Joan Miró, guida all’artista delle emozioni su tela

Joan Miró, guida all’artista delle emozioni su tela

Amore, libertà, follia e sogno. Sono queste le tematiche che spingono agli inizi del Novecento i pittori surrealisti a rifiutare, rompere e ribaltare i classici canoni pittorici. Ad annunciare tale rivoluzione in ogni campo artistico è lo scrittore francese André Breton che, rimasto affascinato da L’interpretazione dei Sogni di Sigmun Freud, decide di scrivere nel 1924 il Manifesto surrealista in cui spiega che solo “l’automatismo psichico puro” può descrivere “il reale funzionamento del pensiero”.

Tra gli artisti che abbracciano tale prospettiva, tre nomi spiccano più di altri: René Magritte, Salvador Dalí e Joan Mirò. Il primo è segnato dagli eventi del suo passato, il secondo vuole trasformare la sua “vita in opera d’arte”, il terzo deve lottare per affermare due volte la sua appartenenza al surrelismo. Il motivo? I suoi quadri sembrano eccessivamente ridotti ai minimi termini e inventati dal nulla.

“Miró rifiuta la qualifica di pittore astratto perché, insiste, ogni sua creazione trae lo spunto direttamente da un oggetto o da un’idea poetica”, spiega lo scrittore George E. Kent. “E in effetti la stranezza della sua arte svanisce se si considera che ogni sua opera si riduce a un altissimo esercizio di stenografia: simboli e ghirigori, che sono il suo modo di ridurre la realtà all’essenziale”.

Questa spiegazione può essere compresa osservando il quadro “Il carnevale di Arlecchino” che—realizzato prima dell’uscita del manifesto di Breton—descrive al meglio l’automatismo psichico, una speciale tecnica che prevede di perdersi in visioni fantastiche e surreali.

Tutti gli oggetti nel dipinto, infatti, sembrano come dei fantasmi fluttuanti, anche se tra questi possono essere riconosciuti alcuni elementi, come la Tour Eiffel rappresentata come un triangolo nero che emerge dalla finestra e un mappamondo rappresentato come una freccia posta sul tavolo.

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Per quanto riguarda invece la vita di Mirò, questa è segnata dal nomadismo causato dai vari conflitti del secolo scorso. Ciononostante, i suoi spostamenti perpetui non intaccheranno mai il suo essere, “Un innocente col sorriso sulle labbra che passeggia nel giardino dei suoi sogni”, per dirla con le parole del poeta francese Jacques Prévert.

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Joan Miró nasce a Barcellona nel 1893. Fin da bambino si deve dividere tra la passione per la pittura e gli studi economici voluti dai genitori. Almeno fino a quando all’età di 18 anni il pittore spagnolo, dopo un forte esaurimento nervoso, convince i suoi del fatto che solo l’arte possa essere la sua strada.

Così, come molti pittori dell’epoca, si trasferisce a Parigi, dove conosce Pablo Picasso, frequenta i primi dadaisti, i sobborghi di Montmartre e resta per ben 12 anni.

Ritorna per un breve periodo a Barcellona, ma nel 1937 è costretto a tornare nuovamente nella capitale francese a causa dell’inizio Guerra Civile Spagnola. Nello stesso anno, realizza  il murale simbolo dell’identità catalana El segador per l’Esposizione internazionale di Parigi. Tre anni dopo, a causa dell’invasione delle truppe naziste, l’artista torna in Spagna, dove vive per diversi anni tra la campagna catalana e l’isola di Maiorca.

Per Mirò il vero successo planetario, però, arriverà solo nel 1954 col premio per la grafica alla Biennale di Venezia. Da quel momento in poi, la sua figura è apprezzata ovunque: le sue esposizioni vengono organizzate anche Oltreoceano, l’Università di Harvard nel 1968 gli conferisce la laurea honoris causa, l’UNESCO gli chiede negli ultimi anni della sua vita (Mirò muore ne 1983) di realizzare i “Murales del Sole e della Luna” nella sede centrale di Parigi.

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Come ha detto l’artista Louise Bourgeois, Mirò per molti era una persona buona, ingenua e genuina. Attributi che continuano a trovare una perfetta connotazione nelle sue opere scultoree e pittoriche, caratterizzate da colori sgargianti—come il giallo, il nero, il rosso o il blu—e un’atmosfera sognante, illusoria e leggera.

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