Intervista a Lorenzo Tugnoli, Pulitzer per la fotografia. I suoi reportage dallo Yemen alla Siria

Intervista a Lorenzo Tugnoli, Pulitzer per la fotografia. I suoi reportage dallo Yemen alla Siria

Lorenzo Tugnoli, classe 1979, è il primo fotografo italiano ad aver vinto il Pulitzer per la fotografia. Ha saputo della notizia mentre era ad Amsterdam, per ritirare il premio del World Press Photo 2019, categoria “general news, storie”.
Ha vinto i premi per il reportage realizzato in Yemen a testimonianza della grave crisi umanitaria in cui versa la popolazione civile yemenita.
Dopo aver visto i suoi scatti, la redazione di Hello! World ha deciso di intervistarlo.

H!W: Cosa ti ha portato in Yemen? Cosa vuoi trasmettere con i tuoi scatti?
LT: Sono andato in Yemen l’anno scorso due volte, per un totale di circa due mesi. Sono stato coinvolto nel progetto dal caporedattore del Cairo del Washington Post che segue la situazione in Yemen da tempo. Con lui lavoro da qualche anno. E difatti la prossima settimana andremo in Libia. Abito a Beirut e seguo il Medio Oriente per il Washington Post, lavoro con loro dal 2012, come freelance. Sono andato, appunto, perché lui voleva tornare e quindi mi hanno “assegnato” il lavoro.

ASLAM, YEMEN - DECEMBER 6th, 2018: Marwah Hareb Mohammed Abdullah, 10, is measured at a clinic in Aslam, in north-west Yemen. She is malnourished but can not be admitted because her condition is still not life threatening. Girls are often the last in the family to be fed. After nearly four years of conflict, more than 20 million Yemenis Ñ roughly two-thirds of the population Ñ donÕt have enough to eat. In most cases, itÕs not because food is completely unavailable but because itÕs unaffordable, priced out of reach by import restrictions, soaring transport costs due to fuel scarcity, a collapsing currency and other man-made supply disruptions. Photo by Lorenzo Tugnoli/ The Washington Post/ Contrasto

ASLAM, YEMEN – DECEMBER 6th, 2018. Photo by Lorenzo Tugnoli/ The Washington Post/ Contrasto

H!W: Quali sono le tue urgenze espressive?
LT: È una domanda interessante. La prima cosa che mi viene in mente è evitare la retorica. Questa è la mia grande esigenza espressiva. Cosa significa evitare la retorica? Nel fotogiornalismo, e nel giornalismo in generale, ci sono tanti preconcetti rispetto a come devono essere fatte le immagini, a come devono essere rappresentate le persone in un certo luogo di guerra e di sofferenza. La mia urgenza espressiva è quella di cercare di fare delle cose che sono fatte con un certo buon gusto e con un certo rispetto per le persone. Non cerco di combattere la retorica del mondo, ma la retorica dentro di me, la retorica presente nei miei pregiudizi quando guardo il mondo e quando “costruisco” le immagini.

H!W: Ci ritornerai?
LT: Sì, stiamo cercando di ottenere un altro visto. Ma sai, sto cercando di fare un visto anche per la Siria. Per la Libia questa volta ce l’abbiamo fatta, altre volte no. Ovviamente ci sono diverse problematiche per entrare in alcuni Paesi.

H!W: Come funziona il rapporto con le persone che fotografi? Crei una sorta di intimità con i tuoi soggetti?
LT: Dipende dalle situazioni. Ci sono periodi in cui lavoro per progetti personali, come il lavoro che sto facendo in Libano, su Beirut e sulle differenti migrazioni presenti, in questo caso passo più tempo con le persone, ho tempo per instaurare un rapporto con loro. Idem per il reportage che ho fatto in Palestina, senza che mi fosse assegnato, ho avuto un po’ più di tempo per stare con le persone. Poi dipende dalle situazioni contingenti, ad esempio in Yemen è molto complicato avere accesso ai posti e, quando ce l’hai, ci puoi stare molto poco tempo. Quindi devi sempre un po’ mediare tra il portar a casa il lavoro e il non voler “sbatter in faccia” la macchina fotografica alle persone. Ci sono stati momenti in Yemen dove abbiamo avuto più tempo, come per esempio un lavoro abbastanza lungo su un ospedale a sud e un altro su una clinica a nord (nella zona dove si concentra il problema della mal nutrizione), in questi casi, intervisti le persone che hanno così la possibilità di capire cosa stai facendo e cosa vuoi da loro, riesci insomma a instaurare un rapporto.
Mi viene in mente anche il lavoro che ho svolto in Palestina nel 2017 in cui ho passato 2 settimane vivendo con una famiglia in un villaggio nel sud della Cisgiordania, qui c’è una convivenza molto difficile tra i coloni e i palestinesi. In questo caso ho vissuto con queste persone che sono poi diventate amiche.

TAIZ, YEMEN - NOVEMBER 25th, 2018: Buildings in the al-Jahmaliya area of Taiz have been reduced to rubble, first in fighting between Houthi rebels and local militias struggling to retake the city, then in recent clashes among those local militias. Photo by Lorenzo Tugnoli/ The Washington Post/ Contrasto

TAIZ, YEMEN – NOVEMBER 25th, 2018. Photo by Lorenzo Tugnoli/ The Washington Post/ Contrasto

H!W: Come ti prepari prima di andare in un luogo difficile (cosa studi, cosa leggi, quali sono le tue fonti, ecc.). Spesso ti rechi in luoghi di guerra. Come prendi contatto col territorio? Come fa a scegliere la tua guida?
LT: Sicuramente è importante lavorare con gente locale, possono essere delle guide che paghi o persone che conosci o che riesci a metterti in contatto. Come vi dicevo, in Yemen la situazione dell’accesso in alcune zone è molto difficile, a causa del fatto che ci sono milizie che le presidiano, quindi tu per andare in un certo luogo devi avvisare ed avere l’autorizzazione di quelli che “hanno il fucile” in mano. Bisogna avere un referente che ha questo tipo di conoscenze, lì, abbiamo lavorato con un bravissimo giornalista locale. Questo vale anche per altri Paesi come la Libia, l’Iraq, in certe aree, a differenza della Palestina e del Libano.

H!W: Cosa significa fare il tuo lavoro liberamente senza interferenze?
LT: In Yemen è stato molto difficile lavorare, se sei nella zona controllata dai ribelli non puoi fotografare ciò che vuoi e devi aspettare tanti giorni per ottenere le autorizzazioni. Ad esempio nel porto di Hodeidah è stato molto difficile, duro. Tanta frustrazione. E probabilmente anche in Libia non sarà facile, lo straniero con la macchina fotografica vieni preso per una spia.
Più generale, è importante per un fotografo costruire una carriera che ha un senso, con lavori che hanno un senso l’un con l’altro. All’inizio della carriere è difficile poter scegliere i lavori che si vorrebbero fare e decidere quali foto far pubblicare e quali no.

Ritratto_Lorenzo_Tugnoli - small

Lorenzo Tugnoli

H!W: Qual è il fardello che un fotoreporter di guerra come te si porta dentro?
LT: Non c’è. Nel senso che il percorso che ho fatto durante la mia carriera, è stato molto graduale. Prima in Paesi arabi dove non ti sparavano addosso, poi 4 anni abbondanti in Afghanistan senza mai andare in prima linea. Sono andato per step. Anche perché a me è sempre più interessato l’aspetto umanitario, quello più legato ai civili diciamo “dopo la bomba”. Ho deciso di avvicinarmi a queste situazioni un po’ per gradi, testando, ogni volta, se quella cosa era quella che volevo fare e se mi sentivo tranquillo nel viverla. In qualunque situazione ti devi sentire a tuo agio, anche se può sembrare un po’ strano. Nel momento in cui non ti senti a tuo agio, non ci devi stare in quel posto e non ha senso spingere per fare quella foto.
E’ molto importante valutare qual è l’immagine che puoi riuscire a ottenere in un certo luogo. E’ importante chiedersi: “sto rischiando la vita, ma qual è l’immagine che voglio fare?”.
E’ fondamentale avere un pensiero lucido anziché passare semplicemente del tempo in un luogo pericoloso. Se si mantiene una razionalità nel modo in cui si organizza il proprio lavoro, anche in questi casi, si limitano i rischi. Ad esempio, a Mosul, c’erano 300 giovani fotografi inesperti, mai stati sul fronte ed era evidente che mettevano a rischio le loro vite. Un giovane inesperto in un fronte attivo è attirato dall’idea che in due mesi puoi scattare foto molto forti con la possibilità di avere una svolta per la tua carriera invece di lavorare per anni e anni, sviluppando un lavoro che ha un senso diverso.

H!W: Qual è la foto che hai scattato a cui tieni di più e perché?
LT: C’è una foto a cui sono legato, l’ho fatta in Yemen (ndr, vedi immagine di seguito). E sono legato perché mi piace la foto. E’ molto semplice e molto poco descrittiva, non è il tipo di foto che in genere viene pubblicata dai quotidiani. I giornali hanno bisogno, per raccontare la notizia, di foto più descrittive, nell’immagine dovrebbero esserci tutti gli elementi. Il mio scatto è stato fatto in un campo profughi ma in realtà non sembra e non si capisce cosa stia succedendo. E’ una foto che è stata pubblicata sulla prima pagina del Washington Post, frutto anche del processo decisionale intercorso con il photo editor, figura professionale che decide le immagini di pubblicare. Però il fatto che sia riuscita a passare una linea più immaginifica rispetto alla descrizione secca e didascalica, è stato un modo per mostrare un altro tipo di approccio alla fotografia.

Aden, Yemen, May 19th, 2018 - Jameela Abdullah stands at the entrance of the house with no roof where her family has been living for two months after they escaped from their home in the village of Al-Jarahi because of the ongoing fightings. She is pregnant and the living condition are really tough for her and her family. IDP camp in Al-burei area. The IDPs who live here are displaced from Hodaida and the villages on the west coast north of Mokha. In southern Yemen, a trickle of Yemenis fleeing war in December has grown to more than 140,000 today, with hundreds more abandoning their homes each day. Refugee camps have sprung up across this region, adding pressure on western aid agencies and hospitals while worsening a humanitarian crisis that’s already considered the most severe in the world. Most are running away from clashes near the port city of Hodeidah, controlled by northern rebels but now facing a siege by Yemeni forces aligned with a U.S.-backed coalition >< Aden, Yemen, 19 maggio, 2018 - Jameela Abdullah sulla porta dell’edificio senza tetto dove vive con la sua famiglia da due mesi. La famiglia si è rifugiata in questo campo profughi di Aden a causa dei combattimenti nel loro villaggio, Al-Jarahi. Jamela è incinta e le condizioni di vita sono molto dure nel campo per lei e per la sua famiglia. Il campo profughi si trova nell'area di Al-burei. Gli sfollati di questo campo provengono da Hodeida e dai villaggi della costa ovest a nord di Mokha dove ha luogo la nuova offensiva centrata a riprendere il controllo della città di Hodeida. Nuovi campi profughi sono sorti in tutto il sud del paese, aggiungendo pressione sul lavoro delle agenzie umanitarie, e andando a peggiorare una crisi umanitaria che è già considerata la più grave al mondo. La maggior parte dei profughi si allontana dagli scontri nei pressi della città portuale di Hodeidah, controllata dai ribelli del nord, ma assediata delle milizie yemenite alleate con la coalizione sostenuta dagli St

Aden, Yemen, 19 maggio, 2018 – Jameela Abdullah sulla porta dell’edificio senza tetto dove vive con la sua famiglia da due mesi. La famiglia si è rifugiata in questo campo profughi di Aden a causa dei combattimenti nel loro villaggio, Al-Jarahi. Jamela è incinta e le condizioni di vita sono molto dure nel campo per lei e per la sua famiglia. Il campo profughi si trova nell’area di Al-burei. Gli sfollati di questo campo provengono da Hodeida e dai villaggi della costa ovest a nord di Mokha dove ha luogo la nuova offensiva centrata a riprendere il controllo della città di Hodeida. Nuovi campi profughi sono sorti in tutto il sud del paese, aggiungendo pressione sul lavoro delle agenzie umanitarie, e andando a peggiorare una crisi umanitaria che è già considerata la più grave al mondo.

H!W: Quali sono i fotoreporter che ti hanno ispirato maggiormente?
LT: Henri Cartier-Bresson è uno di quei fotografi che quando non sapevo ancora cosa fosse la fotografia pensavo “come fa a far queste cose?”. Ricordo che le fotografavo, le ricopiavo e ci ridisegnavo sopra.
Bresson è un fantastico esempio, con una macchina fotografica senza nessun artifizio riesce a tirar fuori questo incredibile schema visivo e questa collaborazione tra oggetti e linee.
Ma ce ne sono altri. Anche italiani, come Paolo Pellegrin, Alex Majoli e altri ancora.

Per approfondire
Ecco alcuni libri sulla fotografia suggeriti da Lorenzo Tugnoli durante l’intervista che ci ha rilasciato:
– Di Henri Cartier-Bresson: Image a la sauvette nella versione francese oppure nella versione inglese Henri cartier-Bresson: The decisive moment
– Di Gilles Peress: Telex Iran
– Di Alex Majoli: Scene
– Di Simon Norfolk, Afghanistan: Chronotopia

Foto per gentile concessione dell’ufficio stampa di Contrasto