Giordano Bruno, guida al filosofo dal

Giordano Bruno, guida al filosofo dal "pensiero eretico"

Passeggiando per la città di Roma, tutti i visitatori arrivano prima o poi a Campo de’ Fiori, una piazza storica dove si tiene un famoso mercato e la sera si trasforma in punto di ritrovo per tantissimi ragazzi e ragazze. L’appuntamento che si dà è “sotto la statua“, opera di Ettore Ferrari, di Giordano Bruno inaugurata nel 1889.

L’illustre filosofo ha lo sguardo serio e accigliato che punta in linea d’aria il Vaticano. Dove oggi sta il monumento, nel febbraio del 1600 venne arso al rogo dall’Inquisizione il massimo esponente del naturalismo rinascimentale. Il suo pensiero, le sue opere, fondamentali per la conoscenza e il sapere occidentale, hanno trovato il giusto riconoscimento relativamente di recente, e per molto tempo sono state ostacolate dalla Chiesa.

La personalità di Giordano Bruno però è stata troppo complessa per ridurla a quella di nemico della religione: in questa breve guida vogliamo ripercorrere le vette più alte del suo pensiero filosofico, mostrando anche quale è stata la sua distinzione della religione e della filosofia, fino all’ultimo.

Bruno nasce a Nola, vicino Napoli, nel 1548. Ad appena quindici anni entra in convento, nel monastero di San Domenico. Qui inizia un percorso di studi filosofico dove approfondisce Aristotele, Platone e fa la conoscenza di Cusano e Copernico.

Si avvicina ai dogmi religiosi con il filtro della filosofia. Interpreta ad esempio lo Spirito santo “come anima dell’universo”, secondo il modo pitagorico. Seguace di Democrito e degli epicurei, afferma in un primo momento che la materia è la sola sostanza delle cose. Poi, dopo studi più approfonditi, si convince dell’importanza della forma.

Fugge dal convento di Napoli e si dirige a Parigi (passando per Ginevra dove si avvicina alla Chiesa protestante). Nella capitale francese compone la prima di molte opere fondamentali del suo naturalismo: il “De umbris idearum”, del 1582.

In tutte le cose c’è ordine e connessione e l’universo forma un solo corpo, un solo ordine, un solo governo

Il motivo centrale dell’opera è la corrispondenza tra l’universo e la mente umana: prendendo in esame la struttura unitaria del primo e il processo di unificazione delle conoscenze della seconda.

Le idee sono principi eterniimmutabili e stanno alla base dell’ordine “di tutte le cose”. Quello che nello spazio e nel tempo si muove, ogni singolo ente dell’universo, è l’ombra di una realtà ideale. La mente umana che ha in sé non le idee ma le ombre delle idee può però raggiungere la conoscenza. Come? Superando la molteplicità e il movimento nella ricerca dei principi ideali, in questo modo scopre il nesso che tiene insieme tutte le cose e rispecchia in sé la stessa struttura dell’universo. Questa unificazione non è un procedimento astratto, ma per Bruno è concreto, si ottiene attraverso nessi intellegibili.

Ruolo fondamentale per questo processo di unificazione è la memoria, le cui regole diventano criteri per fissare il nesso intellettuale e ideale. La confusione generata dalla molteplicità delle immagini viene risolta dalla memoria che connette le immagini ai concetti, rappresentando il reale simbolicamente.

Se gli dei si fussero degnati di insegnarci la teorica delle cose della natura, come ne han fatto favore di proporci la pratica di cose morali, io più tosto mi accostarei alla fede de le loro rivelazioni

Nell’83 Bruno si sposta a Londra per conto dell’ambasciatore francese. Qui pubblica le sue opere più importanti, redatte in lingua italiana. La prima è Cena delle ceneri.

L’opera, come le altre, è strutturata in forma di dialoghi, cinque per la precisione: l’argomento principale è la dottrina di Copernico che Bruno non si limita soltanto a difendere ma vuole integrare e perfezionare con una filosofia della natura perché Copernico, “più studioso della matematica che della natura, non ha possuto profondar e penetrar sin tanto che potesse a fatto toglier via le radici de inconvenienti e vani principii”.

L’integrazione più importante di Bruno alla dottrina copernicana riguarda l’universo che il filosofo di Nola definisce infinito, senza centro né circonferenza, perché è l’effetto di una causa infinita. Bruno è consapevole che la Bibbia parla invece di finitezza dell’universocentralità della terra, e dice: “Se gli dei si fussero degnati di insegnarci la teorica delle cose della natura, come ne han fatto favore di proporci la pratica di cose morali, io più tosto mi accostarei alla fede de le loro rivelazioni, che muovermi punto della certezza de mie ragioni e proprii sentimenti”. Con queste parole Bruno traccia un primo netto confine tra la filosofia (naturale) e le Sacre Scritture.

È dunque l’universo uno, infinito, immobile

Nel De la causa, principio e uno, Giordano Bruno vuole determinare i principi generali della realtà, dal punto di vista della filosofia naturale.

La premessa è quella di mettere da parte le considerazione su Dio, che si può conoscere solo attraverso la fede e la rivelazione e non con il “lume naturale”. Quello che interessa Bruno è ritrovare Dio nella natura, attraverso la contemplazione di quest’ultima.

Il primo principio di Bruno è quello dell’intelletto universale che “empie il tutto, illumina l’universo e indirizza la natura a produrre le sue specie”. L’intelletto è l’artefice che forma la materia e la figura da dentro. Bruno elabora una concezione animistica della materia, per la quale l’anima del mondo viene a identificarsi con la sua forma universale. La vita si trova in tutte le cose, tutte le cose sono dotate di anima e quindi non hanno imperfezioni.

Accanto alla forma c’è la materia che non è un “nulla”, un’assenza di determinazione, come credevano i filosofi precedenti, ma per Bruno è il secondo principio della natura: forma e materia sono indissolubili, anche se distinti.

“È dunque l’universo uno, infinito, immobile” e la conoscenza di questa unità dell’universo “è lo scopo e termine di tutte le filosofie e contemplazioni naturali”.

Perché ridurre a niente l’infinita potenza divina, limitandola a specchiarsi in una realtà finita?

Nel De l’infinito universo e mondi pubblicato a Londra nel 1584, Bruno torna sulle questioni dell’infinità dell’universo e a quella dell’esistenza di infiniti mondi simili al nostro. Per affermare l’infinità dell’universo dice: se questo fosse finito ci sarebbe una superficie esterna che lo separa dal vuoto, ma il vuoto è un’attitudine a ricevere il corpo; e per questo, come sarebbe un male che lo spazio che realmente contiene l’universo non fosse pieno, così sarebbe un male se tutto lo spazio non fosse pieno: “per conseguenza l’universo sarà di dimensione infinita”.

L’esistenza di infiniti mondi viene provata invece dalla considerazione che l’infinita potenza divina si rivela meglio in un numero infinito di mondi: “perché ridurre a niente l’infinita potenza divina, limitandola a specchiarsi in una realtà finita?” È assurdo pensare che nel momento della creazione egli abbia posto un limite a se stesso.

Bruno è consapevole che da una dottrina del genere, nella piena corrispondenza degli effetti dell’azione divina alla natura divina infinita, si può ricavare “una necessità delli effetti umani”, una prospettiva cioè di universale determinismo in cui naufraga ogni libertà individuale.

La verità non è inferiore a cosa alcuna

Nello Spaccio della bestia trionfante del 1584 Bruno espone la gerarchia dei valori che dovrebbe guidare la vita individuale e collettiva: al primo posto c’è la verità “che non è inferiore a cosa alcuna”, al secondo posto la provvidenza, l’ordine che governa il mondo, e la prudenza, il suo riflesso nella nostra conoscenza; al terzo posto c’è sofia, “la ricerca per vari gradi e scale”, e poi la legge, l’umanità e la magnanimità. Fondamentale per Bruno è che la nostra conoscenza sia dinamica, passando da una all’altra condizione; l’ideale per lui consiste nell’azione e nella reazione, nella diversità, nel processo, nella “vicissitudine”.

Molti rimangono contenti de cacciar de fiere selvatiche e meno illustri e la massima parte non trova da comprendere avendo tese le reti al vento e trovandosi le mani piene di mosche

Strettamente legato al concetto di dinamica della conoscenza, c’è quello de Gli eroici furori. I furori sono quelli che riguardano la vita contemplativa. L’amore di questo tipo non è racchiuso nella sensibilità, ma “dall’aspetto della forma corporale s’innalza alla considerazione della spirituale e divina”. Solo questo amore può aspirare a cose divine, il suo fine è “la divina bellezza”. L’amore sensibile è indirizzato agli uomini di “barbaro ingegno”. La conoscenza dell’universo è il più valido significato di tutta la vita.

Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell’ascoltarla

In seguito ad alcune osservazioni contro le teorie aristoteliche, Bruno è costretto a girovagare in diverse città della Germania. A Francoforte nel ’92 riceve l’invito del nobile veneziano Mocenigo a recarsi presso di lui e a quel punto viene denunciato al tribunale dell’Inquisizione e imprigionato per l’accusa di eresia.

Bruno però, coerentemente e in maniera sempre più intransigente, divide davanti al tribunale le sue dottrine filosofiche dalle questioni di fede. Si rimette all’autorità e al giudizio della Chiesa soltanto per quanto riguarda i suoi errori in materia di fede.

A Roma durante nuovi interrogatori, Bruno non vuole ritrattare nessuna delle proposizioni contenute nei suoi libri. Non sono enunciazioni teologiche, ma idee filosofiche. La condanna al rogo viene eseguita il 17 febbraio 1600. Secondo una testimonianza del tempo, negli ultimi istanti, Giordano Bruno “diceva che moriva come martire e volentieri”.

Per approfondire la figura di Giordano Bruno ti consigliamo la visione dell’omonimo film diretto da Giuliano Montaldo che vede Gian Maria Volontè nella parte del filosofo nolano

Immagine via Flickr