Perché Buster Keaton è stato il più grande comico del cinema muto

Perché Buster Keaton è stato il più grande comico del cinema muto

Dalle geometrie meticolose di Wes Anderson alle acrobazie di Jackie Chan, dalle nevrosi del dinoccolato Michele Apicella/Nanni Moretti al volto impassibile e sornione di Bill Murray, Buster Keaton ha lasciato un segno indelebile lungo tutta la storia del cinema. È uno dei più grandi attori-registi di sempre.

Quante volte hai visto omaggiato il finale del suo cortometraggio più famoso, Una settimana (One week, 1920), in cui la facciata di una casa gli crolla addosso: e lui miracolosamente illeso, poiché si trovava precisamente sulla proiezione della fessura della finestra? Nessuna imitazione può superare l’originale.

Buster Keaton, il comico che non sorrideva mai

La scena qui sopra è più o meno all’inizio della scansione frenetica che Keaton fece di tutti gli anni ’20 del cinema muto, fra corti e lungometraggi. 19 corti, dal 1920 al 1923, e 12 lungometraggi dal 1923 al 1929: da “Una settimana” a “Io e… l’amore”.

Nato nel 1895, insieme al cinema, figlio di attori di vaudeville, Joseph Frank Keaton ricevette il soprannome “Buster”, secondo un aneddoto, da Houdini, che vedendolo cadere a pochi mesi esclamò “What a buster!” (che ruzzolone!). Soprannome profetico, considerando le spericolate acrobazie in cui Buster si produrrà nei suoi film, che ne sono uno dei tratti più distintivi assieme all’espressione sempre terribilmente seria dell’attore-regista, anche nelle situazioni più comiche.

Ho potuto sperimentare che in un numero comico si riesce a far ridere il pubblico tanto più quanto si resta indifferenti e poi quasi stupiti dall’ilarità del pubblico. […] Quando un comico comincia a ridere è come se dicesse al pubblico di non prenderlo sul serio […]. Il film , per l’attore, è un’occasione per “fare l’idiota”: più sarà serio in questo e più risulterà divertente.

Keaton

Perché, a un secolo di distanza, la comicità visiva, gestuale, molto fisica di Buster Keaton, mantiene intatta la sua forza comunicativa, ci fa ridere e commuovere ancora?

In un video per la serie (purtroppo interrotta) Every Frame a Painting, Tony Zhou ha mostrato ed elencato alcuni dei “segreti” di quello che Orson Welles  definì “il più grande clown della storia del cinema”, sempre distante dal “sentimentalismo chaplinesco“.  Vediamone alcuni insieme.

Poche didascalie: conta l’azione

Per Keaton, la storia va raccontata attraverso l’azione. Non amava i cartelli con le didascalie, che in un normale film muto dell’epoca erano, in media, più di 200. Lui ne usò al massimo una cinquantina. Evitare le didascalie significava concentrarsi sul gesto e sulla mimica.

Buster Keaton non ripete: mai fare due volte la stessa cosa

Ciò che c’era da dire, dunque, andava detto attraverso l’azione quando possibile, eliminando il testo. Per Keaton questa era una sfida alla ricerca di una gestualità sempre originale. Credeva che ogni gesto dovesse essere unico. Per Keaton, che era uno stuntman formidabile, ogni sberla, ogni caduta, ogni “torta” in faccia offerta dalla commedia slapstick era un’opportunità creativa.

Geometrie

Una delle regole che governano il mondo piatto dei film di Buster Keaton è: ciò che non vede la videocamera, non lo vede neanche il personaggio. Molte gag, come quella nel video sopra (da “Cops”, 1922) giocano con il movimento e la disposizione spaziale degli elementi: Keaton sapeva come far sprigionare comicità da composizioni geometriche.

Dal vaudeville al cinema: gag impossibili vs gag naturali

Keaton definiva “gag impossibili” quelle che somigliavano a numeri di magia, e avevano la loro origine nel vaudeville. Gag inventive, surreali, da cartone animato. Come questa, dal capolavoro Sherlock Jr. (1924)

Altre, più realistiche, congruenti con la situazione e il personaggio, erano “gag naturali”. Keaton utilizzerà soprattutto le seconde nei lungometraggi prodotti dalle major, anche perché meno spiazzanti per il pubblico.

Alcune gag, naturalmente, nascevano dall’improvvisazione. Da scene malriuscite potevano venire situazioni comiche riuscitissime. Come il salto fra i palazzi in “Senti, amore mio” (1923), che, secondo il copione, doveva riuscire.

Mai simulare una gag: Buster Keaton spericolato

“La” regola di Buster Keaton. Basta la scena finale di “Una settimana” (all’inizio del pezzo), per rendersi conto del sangue freddo di Buster Keaton. Per dare al pubblico una solida impressione di realtà, c’era un solo modo: fare davvero quel che il pubblico vedeva. In ogni situazione assurdamente pericolosa che vedi in un suo film, puoi stare certo che chi vedi è Buster Keaton, e quella cosa l’ha fatta davvero.

Immagini: Copertina