In Islanda si parla la stessa lingua di mille anni fa

In Islanda si parla la stessa lingua di mille anni fa

Nove fiate già appresso lo mio nascimento era tornato lo cielo de la luce quasi a uno medesimo punto, quanto a la sua propria girazione, quando a li miei occhi apparve prima la gloriosa donna de la mia mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice, li quali non sapevano che si chiamare.

Pensa se oggi parlassimo, scrivessimo o pensassimo in questa lingua. Qualcuno la troverebbe affascinante, qualcun altro troppo arcaica.

Quello che hai letto è un frammento tratto dalla Vita Nuova di Dante Alighieri. Scritto intorno al 1294. Oggi quell’italiano è un po’ cambiato. Sia dal punto di vista lessicale (tantissimi prestiti inglesi e francesi) che sintattico.

Pensa, invece, che in Islanda si parla la stessa lingua da mille anni. Senza che in questi secoli ci sia stato un vero e proprio cambiamento decisivo. Come se oggi, al telegiornale sentissimo le notizie in lingua volgare.

Perché una lingua si conservi intatta per oltre mille anni bisogna che tutti quanti i suoi parlanti si sforzino di riadattarla continuamente.

Un interessante articolo uscito su The Economist e tradotto su Internazionale con il titolo “La lingua fossile” racconta come tutto questo sia possibile.

Amore per la propria lingua

Prima di tutto, gli islandesi amano la propria lingua e ne sono fieri. Ma attenzione: non pensano che la loro lingua sia un “dono del destino”, ha spiegato l’Economist:

È una conquista che va custodita gelosamente […] Per loro tenerla in vita è insieme un dovere e un piacere.

E oggi parlano come parlavano i vichinghi. Nei festival letterari indetti nel Paese vengono premiati i cittadini che si sono impegnati di più per difenderla. È un piacevole e diretto collegamento con il passato. Dando degli esisti molto affascinanti nel contrasto con i tempi di oggi. Può capitare, ad esempio, che un commentatore sportivo usi l’espressione bítur skjaldarrendur che suona, più o meno: “addentare i bordi dello scudo”. Un’espressione sportiva tratta da una saga scritta 800 anni fa.

Tantissimi neologismi

Un modo per conservare la lingua è mantenerla pura. Evitare, ad esempio, i prestiti da lingue straniere e adattare la propria in base alle esigenze del tempo. Per questo motivo vengono adottati tantissimi neologismi. Sia per i termini antichi (evitando l’etimologia greca o latina) che per quelli moderni.

Quando un turista, ad esempio, si trova davanti a un cartello stradale islandese non è in grado di comprendere neanche una parola. Il risultato incredibile è però che molti islandesi oggi riescono a leggere le saghe del tredicesimo secolo “con la stessa facilità di un quotidiano”.

Hoppípolla è una canzone del gruppo islandese Sigur Rós. Il titolo vuol dire “saltando nelle pozzanghere”

Storia della lingua islandese

I primi coloni in Islanda arrivarono dalla Norvegia, nell’874 d.C. guidati da Ingólfur Arnarson. La lingua che parlavano era quella usata in tutta la Scandinavia. 150 anni prima del nostro De vulgari eloquentia di Dante, per aiutarci a capire, in Islanda viene compilato, in forma scritta, un trattato grammaticale. Questo adattava l’antico alfabeto nordico con quello latino. Grazie a questo testo grammaticale la lingua islandese è rimasta (più o meno) intatta. Mentre tutte le altre lingue scandinave si sono semplificate nel tempo.

A contribuire alla sua conservazione, ovviamente, ci ha pensato anche l’isolamento. L’occupazione danese, dal 1380 al 1918, non ha avuto quasi nessuna influenza nell’evoluzione della lingua. Che restò in uso per le comunicazioni quotidiane tra la popolazione.

La minaccia tecnologica

La minaccia più pericolosa oggi arriva dal mondo della tecnologia. Se come abbiamo visto per tantissimi termini ci sono adattamenti, per altri ci sono ostacoli che non sono facilmente superabili. L’uso ad esempio di comandi vocali su tablet o smartphone. Come Siri

Le nuove generazioni credono che l’inglese sia una lingua più pratica, alla moda e internazionale. L’islandese invece lo percepiscono come pesante e difficile. I linguisti però restano ottimisti. “Gli islandesi”, conclude l’Economist:

Sono sopravvissuti all’isolamento, al ghiaccio e ai vulcani per più di un millennio, e non saranno certo i turisti o Siri a costringerli ad abbandonare il loro retaggio culturale più caro.

Immagine di copertina di Giuseppe Milo