Jean Vigo, il regista

Jean Vigo, il regista "ribelle" che ci ha regalato L'Atalante

Nell’aprile del 1929, quando Buster Keaton terminava il suo ciclo di fenomenali film muti con Io…e l’amore, qualcun altro in Francia, appena dopo essersi sposato, a 24 anni, con una ragazza conosciuta in sanatorio, si faceva dare 100mila franchi dal suocero, comprava una macchina da presa Debrie, iniziava a fare cinema con un documentario sui generis: A proposito di Nizza, che sarà pronto all’inizio dell’anno seguente, è il primo film di Jean Vigo.

L’ultimo uscirà appena 4 anni dopo. La filmografia di Vigo d’altronde—poco più di tre ore in totale—consta di soli 4 titoli. Dall’ultimo di questi, L’Atalante, proviene una famosa scena che conosci bene. Un uomo si butta in acqua da una barca. Si immerge. Cerca sott’acqua l’immagine di una donna, la stessa che gli aveva detto un giorno che nelle acque limpide si può vedere il volto di chi si ama. Il volto di lei gli appare. Sorridente e beffardo.

Con Because the night di Patti Smith montata sulle immagini, la sequenza del film di culto è stata per 30 anni la sigla del mitico cineclub notturno di Rai Tre—Fuori Orario—curato da Enrico Ghezzi, il critico cinematografico fra gli ideatori di Blob che, per i suoi vezzi, ha meritato un’indimenticabile imitazione di Corrado Guzzanti.

Il padre di Jean Vigo era l’anarchico Miguel Almereyda. Caporedattore del giornale satirico, repubblicano e pacifista Le Bonnet rouge (il berretto rosso, cioè frigio). Il giornale e il suo animatore erano ripetutamente additati come disfattisti durante la guerra da parte dell’Action Française. Finché Almereyda, che nel frattempo si era stranamente arricchito, fu accusato di traffici con la Germania. Fu messo in prigione, e lì misteriosamente ucciso nel 1917. Quando il figlio aveva 12 anni.

Jean Vigo il ribelle: A proposito di Nizza

Evidente il rapporto di Jean Vigo—che immaginava il suo come un “cinema sociale” e partecipava ai congressi di cinema indipendente ascoltando parlare Ėjzenštejn e Alberto Cavalcanti—con l’esperienza paterna e il circolo di amici di Almereyda, che continuerà sempre a frequentare.

Andare verso il ‘cinema sociale’ vuol dire essere d’accordo che il cinema dica qualcosa e svegli altre eco oltre ai rutti di quei ‘Signore e signori!’ che al cinema ci vanno per digerire.

Già dal primo film Vigo collaborò con Boris Kaufman (alla fotografia), il fratello di Dziga Vertov, autore di L’uomo con la macchina da presa e propulsore del  movimento kinoglaz, “cine-occhio”: anche la più insignificante delle cose, attraverso l’occhio del cinema, può diventare sorprendente. Una lezione di cui Vigo fece tesoro nello strano documentario A proposito di Nizza (1930). Un tour-de-force visivo. Girato talvolta con la macchina nascosta. Che confronta l’esperienza turistica della città con la vita nelle zone povere. Lo vedi qui sotto.

Ricordi d’infanzia: Zero in condotta

Si è discusso ovviamente sul rapporto non si sa bene quanto dialettico del cinema di Vigo con le avanguardie storiche. Ma forse quello che rende ancora oggi molto godibili i film di questo autore di cent’anni fa che appare bensì quasi un nostro coetaneo (a differenza del primo René Clair), è solo (si fa per dire) una felice capacità di sintesi tra un forte senso della realtà e una sensibilità estetica giocosa e gioiosa. Una sensibilità—comunque distante dal soggettivismo estremo del surrealismo, che in fondo è una delle tante diramazioni del romanticismo—che significava, parole sue:

Saper guardare con altri occhi che non quelli abituali.

Dopo un breve documentario sul nuoto (sopra), nel 1933 esce il secondo film più conosciuto di Vigo. Zero in Condotta. Mediometraggio subito infamato. Vietatissimo in Francia fino al 1945, quando sarà concesso il visto di censura. La trama è semplice: durante la festa della scuola, quattro ragazzi scatenano una rivolta contro il “potere repressivo” del collegio in cui si trovano, poi fuggono sui tetti. Celebre e bellissima la scena della battaglia dei cuscini al ralenti.

L’inesperto ma tenace produttore Jean-Louis Nuonez, che ha finanziato Zero in condotta e crede in Vigo nonostante il fiasco, gli propone un soggetto apparentemente floscio che il regista saprà elettrizzare (ancora con Kaufman e il musicista Maurice Jaubert). È L’Atalante. Per la prima volta lavora con attori professionisti. Michel Simon nei panni del marinaio Père Jules. Poi Dita Parlo nel ruolo della giovane Juliette, e Jean Dasté in quello di Jean.

L’Atalante: il capolavoro di Jean Vigo

Sono questi, più il mozzo, i protagonisti della storia e gli “abitanti” dell’Atalante: la chiatta di Jean su cui lui e Juliette si trasferiscono subito dopo il matrimonio paesano. Assieme a Père Jules, un bislacco marinaio che si circonda di gatti e (in una scena tagliata nella prima versione del film) si infila sigarette nell’ombelico, dove ha tatuata una bocca.

L’Atalante è una storia d’amore a lieto fine. Juliette è presto annoiata dalla navigazione fluviale. Qualche piccolo screzio con Jules—e con Jean, geloso—l’attrazione per l’idea della vita in città, la spingono una sera a prendere un treno per Parigi. Arrabbiatissimo, Jean molla gli ormeggi. Quando torna alla barca, Juliette scopre di essere stata abbandonata: resta in città a fare la fame, mentre Jean da solo sull’Atalante si deprime, e si sente in colpa. Grazie a Père Jules, che ritrova Juliette, i due sposi si riuniranno. Da questa trama Vigo trae un film poetico e verace, con qualche inserto surrealista. Non farà in tempo a curarne il montaggio definitivo, perché morirà prima, il 5 ottobre 1934, di tubercolosi.

Dimenticato negli anni ’30. Riscoperto nel dopoguerra. Restaurato più volte—la prima negli anni ’40 e l’ultima un paio d’anni fa—alla ricerca della migliore approssimazione a una versione “integrale” che non c’è. Tipico film di culto di registi-cinefili di un tempo, come Truffaut, e di oggi, come Kaurismaki. Che ha detto:

Tra ‘Nanook l’eschimese’ [di R. Flaherty] e ‘L’Atalante’ puoi metterci praticamente tutto il cinema, tranne ‘L’âge d’or di Buñuel.

Insomma, L’Atalante non invecchierà mai.

L’Atalante oggi si vede perlopiù nella versione restaurata Gaumont (1990) e in quella di un restauro del 2001 curato anche dalla figlia del regista (entrambe reintegrano materiale raro): quest’ultima è nell’edizione Criterion. Sul film consigliamo questo articolo. Tutto Vigo anche in questo libro+DVD. È ancora in commercio un vecchio Castoro sul regista.

Immagine: Copertina