I preziosi consigli di Eugenio Montale sull'arte di leggere

I preziosi consigli di Eugenio Montale sull'arte di leggere

Nessun amante della lettura può definirsi veramente tale se non si è chiesto, più di una volta: perché leggo? Quella sul significato intimo del piacere della lettura è una domanda a cui si può rispondere a cuor leggero, ma può anche rivelare qualcosa di molto importante su di noi. Leggi per puro piacere? O ti tormenta la ricerca, come avrebbe detto Eugenio Montale, della “parola / che attendiamo da sempre”? Nel 1972 proprio Montale—fra i grandi della poesia italiana del ‘900—espresse alcune interessanti considerazioni sull’arte di leggere.

Nel 1972 il poeta aveva 76 anni. Tre anni dopo avrebbe vinto il Nobel per la letteratura. Aveva pubblicato da poco la sua quarta raccolta Satura, e la quinta, Diario del ’71 e del ’72, sarebbe uscita l’anno seguente. Quell’anno, concesse alla Radio della Svizzera italiana un’intervista dedicata “ai piaceri, ai rischi e all’arte della lettura”. Le opinioni di Montale sulla lettura sono articolate, mai banali, e ancora oggi in grado di interrogarci fruttuosamente. Puoi leggere per intero l’intervista su questo sito. Noi ne riassumiamo di seguito i passi più importanti.

Leggere “bene” significa per forza leggere “molto lentamente”?

La risposta di Montale è di buon senso: dipende dal lettore, dal libro, e dall’occasione. Inoltre: meglio decidere subito se un libro fa per noi. Forse un po’ ingiusto, da parte sua, considerare il finale di un libro giallo l’unico aspetto interessante di un’opera del genere.

[Leggere lentamente] non è affatto una regola generale. […] Oggi, diciamo così […] il libro viene sbirciato, annusato. Non è una cattiva pratica perché nel novantanove per cento dei casi, in cinque minuti, così, annusando un libro, si sa già tutto: si capisce se vale o non vale veramente la pena di leggerlo.

[…] C’è il modo di leggere e il modo di rileggere. Non si può leggere rapidamente Proust, ma una rilettura eventuale potrebbe essere anche più rapida. Ci sono libri di cui si sente la necessità di una lentezza di lettura e ci sono altri libri, per esempio il libro giallo, che richiedono invece l’accelerazione della lettura. L’ideale […] per il libro giallo sarebbe anzi che la lettura non ci fosse affatto, cioè si cominciasse dalla fine, perché è il finale, il solo aspetto interessante del libro.

Leggere con piacere e leggere con spirito critico sono due attività incompatibili?

Secondo Montale, no. Perché: “il libro che dà piacere non è sempre un libro deteriore”. D’altra parte, ci sono “gli autori che desiderano esplicitamente di essere letti con una certa difficoltà”. Sono quelli che hanno scritto i libri “più difficili”: come James Joyce. Di certo, per il poeta, vale la pena leggerli. Anche se non sono da biasimare coloro che non riescono a compiere la “preparazione quasi ascetica”, gli “esercizi spirituali” di chi si avvicina all’Ulisse. A questo punto Montale cita un autore italiano “difficile”. Ci si potrebbe aspettare Gadda, oggi: ma il poeta non è tanto banale, e nomina il siciliano Antonio Pizzuto.

Fa poi un’altra considerazione interessante: su un libro molto appassionante non è semplice esprimere un giudizio obiettivo. È il caso, per Montale, di Lolita di Nabokov, del 1955. Che ha uno dei più begli incipit della storia della letteratura.

Immedesimarsi totalmente nel personaggio è una maniera ingenua di leggere, oppure no?

Secondo il critico francese Émile Faguet, citato spesso nell’intervista, il lettore dovrebbe lasciarsi possedere dall’anima dei personaggi. Ciò, per Montale, è fino a un certo punto inevitabile. Ci si può immedesimare in ogni genere di personaggio. Anche in quelli “deboli”, o problematici, come Zeno Cosini di Svevo. Anzi, soprattutto in loro: gli eroi problematici, sulla carta, sono meno artificiosi, più veri dei “forti”.

L’importante per Montale è questo: non arrivare a confondere la vita con l’arte. Anche se qualche volta è capitato anche a lui:

Di ravvisare il sosia di un personaggio letterario in una persona vivente, qualche rara volta mi è capitato. Ricordo che c’era a Firenze una signora – la vidi rarissime volte – che per me era Anna Karenina.

Amare troppo la lettura può essere un rischio per la vita “vissuta”?

Montale non crede che la vita, parafrasando Pirandello, “o si vive o si legge”. Si può essere dei lettori assidui “partecipando ancora alla vita”. Naturalmente, la questione sottende quella del rapporto fra vita attiva e pensiero. Anche in questo caso, Montale consiglia comunque una “giusta misura”.

Non vedo totale incompatibilità fra il vivere e il pensare. Questa antitesi veramente c’è, ma solo quando venga portata agli eccessi; portata agli eccessi, c’è. Sono esistite persone che hanno eliminato del tutto il pensiero e altre, invece, che hanno eliminato del tutto la vita. Il lettore impunito (non so di chi fosse questa definizione), il lettore accanito, il lettore famelico che legge tutto, non so quale partecipazione possa avere con la vita, quale rapporto possa avere con la vita: diventa un malato.

L’attività della vita interiore, in ogni caso, non è facilmente misurabile. È il caso del più grande poeta lirico italiano:

Un Leopardi ha veramente rinunciato alla vita? Io non credo affatto. Se misuriamo la vita in mesi, in anni, in settimane, o anche in fatti, in viaggi, in esperienze, in donne, in amori, in affari, in azioni… allora si può dire veramente che Leopardi ha vissuto ben poco, insomma. Ma ha poi veramente vissuto ben poco? Questo rimane un punto interrogativo.

Immagini: Copertina