Se non conosci Emilio D'Alessandro non sei un vero fan di Stanley Kubrick

Se non conosci Emilio D'Alessandro non sei un vero fan di Stanley Kubrick

Da Cassino, in provincia di Frosinone, fino a  Childwickbury Manor, enorme proprietà nell’Hertfordshire, contea poco a nord di Londra. E ritorno. Tra questi due poli distanti duemila chilometri l’intraprendente Emilio D’Alessandro, emigrato a Londra nel dopoguerra per scansare la leva obbligatoria, ha fatto la sua esperienza di vita, diversa da quella di tanti altri italiani emigrati in Gran Bretagna grazie a un piccolo particolare: dal 1971 al 1999 Emilio è stato l’assistente personale di Stanley Kubrick. Per poi tornare a vivere a Cassino.

Nella catena degli eventi, l’anello decisivo fu la mano angelica che in una notte invernale del 1970 depose nel suo taxi privato una scatola, con la richiesta di condurla il prima possibile su un set cinematografico dall’altra parte della città: per niente intimorito dalle strade ghiacciate di Londra Emilio partì, ignorando il fatto che nella scatola dondolava un cliente destinato al cult following: il fallo di Herman Makkink con cui Alex stende la gattara in Arancia Meccanica.

S is for Stanley, E is for Emilio

Emilio D’Alessandro arriva a Londra diciottenne, il 20 gennaio 1960. Nel frusinate ha fatto il meccanico, e dopo un anno trova impiego in un’officina anche in Inghilterra, si sposa, e nel 1968—ha già due figli—dopo aver frequentato un corso di guida sportiva, viene scoperto come pilota da corsa e inizia a competere nei circuiti di Formula Ford, lavorando intanto come autista per una compagnia privata di taxi.

Tempo qualche settimana dalla prima fatale consegna, Emilio diventa l’autista personale di Kubrick. Che, fidandosi, inizia ad affidargli i più vari incarichi. Insomma, nasce un’amicizia. Per Kubrick il verace e preciso Emilio diventa un segretario, un assistente, un supervisore. Insomma, l’uomo di fiducia.

Grazie al bel libro edito dal Saggiatore—Stanley Kubrick e me, scritto con Filippo Ulivieri—e al successivo documentario di Alex Infascelli intitolato S is for Stanley, che ogni fan del regista non può non aver visto, scopriamo che per Kubrick Emilio si occupava davvero di tutto. Ad esempio, della supervisione delle pulizie di Childwickbury—l’enorme maniero-studio dove il regista abitava e dove è sepolto. Della cura degli animali che circolavano liberi nella grande villa. Faceva l’aiuto alla preparazione e alla pre-produzione dei film. Procurava materiali di scena. Effettuava sopralluoghi in eventuali set.

E aiutava il regista a cavarsela in situazioni delicate. Come quando intrattenne a distanza di sicurezza i genitori di Kubrick in visita sul set di Shining, perché si doveva girare la scena più cruenta del film, quella in cui Jack colpisce Halloran. Per Kubrick, che gli chiedeva spesso dei pareri, forse proprio perché lui non guardava i suoi film (“troppo lunghi”), Emilio era anche un confidente.

Caffè da Emilio. L’omaggio di Kubrick all’amico di una vita

Nel 1990 Emilio, cinquantenne, decide di tornare in ciociaria a coltivare l’orto di casa sua. Dà tre anni di preavviso a Kubrick, che ormai non riusciva più a farne a meno, e riesce a trattenerlo fino al 1994. Ha ricordato Emilio:

Per la festa d’addio invitò tutti i suoi amici più cari e i miei. Ci siamo fatti un sacco di foto. E’ stato tutto molto bello e molto commovente. Ha pianto, e anch’io. Gli ho detto che volevo tornare a Cassino, nella mia terra, che volevo tornare a lavorare con il trattore… Mi ha guardato per un momento poi serio mi ha chiesto: non ci puoi mettere un telefono sul trattore, così ti chiamo?

Ma questa storia “non poteva finire così”. Invitato a cena da Stanley nel 1996, Emilio si fa convincere ad aiutarlo qualche settimana nella preparazione di Eyes Wide Shut: resterà per anni, fino alla fine del film e della vita del regista.

Alla fine ho capito che non poteva stare senza di me e sono rimasto.

Fino alla mattina del 7 di quel “maledetto marzo” del 1999—quando lo chiamarono a casa per dirgli ‘Emilio, Stanley è morto‘—di cui consigliamo di leggere il commovente ricordo nel libro ‘Stanley Kubrick e me’.

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Per capire quanto Emilio fosse indispensabile basta un’occhiata all’agenda dell’assistente per il primo giorno di riprese di Eyes wide shut. E proprio in Eyes wide Shut, in cui a D’Alessandro è affidato un piccolo cameo, lo sperduto Tom Cruise entra in un bar che si chiama Caffè Da Emilio: l’omaggio più bello che Kubrick ha reso al suo grande amico italiano.

Immagine di Copertina via Youtube