L'Italia degli anni '50 nelle splendide foto di Piergiorgio Branzi

L'Italia degli anni '50 nelle splendide foto di Piergiorgio Branzi

La fotografia è un’idea proiettata sulla carta.

Non è un caso che a pronunciare questa definizione fulminea, in un documentario della Contrasto per la serie “Fotografia italiana“—aggiungendo: “che sia analogica, che sia digitale: per me è identico”—sia l’eclettico Piergiorgio Branzi. Il quale non è solo un fotografo, amico fraterno del grande Mario Giacomelli.

Ma è stato anche giornalista. Corrispondente RAI da Mosca e da Parigi. E conduttore del TG1 negli anni ’60 e ’70. Da Mosca. Da Parigi. Dalla Grecia. Dalla Spagna. E dall’Italia soprattutto centro-meridionale, provengono gli scatti più belli di Branzi. Nato nel 1928, figlio di un editore e libraio che nel 1933 rilevò la Libreria Editrice Fiorentina trasferendosi con la famiglia a Firenze, Branzi è un maestro della fotografia in bianco e nero. Come puoi vedere in questa splendida foto napoletana degli anni ’50.

Man Ray, Edward Weston, Walker Evans, Paul Strand, sono alcuni dei fotografi che più hanno influenzato Branzi. Su tutti, Henri Cartier-Bresson. Dal quale fu “folgorato” durante una mostra fiorentina nel 1952, anno in cui uscì “Images à la sauvette”: le immagini scattate, secondo traduzione inglese, nel celebre “momento decisivo”. La prima cosa che Branzi fece appena uscito dalla mostra fu comprare una macchina fotografica. Una Condor. Ma in seguito si affezionerà alle Leica. Fotograferà con assiduità fino alla fine dei ’60.

L’Italia degli anni ’50 fotografata da Piergiorgio Branzi

Nel 1955, Branzi percorre il meridione depresso del dopoguerra. Come ha ricordato in un’intervista a Paolo Mattei per Italianways:

Il fratello della mia futura moglie, grande sportivo, possedeva una Guzzi 500. Lo convinsi a dedicare le vacanze estive al periplo del centro-sud. Partendo dall’Emilia e, a scendere, Abruzzo, Marche, Molise, Puglia, Lucania, Campania, Lazio, Toscana… Le strade erano così come gli eserciti le avevano lasciate, quasi tutte nelle condizioni di veri e propri carriaggi, spesso poco più che sentieri.

Ragazzo con orologio, Comacchio, 1955 © Piergiorgio Branzi Nel 1953 Piergiorgio Branzi partecipò ad una mostra di Henri Cartier-Bresson a Firenze. Sbalordito, immediatamente si precipitò fuori a comprarsi una macchina fotografica. Il lavoro di Branzi era un riflesso del suo tempo: era l'era del cinema e della letteratura neorealista, un'epoca di cambiamenti politici e sociali di vasta portata che lo costrinsero a tenere una lente d'ingrandimento sul suo paese, a raccontare la sua storia come un modo per " contribuire con un corpo di prove alla memoria collettiva ". Nel 1955 partì in sella ad una moto Guzzi alla scoperta del Sud: una terra misteriosa, pagana, arcaica che il cinema aveva appena iniziato a esplorare. Durante il suo viaggio si è concentrato sull'uomo e il suo ambiente nel tentativo di capire "il loro problema, la loro lotta per sopravvivere, catturare le loro vite quotidiane prima che diventino così sopraffatti dalla disperazione e dal bisogno di gridare in agonia che tutta la verità è persa". Lo stile calmo e contemplativo di Branzi è molto diverso dal fotogiornalismo tradizionale o dalla fotografia formalista dell'epoca. Non scatta storie di reportage, piuttosto sono delle raccolte di immagini: frammenti o istantanee che hanno una qualità senza tempo perché si concentrano sulla miseria e l'enigma della cruda esistenza umana piuttosto che sulle notizie del giorno. La fotografia di Branzi è dominata dalla forma umana, incastonata in una composizione rigorosamente curata e sottolineata da una cornice di porte o finestre, una griglia prospettica o una pozzanghera che riflette la strana sagoma immobile di un ragazzino con un orologio sulle spalle. Il tempo segnato dall'orologio è arbitrario, sospeso; e il tempo diventa indefinibile, creando un'atmosfera che sfiora il surreale, dove regnano la confusione e l'alienazione. #fotografia #amolafotografia #storiedifotografie #fotografiessenziali #piergiorgiobranzi

A post shared by Vivian Maier (@fotografiessenziali) on

Da questo lungo viaggio in motocicletta nasce il suo primo reportage importante. I vicoli di Napoli, le spiagge marchigiane, centri storici come quello di Comacchio, città toscane come Siena, minuscoli comuni lucani, sono gli sfondi di bellissimi “ritratti ambientati”. Fotografia umanista. Di strada, ma ben poco debitrice all’estetica del neorealismo.

Io provengo da una famiglia impegnata nel sociale e nel politico. Mi portavo dietro un preciso bagaglio di attenzione culturale, e quindi anche fotografica, per una ricerca sull’uomo e sui suoi comportamenti. Sulla società, in quel momento in rapido sviluppo. L’Italia, uscita dal conflitto da meno di un decennio, era un Paese povero, nel migliore dei casi di dignitosa indigenza. E il Meridione, un Paese del tutto arcaico e doloroso.

Questo arcaismo mediterraneo, che trovai non solo in Italia, ma anche in Spagna e in Grecia—gli altri due Paesi che poi attraversai—mi interessava anche perché mi sembrava di intravvedervi l’essenza stessa dell’uomo allo stato di pre-omologazione consumistica […]. Cercai di affrontarlo con uno sguardo di empatia e anche di compassione, sperando di dare alle immagini un contenuto di messaggio sociale.

Napoli ❤️ #piergiorgiobranzi #photography #napoli #napolimia #oldphoto #leica

A post shared by paola sanseviero (@paola_sanseviero) on

L’eleganza delle foto di Piergiorgio Branzi

Giuseppe Pinna (nell’introduzione al “Diario moscovita” dell’autore) ha definito lo stile di Piergiorgio Branzi calligrafico. Nelle più belle foto del viaggio in Italia, si nota un’attenzione alla forma, al nitore dell’immagine.

Pasqua a Tricarico #piergiorgiobranzi #photography #love #easter #sud

A post shared by paola sanseviero (@paola_sanseviero) on

“Il disegno, padre delle tre arti nostre, architettura, scultura e pittura, procedendo dall’intelletto cava di molte cose un giudizio universale simile a una forma overo idea di tutte le cose della natura”, scriveva l’aretino Vasari nell’edizione 1568 delle “Vite”. Il “primato del disegno” sul colore fu teorizzato in terra toscana. E Branzi, sempre attratto dalla ricerca formale, attribuisce proprio alla sua “fiorentinità” l’aderenza a quella tradizione figurativa.

Sono fiorentino: abbiamo necessità del disegno, direi, più che del colore.

#PiergiorgioBranzi #1956

A post shared by R Al Naimi (@raw_alnaimi) on

Per questo le sue fotografie sono prevalentemente in bianco e nero. Sostiene ancora l’autore, per il quale il fotografo, di fronte alla realtà, è come un “vampiro in una macelleria”:

Il bianco e nero è come la pagina scritta di un libro. È un sottolineare la forma, andare all’essenziale.

Un bellissimo volume monografico, con 200 fotografie di Piergiorgio Branzi, e contributi testuali dello stesso fotografo, è stato pubblicato nel 2015 da Contrasto e si intitola Il giro dell’occhio.

Immagine di Copertina : Senigallia, bar sulla spiaggia, 1957. Foto di Piergiorgio Branzi.