Henri Matisse, il pittore che ha reso immortale la danza

Henri Matisse, il pittore che ha reso immortale la danza

Senz’altro, ti sarà già capitato di imbatterti nel quadro che campeggia qui sopra. Si chiama “La danse” (la danza): rappresenta il ballo frenetico di cinque figure, ma in realtà è stato realizzato per mettere maggiormente in risalto l’armonia tra colore e ritmo delle forme. Lo ammise in una intervista su Nouvelles del 12 aprile 1909 lo stesso autore Henri Matisse, il quale specificò che si era fatto travolgere dall’azzurro “del cielo, il rosa dei corpi, il verde della collina”.

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De “La danza” esistono due versioni. Entrambe sono conservate attualmente in due dei più grandi musei di storia contemporanea: la prima all’Ermitage di San Pietroburgo; la seconda al Museum of Modern Art di New York. I dipinti, insieme a “La musica”, rappresentano al meglio l’irrequietezza e l’energia che Matisse cercava di trasmettere puntualmente nelle sue opere—caratteristiche molto distanti dalla pacatezza e dalla timidezza che contraddistinguevano l’artista nel quotidiano.

Oggi Henri Matisse (1869-1954)  è considerato il massimo esponente degli artisti che il critico d’arte Louis Vauxcelles nel 1905 definì “Fauves” (belve). Il concetto, per nulla negativo come si potrebbe pensare, si riferiva a tutti quei pittori che erano soliti usare i colori in modo netto, senza proporre troppe sfumature.

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Per capire meglio l’approccio fauvista del pittore francese, bisogna guardare anche alla sua biografia. Dopo aver studiato legge a Parigi e iniziato a lavorare come impiegato statale, durante un periodo di convalescenza Matisse maturò la consapevolezza che avrebbe dovuto dedicare la sua vita all’arte. Così decise di lasciare tutto, per iniziare a frequentare i pittori dell’epoca, tra cui Pablo Picasso. Il pittore spagnolo era più giovane di 12 anni, ma la differenza d’età non ostacolò mai la proficua amicizia che si venne a creare fra i due.

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Inoltre, Matisse si sposò due volte: la prima con la modella Caroline Joblau, da cui ebbe la figlia Marguerite (soggetto di molte sue opere); la seconda con Amélie Noelie Parayre da cui ebbe altri due figli. Nel frattempo, intraprese diversi viaggi—in Marocco, Algeria, Russia—per accumulare esperienza e ispirazione. Un bagaglio che userà per realizzare quello che definì l’ultimo “capolavoro della sua esistenza”: la Chapelle du Saint-Marie du Rosaire in Costa Azzurra, ultimata nel 1951.

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