"L’innoscenza cominciò ccor primm’omo, e llí arimase": gli incantevoli sonetti del Belli

Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma.

Con queste semplici e chiare parole si apre l’Introduzione ai sonetti scritta da Belli il primo dicembre 1831. Il testamento di un intero popolo “dove la lingua, l’indole, il costume e la lingua ne fanno un popolo spontaneo, dalla natura viva ed energica”.

Ogni quartiere di Roma, ogni individuo fra’ suoi cittadini dal ceto medio in giù, mi ha somministrato episodi pel mio dramma: dove comparirà sì il bottegaio che il servo, e il nudo pitocco farà di sé mostra fra la credula femminetta e il fiero guidatore di carra.

“Tra le poche vette che emergono nel paesaggio collinare della poesia italiana in età romantica”, come ha scritto il critico Pietro Gibellini, spicca (insieme a Porta) quella di Gioacchino Belli. Oggi il riconoscimento della sua grandezza è unanime, ma è stato un traguardo arduo. L’aver scritto in dialetto è stato per molto tempo considerato un “difetto”.

Giuseppe Francesco Antonio Maria Gioacchino Raimondo Belli nasce il 7 settembre 1791. Tra i tanti nomi userà, almeno nella prima fase esistenziale e poetica, quello di Giuseppe. Peppe, anzi. “Peppe er tosto”, come firmerà i primi sonetti.

La madre, amante dell’eleganza e della mondanità, contrasta fortemente con l’attitudine severissima del padre. “Non mai lo vidi sorridermi, rado compiacermi, e sempre sollecito a mortificarmi”.

La vita dell’omo

Nove mesi a la puzza: poi in fassciola

tra sbasciucchi, lattime e llagrimoni

[…]

Poi comincia er tormento de la scola,

L’abbeccè, le frustate, li ggeloni,

[…]

Poi viè ll’arte, er diggiuno, la fatica,

La piggione, le carcere, er governo,

[…]

E pper urtimo, Iddio sce bbenedica,

Viè la morte, e ffinissce co l’inferno.

La parentesi storica in cui si muove il Belli, quasi interamente a Roma, va dal 1791 al 1863. Tanti i momenti storici di rilievo: la Rivoluzione francese, la Repubblica giacobina, l’epopea napoleonica, l’occupazione francese, il Risorgimento, la Restaurazione, la Repubblica romana. E poi l’illuminismo, il romanticismo, il classicismo.

Belli è il poeta che rispecchia più di chiunque altro questa complessità. Purista sia quando scrive in italiano che quando lo fa in dialetto. Il suo esordio letterario avviene a quattordici anni. Un componimento in lingua sulla vita rustica. Lui stesso la definirà una “porcheria buggiarona”. Prima della sua massiccia produzione dialettale, Belli compone 103 poesie.

Er decoro

Pussibbile che ttu cche ssei romana

Nun abbi da capí sta gran sentenza,

Che ppe vvive in ner monno a la cristiana

Bisoggna lasscià ssarva l’apparenza!

[…]

A sedici anni resta orfano di entrambi i genitori e viene accudito dallo zio. Sono anni difficili inizialmente spesi a vivere una vita scapigliata, “prestando intera fede alla religione de’ sensi”. Ma sono anche anni cruciali dove mette a punto il suo temperamento poetico.

Il 12 settembre 1816 sposa Maria Conti. Fino alla morte di lei (il 2 luglio 1837), sarà il periodo più sereno della vita di Belli. Dal punto di vista economico ed esistenziale. Abitano da lei, la sua famiglia è benestante. Belli ottiene un posto da impiegato all’ufficio del Bollo e registro. È una vita modesta (lontana dall’immaginario romantico) ma che gli permette di viaggiare. Uscire da Roma, finalmente, e raggiungere Milano. Una città che ama, anche attraverso le poesie dell’adorato Carlo Porta.

Belli scrive tantissimo. Su oltre 2000 carte trovano spazio appunti su letture di ogni genere. Questo Zibaldone mostra un’apertura mentale difficilmente riscontrabile in qualche altro poeta della cultura italiana. Legge anche testi proibiti, come quelli di Voltaire. Accanto ai grandi nomi, trovano spazio artisti oggi sconosciuti.

Dal 1830 circa smette di scrivere in lingua e sceglie di comporre soltanto in dialetto. Compone 2279 sonetti, per un totale di più di 32mila versi. Escludendo dal conteggio tutti quelli incompiuti. Quando la moglie muore, iniziano le preoccupazioni economiche. Sospende la fertile produzione poetica.

Li du’ ggener’ umani

[…]

Cristo creò le case e li palazzi

P’ er prencipe, er marchese e ‘r cavajjere,

E la terra pe nnoi facce de cazzi.

E cquanno morze in crosce, ebbe er penziere

De sparge, bbontà ssua, fra ttanti strazzi,

Pe cquelli er zzangue e ppe nnoantri er ziere.

La scrittura di Belli, come si può leggere in questi frammenti qui riportarti, è raffinata e complessa. I suoi sonetti non muovono dal dialetto, ma verso il dialetto. Una distinzione importante. Belli che era un purista della lingua sceglie la propria lingua d’arte dialettale. Usando per lo più i termini che accentuano la peculiarità fonetica del romanesco. Vuole trascrivere una “lingua abbietta e buffona”. I suoi protagonisti si lasciano dominare dalle passioni e dall’affetto. Il dialogo prodotto allora è sempre “conciso ed energico”. Vengono evitati i termini neutri. Molto meglio quelli potenti, emotivamente. È un linguaggio che, sempre il critico Gibellini, ha definito “tutto cose, teso all’evidenza plastica o materica dell’oggetto”.

Gli argomenti dei sonetti spaziano dai temi più bassi e volgari a quelli più alti, profondi. Quasi leopardiani. 

Li morti de Roma

[…]

Cc’è ppoi ‘na terza sorte de figura,

‘N’antra spesce de morti, che ccammina

Senza moccoli e ccassa in zepportura.

Cuesti semo noantri, Crementina,

Che ccottivati a ppessce de frittura,

Sce bbutteno a la mucchia de matina.

I sonetti sono stati scritti da Belli, così almeno ci sembra, per essere recitati ad alta voce. La grafia è pensata per la dizione. Questa rende complessa la lettura, anche per chi è romano.

Una delle questioni più dibattute sulla poetica del Belli è la sua interpretazione ideologica. Di chi è la voce dei suoi sonetti? È dei suoi personaggi oppure è quella del poeta che esprime attraverso “la maschera del popolano le massime e i principi suoi”?

Belli ha rigettato questa seconda accusa. I critici però non hanno mai trovato una risposta unica e soddisfacente. Tanto la lingua di Belli è complessa. Il modo migliore, ancora oggi, per apprezzare la sua opera è quello di accettare questa ambiguità per non abbandonarsi a una lettura superficiale.

Li soprani der monno vecchio

C’era una vorta un Re cche ddar palazzo

Mannò ffora a li popoli st’editto:

“Iö sò io, e vvoi nun zete un cazzo,

Sori vassalli bbuggiaroni, e zitto.

[…]

Per approfondire: tra le tante edizioni dei sonetti di Belli ti consigliamo quella curata da Pietro Gibellini per la casa editrice Mondadori. Raccoglie 500 sonetti oltre a una sezione bibliografica molto approfondita. Non è facile da trovare oggi. Ottima anche l’edizione Garzanti. Consigliamo inoltre l’ascolto del ritratto del poeta, realizzato per Wikiradio, dal critico Marcello Teodonio.

Immagine di copertina | Ettore Roesler Franz, Piazza delle Azimelle, 1880