paolo Nicosia, importante dantista. Ma Gesualdo è anche un bambino precoce, dotato di una memoria incredibile (ricorda innumerevoli passi dei suoi libri preferiti) e durante gli anni del liceo vince un premio di prosa latina che va a ritirare a Roma, a piazza Venezia.

All’università sceglie Lettere, ma deve interrompere gli studi per partire in guerra nel 1942. Un’esperienza dura e triste: catturato in Friuli dai tedeschi si ammala di tisi e passa lunghi periodi di ricovero. Il tempo trascorre veloce grazie soprattutto ai libri che gli passa il medico direttamente dalla sua biblioteca personale.

Quando viene dimesso dal sanatorio di Palermo nel 1946 porta a termine i suoi studi e inizia la carriera di insegnante all’istituto magistrale di Vittoria, vicino la sua Comiso. Importante sottolineare come l’inizio dell’insegnamento scolastico coincida con le sue prime pubblicazioni di poesie e prose su alcune riviste. Nonostante i riscontri di questi lavori siano positivi, abbandona presto l’idea della carriera letteraria.

Anche quando diventerà più famoso, questo suo rifiuto è stato sempre spiegato così: “Se dipendesse da me non salirei mai sull’autobus affollato della notorietà, mi sento come quei marinai che si sono affezionati allo scoglio sul quale hanno fatto naufragio e non sono così riconoscenti nei confronti della nave che li è venuti a salvare.”

Bufalino scrive ma non pubblica ancora. Come ha raccontato a Sergio Palumbo, “la scrittura mi serve come medicina, come luogo di confessione, come dialogo con me stesso […]; la pubblicazione introduce un elemento di disturbo che ha le sue gratificazioni ma nello stesso tempo uccide, o mortifica, quella purezza di monologo di un me stesso di fronte allo specchio”.

Oltre a non pubblicare, Bufalino se ne sta felicemente nella sua Comiso. La definiva una “città-teatro, perché in qualsiasi angolo è possibile assistere a uno spettacolo”. Preferisce viaggiare mentalmente, “restando seduti, fantasticando nel proprio studio. Come Ariosto […], Leopardi […] o il fratello suo Baudelaire”.

Coltiva innumerevoli passioni: gli scacchi, la musica (in particolare, ama il jazz) e il cinema (possiede un quadernino dove appunta tutti i film che vede e aggiunge un voto per ognuno di essi).

La “carriera” di scrittore comincia un po’ per caso. A Comiso trova delle foto di fine Ottocento della zona, molto belle, e la casa editrice Sellerio vuole farne un libro. Bufalino è innamorato dell’argomento e scrive lui il saggio introduttivo. Siamo alla fine degli anni ’70, e il libro arriva a Sciascia ed Enzo Siciliano che apprezzano la scrittura di quello sconosciuto letterato: “questo scrittore deve avere per forza un romanzo nel cassetto”, si dicono i due. Così Sciascia contatta Gesualdo per chiederglielo, ma lui nega, dice che ha soltanto una traduzione.

In realtà un romanzo c’è, l’ha iniziato nel 1950, si intitola Diceria dell’untore, ma si è fermato a una prima stesura e l’ha lasciato poi davvero nel cassetto. Alle continue insistenze di Sciascia, lo riprende in mano e inizia la seconda stesura. Lo termina nel 1981, a sessantun anni. È un successo: vince il Premio Campiello e ne viene tratto un film.

Bufalino ha una scrittura a due facce, da una parte barocca dall’altra “avara”. Lo stesso Gesualdo l’ha spiegata così: “Il barocco è una componente dello spirito siciliano, con il suo gusto per l’iperbole, per le parole eccessive, sopra il rigo; che fa il paio con l’avarizia della conversazione, vuoti che il lettore deve colmare, come nelle poesie.”

Sulla Sicilia e il suo spirito, Bufalino scrive pagine importantissime, al pari di quelle di Sciascia. Un esempio per tutti: Capire la Sicilia significa per un siciliano capire se stesso, assolversi o condannarsi. Ma significa, insieme, definire il dissidio fondamentale che ci travaglia, l’oscillazione fra odio e amor di clausura. L’insularità non è una segregazione solo geografica, ma se ne porta dietro altre: della provincia, della famiglia, della stanza, del proprio cuore. Da qui il nostro orgoglio, la diffidenza, il pudore; e il senso di essere diversi.”

La carriera di Bufalino inizia formalmente nel 1981, quando pubblica altre raccolte di poesie (come L’amaro miele del 1982), saggi (Dizionario dei personaggi di romanzo. Da Don Chisciotte all’Innominabile del 1982), aforismi (Bluff di parole del 1994) e narrativa (Argo il cieco, ovvero i sogni della memoria del 1984; L‘uomo invaso e altre invenzioni del 1986 e Le menzogne della notte del 1988 che gli vale il premio Strega).

Una vita scandita da tempi originali quella di Bufalino, che si chiude in maniera improvvisa, beffarda, proprio nel momento della sua notorietà: il 14 giugno del 1996 con un incidente stradale, su una strada vicino casa che aveva percorso centinaia di volte, per tornare dalla moglie.

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