La Grande Madre: l'origine femminile della nostra cultura

La Grande Madre: l'origine femminile della nostra cultura

Nel 1989 l’archeologa e linguista lituana Marija Gimbutas ha pubblicato il libro Il linguaggio della Dea. Frutto di una ricerca profonda sul valore fondativo della figura e dell’archetipo femminili, nella cultura occidentale (mesolitica e neolitica). Questo lungo saggio ha rivoluzionato la conoscenza che avevamo delle civiltà arcaiche europee, che mettevano la femminilità al centro. Attraverso un simbolo onnicomprensivo: la Grande Madre.

Una divinità primordiale che nel corso del tempo si è concretizzata in simboli e figure diverse, ma che ha sempre avuto delle caratteristiche comuni nei popoli arcaici. In queste civiltà matrilineari, la femminilità rappresentava interamente il ciclo vitale. Un humus aggregativo che è stato dominante per un lasso di tempo enorme: in Europa, almeno dal 35.000 a.C. al 3.000 a.C. circa.

La Grande Madre

Quando si parla del culto della Grande Madre, si affondano le radici nella storia delle prime culture umane organizzate. Probabilmente anche prima. Stando ai reperti e alle sculture che la rappresentavano—le cosiddette Veneri Steatopigie, figure con caratteristiche femminili di fertilità accentuate (grandi seni, larghi fianchi)—si pensa che questa figura risalga addirittura al paleolitico.

In tutte le sue forme, comunque, questo simbolo femminile rappresenta l’intero ciclo vitale. La nascita, lo sviluppo, il decadimento, la morte e la resurrezione. La femminilità, quindi, per i popoli antichi non era soltanto fonte di vita: rappresentava la vita nella sua totalità. Un simbolo al tempo stesso umano e cosmico. Un filtro attraverso il quale inquadrare la natura e il mondo. Era il centro della concezione umana del divino, e per forza di cose aveva una doppia valenza: sia positiva, che negativa. Perché totalizzante.

Gimbutas nel corso del suo studio, analizzò approfonditamente reperti provenienti dalla aree più disparate dell’Europa. Statue e simboli rinvenuti nel bacino del Danubio, o nel nord della Grecia: mettendo insieme oltre 2000 manufatti.

I suoi studi la spinsero a ipotizzare che in Europa e in Asia Minore (l’antica Anatolia) tra il 7.000 e il 3.000 a.C. fosse esistita una società in cui l’uguaglianza di genere era totale nella vita quotidiana, ma in cui le donne rivestivano un ruolo spirituale dominante. Perché l’intera relazione con la parte divina della vita era affidata a loro.

E i suoi studi hanno poi alimentato ricerche che dimostrano quanto la Grande Madre fosse presente, con diverse forme, anche nell’occidente più estremo. Come ad esempio nella cultura celtica, dove esisteva il mito della Dea Bianca. Una dimostrazione del fatto che la matrilinearità delle culture antiche si estendeva in tutti gli spazi euromediterranei.

La trasformazione del mito

L’esplosione demografica europea, che diede inizio alla formazione delle prime civiltà agricole e della stratificazione della società, espose la figura originale della Grande Madre a una serie di mutamenti. In conseguenza della nascita dei politeismi delle società classiche. Il divino femminile si moltiplicò in un numero sempre maggiore di simboli e di dee (anche se in molte culture, per diverso tempo, rimase un simbolo unico da venerare). Che si collegavano fra loro tramite un complesso rimando fra antico e nuovo.

Le nuove figure divine femminili si suddividevano in ambiti. Quasi descrivendo la specificazione in cui poteva mostrarsi la Grande Madre originaria. C’erano le figure divine femminili che incarnavano l’amore sensuale (come IshtarAstarte, e Afrodite); quelle che incarnavano la fertilità della natura e della vita (Demetra, Cerere e Proserpina); o quelle che incarnavano le arti e la caccia (Kubaba, Cibele e Artemide).

Ma pur frammentandosi, la figura femminile originaria è comunque sopravvissuta nel tessuto generale della cultura religiosa e spirituale occidentale. Soprattutto nei simboli. I vasi, le coppe, i triangoli rovesciati: gran parte dei simboli utilizzati dagli uomini per rappresentare il divino sono derivazioni degli attributi femminili. Che riportano direttamente alle caratteristiche della Grande Madre.

L’archetipo della Grande Madre

La Grande Madre rimane stabilmente alla base della cultura occidentale come archetipo. Gustav Jung, lo psicologo che si è occupato maggiormente del ruolo delle figure archetipiche all’interno della cultura e dell’inconscio collettivo, intravede nella Grande Madre l’archetipo fondativo. Quello che sta all’origine di ogni cosa.

Che genera la vita, che genera la conoscenza e la crescita, che seduce e porta alla perdizione, che conduce inevitabilmente al destino umano della morte naturale. È il paradigma totalizzante degli archetipi. Perché la vita è fatta di nascita e creazione, ma anche di distruzione e morte.

Nella sostanza, la Grande Madre è un simbolo attraverso cui gli uomini hanno sempre cercato di riassumere la propria conoscenza e il proprio rapporto con la vita. E che si genera continuamente anche oggi, nonostante il modello patriarcale imperante: nella concezione secondo cui la natura va protetta e conservata perché unica fonte di vita e fertilità. Nella convinzione che la conoscenza nasca sempre dal bisogno di perpetrare la vita: spinta che porta al progresso.

Per approfondire

Come abbiamo accennato all’inizio di questo articolo, una lettura necessaria per poter approfondire il mito della Grande Madre è sicuramente Il linguaggio della dea, di Marija Gimbutas. Di cui poi puoi leggere anche i saggi successivi, sempre sullo stesso argomento. Come Le dee viventi.

Immagini: Copertina