Jack London è stato anche un grandissimo fotografo

Jack London è stato anche un grandissimo fotografo

In 40 anni di vita—poiché ad alimentare il mito di questo personaggio, macho prima di Hemingway, non manca una misteriosissima morte precoce—il leggendario Jack London fu molte cose. Per meglio dire, come ha scritto Matteo Nucci su Minima&Moralia, “fu quasi tutto“:

Inscatolatore di lattine, rivenditore di giornali, razziatore di ostriche, poliziotto dei mari contro i razziatori di ostriche, mendicante, marinaio e cacciatore di foche, addetto all’avvolgimento di fili di iuta, vagabondo, spalatore di carbone, giardiniere, facchino, scaricatore di porto, addetto alla pulizia di tappeti e di aule scolastiche, lavandaio, cercatore d’oro, retore arrembante, attivista socialista, progettista di barche, case e fattorie all’avanguardia.

Ma l’attività che più lo conduceva verso il punto nevralgico della sua vita, il problema dell’autorealizzazione, il “diventa ciò che sei” decretato da uno dei suoi fari, Nietzsche—l’altro era Darwin: insomma, i due numi della crisi di fine secolo—fu lo scrivere. Lo scrivere indissolubilmente legato alle sue esperienze. E ai suoi viaggi. Jack London produsse una tal mole di scritti, che il termine grafomane non basta a definirlo.

Jack London (destra) con l'illusionista Harry Houdini. Via

Jack London (destra) con l’illusionista Harry Houdini. Via

L’eterogeneità delle sue opere non impallidisce di fronte alla varietà dei lavori che fece. I romanzi della corsa all’oro, come Zanna Bianca e Il richiamo della foresta. Quasi tutti li conoscono, almeno per memoria scolastica. La biografia romanzata Martin Eden. Ma anche romanzi che a posteriori definiamo “distopici”, come “Il tallone di ferro“. Fantasie post-apocalittiche come “La peste scarlatta“. Il carcerario (ma è ampiamente riduttivo) “Il vagabondo delle stelle“. E poi i racconti. I diari di viaggio. I reportage.

Potrebbe bastare. Ma oltre a tutto questo, a London scattò, nei primi anni del ‘900, oltre 10.000 fotografie. È un lato un po’ in ombra della sua multiforme attività: fu anche un grande fotoreporter.

Le fotografie di Jack London: Londra e il Pacifico

Durante i suoi  viaggi London aveva sempre con sé una macchina fotografica. Definiva i suoi scatti “documenti umani“. Ne mostra una selezione un bel libro pubblicato da Contrasto: “Le strade dell’uomo“. Il libro è spartito in quattro parti, ciascuna dedicata a viaggi o inchieste importanti di Jack London.

Immergermi nella desolazione dei bassifondi dell’East End. […] Vedere come stanno le cose, per conto mio, scoprire come ci vive la gente, perché ci vive, e per cosa: insomma, andarci a vivere un po’ anch’io.

È quello che fa London nel 1902: trascorre alcuni giorni fra i portuali, gli operai, i ciabattini, le ragazze e i ragazzi disoccupati del malfamato e poverissimo quartiere di Londra, dove “la vita di un uomo non vale due penny”.

Ne nasce il reportage “Il popolo dell’abisso“, doloroso, accalorato, forse talvolta ingenuo nelle sue invettive, eppure mai gratuito. Come quando se la prende con la compagnia della famiglia Cook, che aveva “inventato” i viaggi turistici per la borghesia, ma non era stata in grado di fornirgli un mediatore che lo introducesse nel quartiere.

Londra, 1902. fotografia di Jack London. Via

Londra, 1902. fotografia di Jack London. Via

Nel 1907, ormai famoso e ben pagato (per quanto sempre in bolletta), London si mise in testa di fare il “giro del mondo” con uno yacht di 45 metri che si era fatto costruire. L’aveva chiamato “Snark”, parola senza senso da un limerick di Lewis Carroll. Il 23 aprile 1907 salpò da San Francisco, con la seconda moglie. Ovviamente non fece il giro del mondo. Durante l’incredibile traversata del Pacifico esplorò comunque numerose mete “esotiche”, le Hawaii, le Marchesi, le Salomone, prendendo anche contatto con indigeni non sempre amichevoli. Dal viaggio trasse un diario, “La crociera dello Snark”.

Abitanti di Nuku Hiva, Isole Marchesi, 1907. Foto di Jack London. Via

Abitanti di Nuku Hiva, Isole Marchesi, 1907. Foto di Jack London. Via

Le fotografie di Jack London: San Francisco e la Corea

Nell’anno precedente a quello della partenza, il 1906, c’era stato il disastroso terremoto di San Francisco. London si trovava in California, e fu praticamente un testimone oculare dell’evento. Due settimane dopo scrisse un lungo articolo, “The story of an eyewitness“, per il magazine Collier, in cui le parole “sparito” e “spazzato via” ricorrono in continuazione. Anche in quel caso scattò fotografie: alcune le puoi vedere qui.

Alcune delle foto più belle di Jack London si riferiscono però al conflitto russo-giapponese. Quando l’8 febbraio 1904 i giapponesi attaccarono la flotta russa in Manciuria, a Port Arthur, iniziò una sanguinosa guerra fra due “imperialismi” per il controllo di Corea e Manciuria. Prevalse il Giappone nel 1905, quando la Russia, agitata dalla rivoluzione interna, chiese la pace.

Porto di Antung, Manciuria, 1904. Foto di Jack London. Via

Porto di Antung, Manciuria, 1904. Foto di Jack London. Via

Jack London, ventisettenne, viene spedito in Corea come corrispondente di guerra per conto del San Francisco Examiner. Macchina fotografica al seguito, registra sul taccuino le difficoltà di reperire un’imbarcazione per Seul, le disavventure con i cavalli, l’incontro con i lavoratori semplici, l’ordine dei soldati giapponesi da cui è molto colpito. E i numerosi interrogatori a cui è sottoposto. Di guerra combattuta ce n’è poca. Del resto, scriverà:

Ero arrivato in guerra convinto di provarne il brivido. Ma gli unici brividi che ho provato sono stati di indignazione e di irritazione.

Per approfondire: qui trovi il libro “Le strade dell’uomo“, che contiene un centinaio di fotografie di Jack London e stralci delle opere di cui abbiamo parlato. Se vuoi leggere i reportage per intero: in Corrispondenze di guerra trovi il viaggio in Manciuria e in Corea. Qui una bellissima edizione (Mattioli 1885) di La crociera dello Snark. Da poco è stato riedito Il popolo dell’abisso da Mondadori: libro che puoi anche ascoltare sul sito di Radio3. Qui c’è l’articolo di Jack London, in inglese, sul terremoto di San Francisco.

Immagini: Copertina