I briganti, una ferita profonda nel meridione italiano

I briganti, una ferita profonda nel meridione italiano

Si è fatta l’Italia senza averla mai studiata né conosciuta.

Così Massimo d’Azeglio scriveva in una lettera datata 1864, riassumendo le conseguenze nefaste della politica unitaria di Cavour:

Ora scontiamo noi la sua ignoranza delle varie parti della penisola. Voler agire su un paese senza averlo neppure veduto, è questo un problema che nessun gran talento basta a risolvere.

Nei manuali di storia d’Italia la “questione del Mezzogiorno” tra gli Stati preunitari ha quasi sempre lo spazio di un solo capitolo. In questa breve parentesi storica viene trattato anche il fenomeno dei “briganti”, risolto forse troppo sbrigativamente come banditismo.

L’approssimazione con la quale l’accademia ha affrontato, troppo spesso, questo tragico momento di storia risorgimentale ha fatto, d’altra parte, fiorire una storiografia parallela, non rigorosa né imparziale, che racconta di una ferita ancora aperta nel cuore di alcuni italiani del sud. 

D’altro canto, è sempre lo stesso d’Azeglio che ne I miei ricordi ebbe modo di osservare:

Pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’italiani.

Una premessa: è impossibile raccontare nelle poche righe di un articolo un momento così importante per la storia dell’Unità d’Italia. Si è voluto soltanto dare delle linee generali e consigliare un percorso di approfondimento.

All’alba dell’Unità d’Italia

L’Unità d’Italia, che oggi viene per lo più celebrata come una conquista straordinaria, opera dell’ingegno di Cavour, Vittorio Emanuele II di SavoiaGaribaldi e altre grandi personalità del Risorgimento, non è stato affatto un processo semplice e lineare.

Nel 1854, per fare un esempio emblematico, Cavour riteneva “folle” la possibilità di riunire gli Stati sotto un unico sovrano. Lui stesso non era mai sceso più giù di Firenze. La maggior parte delle notizie che gli arriveranno dal Meridione sarà opera dei suoi corrispondenti. E quindi di seconda, e in alcuni casi di terza mano. Questo perché i rapporti tra gli Stati preunitari erano molto blandi e poco costruttivi. 

Viaggiatori assaliti dai briganti, dipinto di Bartolomeo Pinelli, 1817. Via

Viaggiatori assaliti dai briganti, dipinto di Bartolomeo Pinelli, 1817. Via

In particolare si era creata una profonda spaccatura tra il Regno delle Due Sicilie, guidato da Ferdinando II Borbone e il resto del Paese. Cavour in questi anni viene a sapere dai suoi corrispondenti che la situazione al sud è “ingovernabile”. L’incomunicabilità tra gli Stati sarà complicata dalle sue scelte politiche e militari. Per risolvere la complessa situazione del sud, infatti, viene usata quasi sempre la forza. Cavour stesso darà ordine:

Se si tentano disordini reprimeteli con la forza.

Se all’inizio, l’intento politico di Cavour era quello di decentrare il potere, per permettere agli Stati di autogovernarsi, la versione che gli arriva dal sud lo preoccupa. E decide per un immediato accentramento amministrativo. L’integrazione forzata e istantanea porterà a risultati devastanti per la popolazione meridionale.

Il fenomeno del brigantaggio

Non soltanto il Piemonte, ma anche il resto del Paese era allarmato dalla prossima annessione del Regno delle Due Sicilie. Allora quel Regno veniva giudicato senza mezzi termini come “inferiore e degradato”. Le popolazioni del nord erano spaventate anche dal fenomeno allora diffuso del brigantaggio

Il brigantaggio è stato un grosso ostacolo all’Unità d’Italia. Fu il risultato da una parte dell’azione di Francesco II di Borbone che manovrò la sua diffusione con l’intento di riconquistare il suo Regno. Ma dall’altra parte si intensificò per il dilagare del malcontento delle popolazioni contadine rispetto ai “nuovi sovrani”. Troppa era ancora la disoccupazione e all’ordine del giorno le usurpazioni delle terre demaniali. La completa incomunicabilità tra il sud e il governo piemontese diede vita a tensioni gravissime e anni tragici. 

Il fenomeno del brigantaggio assunse nel 1861 dimensioni molto vaste e preoccupanti, tanto da avere una risonanza internazionale. Per mostrare davanti all’Europa che la situazione era sotto controllo, venne scelta la carta della violenza e della repressione per ristabilire l’ordine. Con un grande dispiegamento di forze militari.

Le tragedia di Pontelandolfo e Casalduni

Tra le pagine più nere di questo periodo ci sono quelle di Pontelandolfo e Casalduni, due piccoli paesi nella zona di Benevento, letteralmente rasi al suolo dai soldati piemontesi. Le truppe erano guidate da Enrico Cialdini. Figura controversa del nostro Risorgimento, che da eroe è stato progressivamente ridimensionato. Qualcuno lo definisce oggi senza mezzi termini un “criminale di guerra”.

50 mila soldati dei Savoia risposero al fenomeno del brigantaggio di quelle zone con violenza, rapina e stupri nei confronti della popolazione. Ci fu una vera e propria guerra civile. Un momento drammatico e una ferita forse impossibile da ricucire. Durante i festeggiamenti per il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia venne chiesto ufficialmente scusa alla popolazione di questi comuni dall’allora Presidente del comitato per le celebrazioni, Giuliano Amato. 

Il brigante tradito. Dipinto di Horace Vernet, 1830. Via

Il brigante tradito. Dipinto di Horace Vernet, 1830. Via

La Gazzetta di Torino, a proposito di quell’episodio, scrisse: “Esempio spaventevole, ma giusto, ma necessario”. Da quel momento tutto il territorio meridionale fu a regime militare. A sostituire Cialdini arrivò poi La Marmora con altri 70mila uomini. Vennero adottate misure repressive anche nei confronti del “manutengolismo” (il sostegno che veniva dato alla guerriglia dei briganti, da parte della popolazione civile). 

Con l’approvazione della legge Pica, che introdusse il reato di brigantaggio e prevedeva che in tutte le zone in “stato di brigantaggio” venissero adoperati tribunali militari, venne sferrato un duro colpo al fenomeno. Ma segnò una ferita ancora oggi non del tutto rimarginata nel sud del nostro Paese, che attende un riconoscimento e una dignità storica. 

Per approfondire

Per la nostra ricostruzione storica abbiamo seguito la lezione di Aurelio Lepre e Claudia Petraccone. Non è facile consigliare una bibliografia, tanti sono i libri faziosi e privi di rigore storico. Tra i libri più importanti, da consultare per lo più in biblioteca, Il sud nella storia d’Italia di Rosario Villari e Il Mezzogiorno e Lo Stato Italiano di Giustino Fortunato

Tra i libri meno “storici” ma scritti con passione, consigliati per capire quanto l’argomento sia ancora caldo, c’è il cult book di Antonio Ciano “I Savoia e il massacro del sud”. Preziosa è anche la testimonianza, in forma di memoria, di Carmine Crocco, uno dei briganti lucani più famosi.

Immagine di copertina | Dipinto di Horace Vernet, 1831