John Fante, “il narratore più maledetto d’America”

John Fante, “il narratore più maledetto d’America”

Le parole scorrevano con facilità, in un flusso ininterrotto. Ognuna aveva la sua energia ed era seguita da un’altra simile. La sostanza di ogni frase dava forma alla pagina e l’insieme risultava come scavato dentro di essa. Ecco, finalmente, uno scrittore che non aveva paura delle emozioni.

Questo breve stralcio fa parte dell’introduzione che Charles Bukowski, una volta famoso, scrisse per uno dei suoi libri preferiti: Chiedi alla polvere di John Fante. La prima volta che Bukowski lesse Fante, era un aspirante scrittore squattrinato di Los Angeles, proprio come il personaggio principale del libro amato. Ma a colpirlo non furono tanto le similitudini, quanto la potenza espressiva dello scrittore di origine italiana.

Ironia e dolore erano intrecciati tra loro con straordinaria semplicità. Quando cominciai a leggere quel libro mi parve che mi fosse capitato un miracolo, grande e inatteso.

E in effetti Bukowski aveva ragione: nella letteratura americana del Novecento difficilmente si è visto uno scrittore simile a Fante. Sia per l’utilizzo della prosa—al tempo stesso elegante e incisiva—sia per il coraggio di mettere tutto se stesso nelle proprie storie.

L’infanzia e il rapporto col padre

John Fante nasce in Colorado, nel 1909. Figlio di Nicola, immigrato italiano, e Mary Capoluongo, di seconda generazione. Cresce profondamente segnato dalle sue origini. Gli italiani in quegli anni subivano molo lo stigma derivante dagli stereotipi.

Le ristrettezze economiche dovute all’accidia del padre—un uomo eccentrico pieno di grandi sogni, ma anche estremamente inaffidabile e dedito all’alcol—non migliorano le cose. John cresce con la consapevolezza di far parte di una minoranza emarginata e disprezzata. Anni dopo, nei suoi racconti, ricorderà l’umiliazione di essere serviti per ultimi nei negozi, e dover chinare la testa per chiedere di potere “segnare”.

Una volta terminate le superiori, capisce che la piccola città dove vive non è fatta per lui. Rimanere in Colorado significa continuare a sottostare alla sua identità, e al suo rapporto di amore odio e rabbia con il padre. Così decide di trasferissi a Los Angeles, dove si iscrive all’università.

La carriera da scrittore

Gli studi non sono molto profittevoli, e la vita che conduce è piuttosto misera—per mantenersi compie ogni tipo di lavoro—ma l’ambiente accademico lo spinge verso il grande amore della sua vita. La scrittura. Comincia a pubblicare i primi racconti su varie riviste, mentre quasi come un nullatenente dorme in piccole camere in affitto.

Gli anni Trenta sono un decennio di grande produttività. Lavora e pubblica quasi tutti i romanzi che fanno parte del suo ciclo narrativo più famoso. Quello che ha come protagonista l’aspirante scrittore Arturo Bandini. Nonostante i suoi romanzi vengano recensiti molto bene, in vita Fante non riuscirà mai a ottenere una grande fama da scrittore.

Negli anni Quaranta, infatti, per mantenersi inizia a lavorare come sceneggiatore per il cinema. Un lavoro che non lo soddisfa, ma che lo renderà benestante. La sua produzione narrativa, però, rallenta. A partire dal 1940—anno in cui pubblica la raccolta di racconti Dago Red—ci vorranno 12 anni prima di vedere un nuovo romanzo.

Dopo il romanzo biografico Full of Life (1952), infatti, Fante riprende a lavorare a romanzi e racconti. Nel 1977 pubblica La confraternita dell’uva—interamente incentrato sulla figura del padre—e infine nel 1982 chiude il ciclo di Bandini con Sogni di Bunker Hill. Muore l’anno successivo, ma prima della fine del decennio esce un altro romanzo postumo—Un anno terribile—e varie raccolte di racconti.

Opere e poetica

Il ciclo di Bandini è sicuramente il “cuore dell’opera di John Fante”. Comprende quattro romanzi Aspetta primavera, BandiniLa strada per Los AngelesChiedi alla polvere e Sogni di Bunker Hill. Oltre allo stesso protagonista—alter ego di Fante—questi romanzi affrontano anche gli stessi temi.

I sogni e le aspettative di un giovane aspirante scrittore di origini italiane che si scontra con i propri limiti. Lo spettro del passato e dei valori imposti dalla famiglia sulla volontà di emanciparsi dalla propria identità. Il clima crudele e freddo che si cela nella società americana di cui il protagonista tanto agogna di far parte. Il tutto comunicato attraverso una scrittura estremamente diretta e sincera, in cui Fante non si risparmia.

Abbastanza singolare all’interno dell’opera di Fante, invece, è il romanzo Full of life. Lo scrittore decide di abbandonare il suo alter-ego, e racconta—attraverso una sorta di resoconto—i nove mesi che precedono la nascita del suo primogenito. Il rapporto con la moglie, il confronto con l’età adulta, e l’inevitabile dicotomia fra vite che nascono, e vite che si spengono con il passare del tempo.

La confraternita dell’uva, invece, è interamente incentrato sulla figura del padre di Fante. E sulla sua combriccola di amici italiani. L’ascendenza—diretta e indiretta—del padre è persistentemente presente in ogni singolo romanzo dello scrittore. Ma in questo libro il confronto con esso si fa più dolce e tenero: se nei primi romanzi del ciclo di Bandini a prevalere è soprattutto la rabbia, finalmente Fante compie una sorta di elegia e accettazione della figura paterna.

Per avvicinarsi alla scrittura di Fante

Il miglior consiglio per avvicinarsi alla scrittura di Fante è quello di iniziare dal ciclo di Arturo Bandini. In particolare dal bellissimo Chiedi alla polvere. Portato anche al cinema nel 2006 da Robert Towne. Seguendo poi la lettura degli altri romanzi. Ti segnaliamo anche un bel libro, uscito di recente, scritto da Eduardo Margaretto, profondo conoscitore di Fante, intitolato Non chiamarmi Bastardo, io sono John Fante. In forma di racconto, ripercorre la vita dello scrittore, toccando però anche le altre storie di emigrazione italiana in America.

Immagini: Copertina