"Nessuno può sopportare una vita priva di significato": un'intervista a Jung

Parole di Carl Gustav Jung, padre della psicologia analitica, allievo, poi amico e poi ancora “antagonista” di Sigmund Freud, nonché maestro di James Hillman:

Un uomo posseduto dalla propria Ombra inciampa costantemente nei suoi errori. A lungo andare la buona sorte è sempre contro di lui, poiché vive al di sotto del proprio livello e, nel migliore dei casi, raggiunge solo quello che non gli compete e non gli concerne. Se non c’è alcun ostacolo in cui inciampare, egli se ne costruirà uno apposta e poi crederà fermamente di aver fatto qualcosa di utile.

Cosa significa? L’Ombra è uno dei principali “archetipi” ipotizzati da Jung—”forme” della psiche, che essa può riconoscere in sé indipendentemente dall’averle apprese—e in essa si riconosce il lato “inferiore” della personalità. Dove sono relegati aspetti di sé rifiutati, repressi (e dunque proiettati su altri individui): ne consegue uno squilibrio che porta gli aspetti “in luce” della personalità a farsi poco più che maschera rituale con cui si gioca la quotidianità.

Pensiamo a qualcuno che dia in improvvise manifestazioni d’ira, benché solitamente accomodante e remissivo. Come un Don Abbondio che, a forza di “bocconi amari inghiottiti in silenzio”, finisca ogni tanto per “sfogare il mal umore lungamente represso, e cavarsi la voglia […] di gridare a torto”, con persone che “conosceva ben bene per incapaci di far male”. Il lato aggressivo, accumulato nell’ombra, esplode all’improvviso.

L’avrai già intuito: per lo psicologo svizzero, la psiche cerca la completezza. La psiche e gli archetipi si muovono per coppie di opposti tra cui dovrebbe esserci equilibrio. Prendiamo ad esempio le polarità fra le energie psichiche del puer (aeternus) e del senex: semplificando, da una parte il rifiuto della responsabilità, del limite, dell’impegno, dall’altra la valorizzazione dell’esperienza, del sapere acquisito, della prudenza. Lo squilibrio eccessivo verso uno dei due poli porta alla nevrosi.

Anche se, bisogna ricordare, Jung non ammetteva, come scopo principale della psicologia analitica, l’applicazione clinica. Il suo discorso era rivolto a tutti. Alla consapevolezza di sé. Come disse in un’intervista:

Nessun essere umano può sopportare una vita senza significato.

Faccia a faccia con Jung: un’intervista del 1959

Quell’intervista è un raro documento del 1959. Un’intervista per la BBC—trascritta nel libro Jung parla—che ci lascia per 40 minuti “faccia a faccia” con l’ottantaquattrenne Jung nella sua dimora zurighese.

Jung ricorda la prima volta che, bambino, percepì di essere un individuo. Di quando dové accettare il suo lato violento. Ricorda la sua consapevolezza di essere inadatto a fare il maestro di scuola. Di come un libro di psichiatria capitatogli per caso in mano abbia cambiato la sua vita. L’amicizia con Freud, iniziata nel 1907, e la sua rottura. E l’intuizione di uno strato impersonale della psiche. La fiducia nella psicanalisi:

Abbiamo bisogno della psicologia, perché abbiamo bisogno di capire meglio la natura umana. Perché l’unico vero pericolo esistente è l’uomo stesso. E purtroppo non ce ne rendiamo conto. Non sappiamo niente dell’uomo, o troppo poco.

Bisogna guardare avanti, sempre

L’intervistatore chiede di formulare un consiglio per le persone negli ultimi anni della loro vita, che hanno timore della morte. Jung risponde con un inno al guardare avanti.

Come si comporta la vita di fronte alla prospettiva di una fine totale? Non la considera. Si comporta come se dovesse continuare. Perciò penso che sia meglio per una persona anziana guardare con attesa al giorno dopo, come se avesse secoli davanti a sé. Allora quella persona vivrà nel modo giusto. Ma quando ha paura, quando non guarda avanti, ma all’indietro, si pietrifica, diventa rigida, e muore prima del tempo. Mentre, se vive guardando piena di aspettativa alla grande avventura che la attende, allora vive, e questo è appunto ciò che l’inconscio vuol fare.

Beninteso, è chiaro che tutti moriremo: ma ciò nonostante c’è qualcosa in noi che a quanto pare non ci crede. Questo è solo un dato psicologico, non dimostra niente: e così, e basta. Per esempio, anche se non sappiamo perché il sale è necessario, in genere preferiamo mangiare salato, perché ci fa stare meglio. Allo stesso modo, quando si pensa in un certo modo, si sta molto meglio. E secondo me se si pensa come ci porta a fare la natura, il nostro modo di pensare è giusto.

Infine, una domanda profetica. Dato il continuo progresso tecnologico, possibile che si arrivi a una sorta di coscienza collettiva? Jung risponde da “umanista”:

Non mi sembra possibile. […] Vede, l’uomo non può sopportare all’infinito il proprio annullamento. La totale atomizzazione verso il nulla o verso l’assenza di senso. L’uomo non può sopportare una vita priva di significato.

Proprio a seguito dell’intervista di cui ti abbiamo parlato—qui in qualità video migliore, ma senza sottotitoli—è nata in Jung l’esigenza di produrre un libro divulgativo del suo pensiero, L’uomo e i suoi simboli: il modo migliore per avvicinarsi allo psicologo e filosofo svizzero. Dopo, puoi leggere La psicologia di Jung di Jacobi, come introduzione alla psicologia analitica. Poi, puoi avvicinarti all’autobiografia di Jung e alla chiave d’accesso ai suoi scritti teorici non divulgativi: Gli archetipi dell’inconscio collettivo

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