Essere una donna nella boxe italiana: la storia di Sirine Charaabi, promessa del ring

Essere una donna nella boxe italiana: la storia di Sirine Charaabi, promessa del ring

Le pagine più belle sulla boxe sono state scritte da una donna: Joyce Carol Oates. La sua raccolta di saggi, intitolata “On Boxing“, oltre a essere una lettura imprescindibile per gli appassionati della “nobile arte“, è una lezione per tutti quelli che credono che il pugilato sia uno sport da uomini.

La vita è come la boxe in molti particolari inquietanti. Ma la boxe è soltanto come la boxe.

Quando Joyce, bambina, andava con il padre a vedere gli incontri, il pugilato effettivamente era uno sport maschile. Sul ring salivano gli uomini e, nella trita retorica giornalistica degli anni cinquanta e sessanta, le donne, tra il pubblico, al massimo piangevano spaventate o erano rapite dalla forza bruta e virile degli atleti. L’idea che anche loro potessero combattere era fantascientifica.

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Donne che scherzano in spiaggia, inscenando un incontro di boxe. Via

Oggi le cose sono cambiate, ma le difficoltà non sono scomparse. Ce lo dimostra la singolare storia di Sirine Charaabi, 19 anni, arrivata in Italia dalla Tunisia a due: autentica promessa della boxe italiana, non può rappresentare il nostro Paese perché non ha la cittadinanza. In questo post raccontiamo la sua sfida, e quella più ampia delle donne nel pugilato.

La nascita del movimento pugilistico femminile

Fino agli anni Novanta le donne non avevano il permesso di combattere su un ring. Si potevano allenare nelle palestre, ma non potevano gareggiare ufficialmente. Negli anni settanta a New York vengono tesserati i primi arbitri donna, ma le pugili dovranno aspettare ancora qualche anno.

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Due donne si divertono con il sacco di velocità. Via

Nell’aprile del 1987, Marian Trimiar inizia uno sciopero della fame che durerà mesi per ottenere un riconoscimento maggiore per le condizioni delle boxeur donne. Marian è stata la prima pugilessa a chiedere la licenza nello Stato di New York, ottenendola anni dopo una lunga battaglia legale.

Fino a quando le donne non otterranno più riconoscimenti, combatteremo sempre da principianti per il resto della nostra vita. Non ci sarà futuro.

All’inizio degli anni Novanta cominciano a essere rilasciate le prime licenze da parte degli Stati americani. Ma è stata l’associazione pugilistica svedese, nel 1988, la prima a revocare il divieto alle donne di praticare questo sport, iniziando a promuovere i primi incontri di pugilato dilettantistico femminile.

Il 16 aprile 1992, dopo una battaglia legale durata sette anni nel tribunale del Massachusetts, a Gail Grandchamp viene riconosciuto il diritto di “diventare” una pugilessa. Il giudice della Corte Suprema ritiene “illegale e discriminatorio” negare a qualcuno, in base al sesso, la possibilità di praticare la boxe. Il suo precedente è un apripista per le atlete di tutto il mondo. Come Dallas Malloy che segue l’esempio di Gail a soli sedici anni. Vincendo una causa al tribunale federale per discriminazioni sessuale. Generando a sua volta pubblicità, sia a livello nazionale che internazionale, per tutte le ragazze che vogliono praticare la boxe. Malloy sarà, insieme a Heather Poyner, la prima pugilessa a combattere nello stato di Washington. E così, un tassello dopo l’altro, sempre più sportive possono finalmente vedersi riconosciuto un diritto sacrosanto.

L’AIBA, l’Amateur International Boxing Association, revoca il divieto nel 1994. Il primo vero incontro di boxe femminile viene ritenuto quello del 1996 tra Christy Martin e Deirdre Gogarty.

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Incontro di boxe tra Chris Namús e Leticia Rojo. Via

Il 24 novembre del 2001 si tengono i primi campionati mondiali di pugilato dilettanti femminili. A Scranton, in Pennsylvania, a conquistare il titolo mondiale dei pesi mosca c’è un’italiana. Una pioniera della boxe femminile: Simona Galassi. Oltre a quell’oro, ne vincerà altri. Da professionista è stata campionessa del mondo e si è battuta per una cintura mondiale a 43 anni.

La boxe femminile in Italia

L’impresa di Simona Galassi a Scranton risalta ancora di più se associata a un dato storico. In Italia, il movimento pugilistico femminile è stato riconosciuto proprio in quel 2001. La prima pugilessa italiana tesserata è stata Maria Moroni. Prima del 2001, per praticare la boxe Maria era stata costretta a tesserarsi con la federazione croata e poi con quella americana. Poter gareggiare in Italia, ha detto in un’intervista anni dopo al Fatto quotidiano:

È stata la fine di una discriminazione. Perché la boxe può piacere o no, ma devi dare alle donne la possibilità di scegliere se vogliono salire sul ring.

Moroni è stata poi eletta, prima donna, al consiglio federale FPI (in quota atleti). Ma la strada per un riconoscimento paritario in quota dirigenti (all’interno della Federazione) è ancora lunga, come ha scritto Lidia Baratta su Linkiesta.

Nel 2012 è stato compiuto un altro importante passo in avanti: la boxe femminile è stata inserita all’interno del programma delle Olimpiadi. Irma Testa, una delle più forti boxeur mondiali, è stata la prima italiana a partecipare a una Olimpiade, quella di Rio nel 2016.

Secondo quanto riportato da Claudia Ricifari sul sito Realtime:

In Italia, le tesserate nel 2017 ammontano a 4887, contro le 120 del 2013. Mentre quelle amatoriali, in un solo anno, sono passate da 250 a 2300.

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Incontro di boxe tra Rhonda McGee e Patricia Cuevas. Via

Il ring è il posto in cui si è tutti uguali (o quasi)

Proprio mentre nasceva il movimento pugilistico femminile italiano, dalla Tunisia, la famiglia Charaabi si trasferiva Caserta. Sirine Charaabi, la figlia, aveva appena due anni. Oggi è una campionessa di pugilato di 19. È stata selezionata dalla Nazionale italiana quando ne aveva 14, il suo sogno è quello di partecipare alle Olimpiadi, “il culmine”, ha detto in un’intervista a Hello! World: “della carriera di ogni atleta”. E combattere sul ring portando sulle spalle i colori italiani. Quello che oggi impedisce a Sirine di farlo è “un pezzo di carta”, come lo chiama lei: non aver ancora ottenuto la cittadinanza italiana.

Sirine ha frequentato, dall’asilo al quinto anno delle superiori, la scuola italiana. Se la senti parlare non puoi non notare l’accento campano. A cinque anni e mezzo entra per la prima volta in una palestra di boxe a San Prisco. È il cugino, con il quale ha un ottimo rapporto, ad avvicinarla a questa disciplina. A casa, i due si guardano i video di vecchie glorie del pugilato. Il suo idolo è Muhammad Ali.

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Sirine Charaabi, campionessa italiana

La boxe “è uno sport da maschi”

La madre, all’inizio, non vuole. “Potresti farti male, è uno sport da maschi” le dice. Sirine si ferma per un anno, per il volere di lei. Sarà il papà a convincere la moglie:

Oggi mia madre è quella che mi supporta di più, mi aiuta soprattutto nelle preparazioni. È lei che cura la mia dieta prima di un match e mi sveglia la mattina per andare ad allenarmi. È come se lo praticasse anche lei.

I primi successi arrivano presto, appena Sirine può salire su un ring a combattere. A 14 anni vince il suo primo torneo, fondamentale “per capire che quello che stava facendo era giusto”. L’anno dopo si riconferma campionessa. I match che disputa sono meno rispetto a quelli dei suoi coetanei maschi. “Non perché non voglio combattere, ma perché l’organizzazione degli incontri femminili non è semplice”. Le prestazioni convincenti attirano presto l’interesse degli osservatori della Nazionale. A 14 anni viene convocata al raduno per la preparazione, “convinta che non ci fossero problemi”. Ma presto scopre di non poter prendere parte al torneo. Non ha la cittadinanza italiana.

È stato complicato accettare di essere convocata dalla Nazionale, ma non indossare la maglia azzurra non perché non vali, ma per questioni burocratiche…

La lettera al Presidente della Repubblica

Mi sento parte di questa società, in compagnia, con gli amici non sento nessuna differenza tra me e loro perché non c’è veramente alcuna differenza.

Ma perché Sirine non ha ancora ottenuto la cittadinanza italiana? La legge in materia di cittadinanza (la n.91 del 1992) prevede che in caso di genitori stranieri sia necessario aspettare la maggiore età per inoltrare la domanda, e attendere poi che la richiesta venga accolta. Anche se si è nati o cresciuti in Italia.

Nel maggio 2017 Sirine ha iniziato l’iter, e poi non ha più saputo nulla. Ha bisogno di accelerare i tempi per poter gareggiare ai Mondiali e non sprecare troppo tempo. In questa sua battaglia, ha provato a coinvolgere anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, lanciando una petizione online. “Solo lui può concedermi la cittadinanza per meriti sportivi”.

Mi chiamo Sirine Charaabi, sono nata in Tunisia. Ho la stessa storia dell’atleta Yassine Rachik, sono una pugile di interesse nazionale, sono due volte campionessa italiana junior e vincitrice del “Guanto d’oro”, ho combattuto in diversi dual match contro la Francia, la Romania. A maggio compirò 18 anni e farò la richiesta di cittadinanza. Il mio obbiettivo è il mondiale che si terrà a novembre in India. Ho aspettato quattro anni per richiedere la cittadinanza ora vorrei si realizzasse il mio sogno: indossare la maglia AZZURRA.

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Sirine Charaabi mentre si allena nella sua palestra di San Prisco

La lotta di Sirine e di molti altri

Lo ius soli—e nel caso di Sirine—lo ius culturae (“Il principio che lega la cittadinanza al fatto di aver frequentato le scuole nel Paese dove si risiede prima dei 12 anni”) permetterebbero ai figli di stranieri nati o cresciuti qui di essere cittadini italiani. Risolvendo un problema che Sirine condivide con tantissimi ragazzi italiani di seconda generazione.

A oggi del futuro di questa legge non c’è certezza. Nel suo iter è ancora ferma al Senato. Sirine non ha ricevuto risposta da parte del Presidente della Repubblica e teme che la sua petizione non gli sia neanche mai arrivata. Soltanto la Federazione pugilistica italiana e il CONI le sono vicini.

La cittadinanza italiana le permetterebbe non soltanto di vincere un titolo internazionale con la maglia azzurra, ma poter progettare il suo futuro, partecipando a concorsi militari o civili.

Questo “pezzo di carta”, come dice Sirine, non c’entra niente con lo sport. Lei in palestra non si è mai sentita esclusa, o emarginata. Neanche un giorno. Neanche come donna.

Non ho mai sentito nessuna diffidenza, non ho mai avuto problemi di integrazione. I miei compagni mi hanno sempre fatto sentire una di loro e la palestra è diventata una seconda casa.

Sul ring siamo tutti uguali e, come amava dire Mike Tyson, “fuori dal ring è tutto così noioso”. La frustrante burocrazia contro cui sta combattendo Sirine è la conferma.

Per approfondire

Nel 2004 è uscito al cinema Million Dollar Baby, il film, diretto e interpretato da Clint Eastwood, dedicato al mondo della boxe femminile. Ti consigliamo di vederlo per farti un’idea dei sacrifici cui devono far fronte le atlete nel mondo del pugilato. E di rivederlo alla luce della storia di Sirine. A un certo punto del film, Eddie Dupris, interpretato da un indimenticabile Morgan Freeman, guardando Maggie boxare al sacco, sembra descriva la parabola della diciannovenne:

Se c’è una magia nella boxe è la magia di combattere battaglie al di là di ogni sopportazione, al di là di costole incrinate, reni fatti a pezzi e retine distaccate. È la magia di rischiare tutto per realizzare un sogno che nessuno vede tranne te.

Da leggere, invece, la raccolta di saggi “Sulla boxe” di Joyce Carol Oates, pubblicata in Italia da 66thand2nd nella bella traduzione di Leonardo Marcello Pignataro. Per seguire le orme di Muhammad Ali, come Sirine e suo cugino, leggi “Il re del mondo. La vera storia di Cassius Clay alias Muhammad Ali” di David Remnick. Fondamentale per comprendere come la boxe possa essere uno strumento d’integrazione e riscatto sociale. Da consultare in biblioteca, perché difficile da reperire in libreria, è il libro biografico “A modo mio”, scritto da Dario Torromeo e Flavio Dell’Amore, incentrato sulla figura della grande pugilessa italiana Simona Galassi.