Tutto Ingmar Bergman a 100 anni dalla nascita: l'omaggio di Roma

Tutto Ingmar Bergman a 100 anni dalla nascita: l'omaggio di Roma

Scorrendo gli elenchi dei film preferiti dai “pesi massimi” del cinema occidentale, si fa presto ad accorgersi che almeno un nome ricorre puntualmente: Ingmar Bergman.

Federico Fellini adorava Il Posto delle FragoleStanley Kubrick, che scrisse allo svedese, nel 1960, una ossequiosa lettera privata, lo considerava il più grande regista del suo tempo. La pensa allo stesso modo Woody Allen, che lo ha omaggiato continuamente. Bergman è sempre stato il suo regista preferito. Secondo Allen, a scorno dell’aura di “pesantezza” che ne circonda la figura, Bergman è “prima di tutto un intrattenitore”. E “vedere i suoi film non è come ‘fare i compiti’, perché non sono affatto noiosi”.

Sarà dunque un piacere scoprire, o rivedere, alcuni dei 43 lungometraggi—girati tra il 1945 e il 1997—di questo maestro del cinema. Grazie a una rassegna romana che si terrà alla Sala Cinema del Palazzo delle Esposizioni, dal 18 gennaio al 4 marzo 2018, in occasione del centenario della nascita: Bergman 100.

Le opere saranno proiettate tutte in 35mm. L’ingresso in sala sarà libero. A una selezione dei lungometraggi più significativi dell’autore saranno affiancati lavori di altri registi, fonte di ispirazione per Bergman o da lui influenzati. Opere di Kurosawa, Bresson, Chaplin, Dreyer e alcune splendide rarità come Il carretto fantasma di Victor Sjöström.

Ingmar Bergman e i suoi film

Di questo grande intrattenitore, che fu non solo cineasta ma anche regista teatrale (concentratosi specialmente su Strindberg) e operistico (dal Flauto Magico trasse anche un film), molto sappiamo proprio grazie a Bergman, mitografo di se stesso nell’autobiografico Lanterna Magica. La passione per la musica di Mozart e di Bach. Il rapporto conflittuale con il padre, pastore luterano. Il contatto infantile, ma già crepuscolare, con la “magia” delle immagini in movimento, grazie a un proiettore meccanico regalatogli a Natale (scena rivissuta nell’incipit di Fanny e Alexander). La proiezione costante nel tempo dell’infanzia.

In realtà io vivo continuamente nella mia infanzia. Giro negli appartamenti nella penombra. Passeggio per le vie silenziose di Uppsala, e mi fermo davanti alla Sommarhuset ad ascoltare l’enorme betulla a due tronchi. Mi sposto con la velocità a secondi, e abito sempre nel mio sogno: di tanto in tanto, faccio una piccola visita alla realtà.

Nato a Uppsala il 14 luglio 1918, Bergman approdò al cinema alla metà degli anni ’40, dopo le prime esperienze teatrali. È stato un narratore ora realista, ora espressionista, ora ellittico e sperimentale. Ma più che per generi e per stili, la sua attività debordante è stata spesso, forse per esigenze di semplificazione e sistemazione, divisa per “temi”, prettamente novecenteschi. Il conflitto fra generazioni. Il “silenzio” del dio. Le pulsioni che si agitano dietro la “maschera”. L’esigenza di superare l’incomunicabilità.

In realtà, non è così semplice classificare: i film di Bergman somigliano ai “boschi narrativi” di cui parlava Umberto Eco, boschi “sacri, aggrovigliati come le foreste dei Druidi, non ordinati come giardini alla francese”.

Da dove iniziare con Bergman?

Certo, sono pur sempre opere ordinate da una forte componente autobiografica. Inoltre, l’illusione di straordinaria “compattezza” che il cinema di Bergman offre è dovuta anche al fatto che le interpretazioni sono affidate quasi sempre a un ristretto, fedele gruppo di attori svedesi, alcuni incredibilmente versatili. I volti di Harriet Andersson, Max von Sydow, Ingrid Thulin, Bibi Andersson, Gunnar Björnstrand, Erland Josephson e Liv Ullman sono parte integrante della filmografia bergmaniana.

Comunque, e usando ancora le parole di Eco, seppure non “sgangherati”, alcuni film di Bergman sono sgangherabili. Frammenti indimenticabili di film come Fanny e Alexander o Il Posto delle Fragole possono essere rivisti, estratti e citati all’infinito, fuori dal loro contesto. Proprio da “Il Posto delle Fragole” ti consigliamo di iniziare con Bergman. Più in generale, si può partire dagli anni ’50.

In questo decennio Bergman abbandona gradualmente il naturalismo degli esordi avviandosi su un percorso sempre più personale. Allo stesso tempo, non avendo ancora radicalizzato il proprio linguaggio in forme più faticosamente digeribili, Bergman realizza film universali, molto accessibili. Nei film degli anni ’50 scopri tutti i “lati” di Bergman. La commedia sofisticata (Sorrisi di una notte d’estate). Il dramma borghese (Il posto delle fragole). Il dramma adolescenziale (il bellissimo Monica e il desiderio). Un antesignano del filone rape and revenge (La Fontana della Vergine). I film allegorici: Il Volto e, ovviamente, Il Settimo Sigillo.

Le contraddizioni dell’uomo moderno

Dagli anni ’50 si può risalire agli inizi, o spostarsi in avanti, specialmente verso la trilogia “religiosa” degli anni ’60 composta da Come in uno specchio, Luci d’inverno, Il silenzio. Cui succede l’essenziale e astratto Persona, del 1966. Uno studio psicologico fondato sul rispecchiamento fra le due protagoniste. E introdotto da uno degli incipit più celebri e sperimentali della storia del cinema.

Le contraddizioni dell’uomo moderno vengono esplorate ancora da Bergman in indagini psicologiche assidue. Del 1968 è un “horror” singolare, L’ora del lupo. Mentre è del 1973 lo spossante Scene da un matrimonio. Fino al capolavoro “riepilogativo” Fanny e Alexander, ispirato all’infanzia dell’autore. Il film guadagnò quattro premi Oscar, e la versione realizzata per la televisione (quella originale) dura più di cinque ore.

Immagini: Copertina