"Amare è essenzialmente voler essere amati": il desiderio secondo Lacan

L’io è fatto di maschere, sosteneva Luigi Pirandello, e alla domanda “chi sono io?” non si può più rispondere, come avrebbe fatto Cartesio, che il pensiero fonda l’essere: insomma, “io è un altro”, come ripeteva il “veggente” Rimbaud a fine Ottocento—d’altronde, chi si affida a un analista non sa chi è—e il concetto è stato ripreso con forza da uno dei più grandi psicanalisti-filosofi nati nel XX secolo: il francese Jacques Lacan.

Che cos’è l’inconscio e come è fatto? Cos’è il desiderio? Che significa rapportarsi con l’altro? Cosa rende degna la vita, e a cosa serve di fatto la psicanalisi? L’insegnamento del geniale, controverso, istrionico Lacan—trasmesso oralmente nel suo Seminario periodico iniziato negli anni ’50 e raccolto a partire dagli anni ’70 in pubblicazioni che ancora sanno parlare ai nostri tempi, e dei nostri tempi—fa sorgere queste domande e ne cerca le risposte con un linguaggio non semplice—che merita tuttavia di essere affrontato, magari con l’aiuto di alcune guide segnalate in fondo all’articolo—ricco di neologismi, e di aforismi criptici come questo.

L’amore è donare quello che non si ha a qualcuno che non lo vuole.

Jacques Lacan, un genio del XX secolo

La “io-crazia”—uno dei tanti neologismi lacaniani appunto—cioè la “follia” di un io che si crede, per usare l’espressione di Freud in Aldilà del principio del piacere, “padrone in casa propria”, è ciò che Lacan ha anzitutto cercato di scardinare, poiché l’io lacaniano, come ricorda Massimo Recalcati, è piuttosto simile a una cipollaL’io è fatto a strati, ogni strato una maschera, ogni strato dipendente dalle nostre rappresentazioni degli innumerevoli influssi che il mondo esterno ha su di noi, e che Lacan definisce “Il Grande Altro”—lo spiega con chiarezza Slavoj Zizek all’inizio del godibile manualetto Leggere Lacan, guida perversa al vivere contemporaneo.

L’intenzione di Lacan rivela una disposizione strutturalista: egli infatti, con gli strumenti della linguistica strutturale, ritorna a Freud—che considera non lo “scopritore” ma “l’inventore” dell’inconscio—con l’intenzione di strapparlo a una tradizione interpretativa per cui l’inconscio sarebbe il fondo oscuro istintuale, l’irrazionale, il sottosuolo.

via Wikipedia Commons CC BY-SA 3.0

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L’inconscio di Lacan: “strutturato come un linguaggio”

Per Lacan, invece, come rivela la sua frase in assoluto più nota:

L’inconscio è strutturato come un linguaggio.

Quasi un motto del Seminario, che ritorna più volte, con varie accezioni, nella panoplia lacaniana. Esso significa, ad esempio, che l’inconscio freudiano—in grado, secondo Lacan, di insinuarsi in ogni nostro comportamento linguistico, come dei cartelloni pubblicitari scorrevoli entrano nel nostro campo visivo e nelle nostre vite senza che ce ne accorgiamo—è tutt’altro che irrazionale.

L’inconscio è una “Ragione” invece, diversa dalla ragione “diurna”, che parla in modo organizzato attraverso le sue manifestazioni. Il sogno, il lapsus—quando i pensieri inconsci interferiscono con i coscienti—, l’atto mancato e anche il sintomo isterico (elemento ‘linguistico’ che allude a un significato rimosso), hanno una loro grammatica stabilita. Per decifrare un sogno, ad esempio, dobbiamo sapere che esso è strutturato come una metafora (sostituzione di termini) o come una metonimia (la parte per il tutto). Insomma, quello che Freud definiva “lavoro onirico” per Lacan è discorso. 

Desiderare il desiderio dell’altro: la verità che l’inconscio ci mostra

Il desiderio dell’uomo trova il suo senso nel desiderio dell’Altro.

Cioè, come più volte sostiene Lacan negli Scritti: “il nostro desiderare passa per l’alterità”. Ciò può significare molte cose. Il nostro è desiderio dell’altro, cioè di ciò che non ci appartiene. Ed è desiderio continuo di altro, cioè metonimia di una mancanza: è l’inquietudine dell’esistenza. Inoltre, è desiderio dello stile di vita degli altri—secondo una linea vicina al desiderio mimetico di Girard—. Ed è anche desiderio dell’altro nel senso che a desiderare non siamo noi, ma l’inconscio: l’Altro. La cui “domanda originaria”, come ricorda Zizek nel suo libro su Lacan già citato, non è “cosa voglio?”, ma:

Cosa vogliono gli altri da me? E cosa vedono in me? Cosa sono io per quegli altri?

Dunque il desiderio per Lacan, che mutua quest’aspetto da Hegel, ha una qualità riflessiva. Esso, come ricorda spesso Massimo Recalcati, non è un semplice bisogno che sia soddisfatto nel possesso di un oggetto, ma, trasceso l’appagamento immediato, sta nel sentirsi desiderato dal desiderio dell’altro. Nel provocare il desiderio di un altro. Questo è ciò che rende la vita umana effettivamente umana.

Amare è essenzialmente voler essere amati.

Perché è importante non tradire il proprio desiderio, cioè la propria vocazione

Quale sia il nostro desiderio in relazione a tutte queste spinte è la verità che l’inconscio, decifrato, può mostrarci. Un desiderio inteso come la nostra vocazione, che non va tradita. Riconoscere il proprio desiderio, assumerlo su di sé, non “tradirlo”, sono per Lacan questioni etiche fondamentali. Tradire la propria vocazione è per Lacan un “peccato” vero e proprio. Un atto di “viltà”. E può essere anche la radice della depressione clinica, poiché il “tradimento” coincide con quella che Freud chiamava rimozione, che attraverso il ritorno del rimosso conduce alla malattia.

Tutti noi del resto, per esperienza nostra o altrui, sappiamo cosa significa, per un momento o per sempre, “voltare le spalle” al proprio desiderio. E abbiamo imparato che, come si può leggere nel primo libro del Seminario lacaniano:

Quando l’essere amato va troppo lontano nel tradimento di se stesso e persevera nell’inganno di sé, l’amore non lo segue più.

Leggere Lacan può risultare un’impresa terrificante, se non si ha con sé qualche mappa per orientarsi. Jacques Lacan. Un insegnamento sul sapere dell’inconscio, di A. Di Ciaccia e M. Recalcati, è una seria introduzione. Così come Jacques Lacan di Fabrizio Palombi, edito da Carocci. Per un approccio più pop c’è il libro di Zizek, Leggere Lacan, guida perversa al vivere contemporaneo. Tra i libri del Seminario, Il desiderio e la sua interpretazione e L’etica della psicoanalisi sono più accessibili di altri, e consigliati. 

Immagine di Copertina di Nemomain via Wikipedia Commons CC BY-SA 3.0