Grazia Deledda: l'unica scrittrice italiana che ha vinto il premio Nobel

Grazia Deledda: l'unica scrittrice italiana che ha vinto il premio Nobel

Nella storia della letteratura italiana sono state molte le donne che hanno lasciato un segno indelebile—scrittrici e poetesse come Alda Merini e Natalia Ginzburg—ma fra i sei scrittori italiani che si sono aggiudicati il premio Nobel c’è n’è stata soltanto una: Grazia Deledda.

Sebbene da molti critici inquadrata nel novero degli autori che fanno parte del movimento Verista, in realtà questa scrittrice nel corso della sua carriera ha messo a punto una poetica peculiare e originale che ne ha caratterizzato la produzione.

Nata a Nuoro, in Sardegna, il 27 settembre 1871 Grazia cresce in una famiglia numerosa, agiata economicamente e con restrittivi valori religiosi imposti dal padre. Le figlie della famiglia Deledda non hanno la possibilità di uscire di casa e confrontarsi con il mondo esterno durante l’infanzia e l’adolescenza, e Grazia comincia così a coltivare un piacere solitario che la consola: la lettura.

A soli 17 anni invia un suo racconto alla rivista letteraria Ultima moda, e comincia così una proficua collaborazione con varie testate di settore, pubblicando altri racconti e poesie. Il vero e proprio inizio della sua carriera, comunque, si può datare nel 1892, anno in cui pubblica il romanzo Fior di Sardegna.

Il libro ottiene delle ottime recensioni, e nel 1895 la casa editrice Cogliati pubblica il suo secondo romanzo: Anime Oneste. E l’anno successivo anche il terzo, La Via Del Male. Nel 1896, dopo essersi sposata con un funzionario del Ministero delle Finanze conosciuto a Cagliari, si trasferisce a Roma, e corona il suo sogno di abbandonare la provincia sarda, di cui non ha mai condiviso la mentalità tradizionale.

In questo periodo comincia una collaborazione con la rivista letteraria Nuova Antologia, e pubblica a puntate due romanzi: Il Vecchio della Montagna e Elias Portolu.

L’inizio del Novecento segna anche la nascita del nucleo familiare di Deledda: dopo la nascita del primo figlio, la scrittrice mette a punto una routine domestica che le consente di continuare a scrivere ogni pomeriggio. È un periodo di grande prolificità, e nel 1904 esce il romanzo Cenere, da cui verrà tratto anche un film.

Dal 1910 al 1919, poi, pubblica con una frequenza impressionante: Il nostro padrone e Sino al confine (1910), Colombi e sparvieri (1912), Canne al vento (1913), Le colpe altrui (1914), Marianna Sirca (1915), Il fanciullo nascosto (1916) e La madre (1919). I suoi lavori seguono tutti lo stesso iter di pubblicazione, prima passando per le riviste, e poi pubblicati dalla casa editrice Treves.

Dopo aver pubblicato Il Dio dei viventi, nel 1922, è chiaro a tutti che la prima impronta di Verismo da cui era partita la carriera della scrittrice è ormai un ricordo: al centro dei lavori di Deledda ci sono i sentimenti che innervano gli esseri umani, e le intricate relazioni che questi causano.

Il 10 settembre 1926  riceve il Premio Nobel per la Letteratura, prima e unica donna fra gli italiani, con la seguente motivazione: “Per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi”.

A questo punto, però, comincia un lento declino artistico: dopo aver sperimentato periodi di grande prolificità e ispirazione, i lavori di Grazia Deledda cominciano a mostrare segni di affaticamento. All’inizio del 1936 pubblica il suo ultimo romanzo, La chiesa della solitudine: muore pochi mesi dopo, a causa di una malattia che la perseguitava da tempo. Oggi un cratere di Venere porta il suo nome.

Immagini: Copertina