Haiku: la splendida poesia giapponese che racchiude il mondo in un istante

Haiku: la splendida poesia giapponese che racchiude il mondo in un istante

Esiste una tradizione poetica in cui l’arte consiste nell’esprimere perfettamente un’impressione: è quella dell’haiku giapponese.

Deponendo il proprio ego, il poeta trasforma la natura in “fragile essenza di apparizione”, secondo le parole di Roland Barthes. E nello spazio di un haiku ci sembra di riconoscere alcune delle indicazioni di Italo Calvino contenute nelle Lezioni Americane: leggerezza, esattezza, visibilità, e soprattutto rapidità. L’haiku infatti, come probabilmente già sai, è brevissimo.

Che cos’è un haiku

Silenzio:
graffia la pietra
la voce delle cicale

(Matsuo Bashō)

Di modeste dimensioni, attraverso l’apparentemente impersonale resoconto di un’impressione, l’haiku induce il lettore a un’esperienza sensoriale. Grazie soprattutto ai riferimenti alla natura, spesso precisi indicatori delle stagioni dell’anno.

Hiroshige - Bagliori del tramonto a Seta

Hiroshige – Bagliori del tramonto a Seta

Gli “affetti” o stati d’animo che l’haiku trasmette sono codificati nella cultura giapponese: sabi, wabi, aware, shibui e yûgen. Termini che coprono un ampio spettro semantico, non facilmente traducibili.

Sabi è una sorta di classico e sereno equilibrio nella contemplazione, favorito da calma e solitudine.

Nella sera luccica
il ventre delle trote
nell’acqua bassa

(Uejima Onitsura)

Se wabi richiama una malinconia semplice, disadorna e transitoria, shibu indica l’educata eleganza, la compostezza senza tempo: quella della cerimonia zen del tè. Yûgen evoca invece l’indistinto, il “velo” che ricopre le cose rendendo la loro percezione sfumata, misteriosa. Come nel seguente haiku:

È primavera
Una collina che non ha nome
Velata nel mattino

(Matsuo Bashō)

Hiroshige - Kameido, il giardino dei susini (particolare)

Hiroshige – Kameido, il giardino dei susini (particolare)

Mono no aware è invece un senso di desolazione acuita dalla partecipazione alla bellezza della natura e, allo stesso tempo, dalla compassione per le cose e la storia. Considerato il sentimento dominante del Genji monogatari, l’aware è una condizione comune al genere umano in ogni epoca. Si può rispecchiare nel concetto virgiliano di Lacrimae rerum (letteralmente, lacrime delle cose), e, acutizzato, avvicinarsi al Weltschmerz (dolore cosmico) nominato per la prima volta dal romantico tedesco Jean Paul. Insinuandosi anche nei versi di Emily Dickinson: “Tutte le cose spazzate via e sole / Questa è l’immensità”.

Questo mondo come goccia di rugiada –
È forse una goccia di rugiada,
Eppure – eppure –

(Kobayashi Issa)

Hiroshige - Nevicata serale a Kambara

Hiroshige – Nevicata serale a Kambara

Com’è fatto un haiku

L’haiku, fiorito nel periodo Edo (1603-1868), ha origini incerte. Probabilmente deriva dalla sezione iniziale (hokku) dell’antico componimento a più mani rengaE dai primi tre versi della struttura poetica denominata tankaIn entrambi i casi, ci troviamo davanti a tre versi di 5, 7, 5 morae ciascuno. La mora, differente dalla sillaba, è unità di misura della quantità, appunto, di una sillaba: del tempo che ci vuole a pronunciarla. Ad esempio, la parola “Tōkyō”, che appare bisillabica, è lunga ben quattro morae (to-u-kyo-u). Se apriamo un’antologia italiana di haiku, troveremo il testo giapponese in traslitterazione rōmaji (caratteri latini), e la traduzione italiana, che, per fedeltà ai significati dell’originale, spesso non segue una struttura di tre versi di 5-7-5 sillabe.

Solitamente gli haikai contengono il kigo, una parola che rinvia a una delle stagioni. Può essere il nome che identifica la stagione stessa, o una metonimia. In quest’ultimo caso il bacino di parole disponibili si amplia indefinitamente: animali, frutta, festività, agenti atmosferici, pietanze. L’inserimento del kigo è uno strumento, non sempre utilizzato, grazie a cui l’haijin—autore di haiku—può in un certo senso “scrivere il tempo” e il suo fluire.

Si avvicina l’autunno
vado col cuore alla stanza
di quattro tatami e mezzo

(Matsuo Bashō—”quattro tatami e mezzo” è la lunghezza standard della stanza per la cerimonia del tè)

Hiroshige - Luna autunnale presso il tempio di Ishyama

Hiroshige – Luna autunnale presso il tempio di Ishyama

La parola e il silenzio

Secondo il poeta veneto Andrea Zanzotto, che scrisse un libro di haikai (o pseudo-haikai) in inglese, “Haiku per una stagione“, gli haiku, date le loro caratteristiche, “hanno quasi l’aria di ‘scusarsi’ dell’esserci”. Fugace, allo stesso tempo unitario e frammentario, l’haiku d’altronde allude anche al silenzio. Come nel più celebre componimento di Matsuo Bashō:

Nel vecchio stagno
una rana si tuffa
il rumore dell’acqua

Questo haiku contiene un kireji, brevissima parola (ya, in questo caso) che non significa nulla. Indica semplicemente una sospensione “sonora”. In italiano il senso dei kireji è solitamente assorbito nell’a capo del verso. Talvolta la parola è tradotta con un punto esclamativo o un trattino (come nell’haiku di Kobayashi Issa che puoi leggere più su).

La “rana” di Bashō è molto celebre. Te ne parla anche Goffredo Parise nei suoi diari giapponesi (L’eleganza è frigida), definendo la lettura di questo haiku “uno dei momenti più stralunati e alti” della vita, che solo il Giappone può regalare.

Hiroshige - Fiera equina di inizio estate

Hiroshige – Fiera equina di inizio estate

L’haiku e gli scrittori occidentali

Gli haikai hanno affascinato moltissimi occidentali, da Ezra Pound e Rainer Maria Rilke fino ai poeti beat Allen Ginsberg e Jack Kerouac. Quest’ultimo scrisse molti haiku, alcuni raccolti in un’antologia pubblicata in Italia. Gli haiku di Kerouac sono degli ibridi. Sedotto dalla spontaneità di questa forma poetica, lo scrittore lo piega verso immagini, suoni e sensazioni tipicamente americane. Con tanto di tromboni jazz, paesaggi rurali o industriali, campi da baseball.

Empty baseball field
a robin
hops along the bench

Campo di baseball vuoto
un pettirosso
saltella per la panchina.

(Jack Kerouac) 

Hiroshige - Pioggia fitta su un pino

Hiroshige – Pioggia fitta su un pino

I poeti italiani fin dal primo Novecento si interessarono alla poesia giapponese. Gabriele D’Annunzio scrisse un magnifico componimento ispirato alla metrica del tanka, “Outa Occidentale“. I poeti ermetici, per l’icasticità dei loro versi, intrattengono relazioni con la forma dell’haiku. Ed è subito sera di Salvatore Quasimodosecondo alcuni, avrebbe il respiro di un haiku. E anche alcune lampeggianti liriche “analogiche” del giovane Giuseppe Ungaretti, come Notte di maggio, da Allegria di Naufragi del 1919:

Il cielo pone in capo
ai minareti
ghirlande di lumini 

(Giuseppe Ungaretti)

Hiroshige - barche da pesca su un lago

Hiroshige – Barche da pesca su un lago

Il più celebre haijin è stato Matsuo Bashō. In quest’antologia trovi molti bellissimi haiku, da Bashō all’Ottocento.

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