La storia di Leonardo Vitale, il primo pentito italiano della mafia

La storia di Leonardo Vitale, il primo pentito italiano della mafia

Scarcerato nel giugno 1984, fu ucciso dopo pochi mesi, il 2 dicembre, mentre tornava dalla messa domenicale. A differenza della giustizia dello Stato, la mafia percepì l’importanza delle sue rivelazioni e lo punì inesorabilmente per aver violato la legge dell’omertà. È augurabile che, almeno dopo morto, Vitale trovi il credito che meritava e che merita.

Con queste parole, pronunciate al Maxiprocesso di Palermo del 1986, Giovanni Falcone ricordava il coraggio e il pentimento di Leonardo Vitale, considerato oggi il primo vero pentito di Mafia della storia italiana. “Il primo mafioso”, come ha detto lo storico Salvatore Lupo: “a denunciare l’esistenza di una società segreta di mafia chiamata Cosa Nostra, in cui si entra per un rito di iniziazione, per prove, dimostrando di essere un killer, e si fa un giuramento di fedeltà a una società che è la stessa dal tempo dei Beati Paoli”.

Negli Stati Uniti, qualche anni prima di Vitale, all’inizio degli anni sessanta, c’era stato Joseph Valachi, anche lui pentito di Cosa Nostra, a cui Leonardo verrà poi paragonato dai giornalisti italiani. Negli anni ’30, invece, c’era stato il caso di un “proto-pentito” Melchiorre Allegra. La cui storia merita di essere approfondita in un articolo a sé.

La carriera da criminale di Leonardo Vitale

Nato a Palermo il 27 giugno del 1941, all’età di diciannove anni entra nella cosca di Giovanbattista Vitale (lo zio paterno) di Altarello di Baida. “Titta”, come lo chiamavano nella zona, aveva la sua attività nella borgata Danisinni, dove troveranno la morte il 5 maggio 1971 il procuratore Pietro Scaglione e il suo autista Antonino Lo Russo. Lo zio per far entrare nel clan Leonardo gli chiede di uccidere un rivale. È l’inizio della sua carriera nella mafia.

Bisogna essere mafiosi per avere successo, questo mi hanno insegnato e io ho obbedito.

Da quel momento Leonardo compie sabotaggi, estorsioni, intimidazioni e omicidi. Diventa in poco tempo capodecina. È un criminale vero. Arrestato nel 1972 con l’accusa di sequestro del costruttore Luciano Cassina. In carcere, all’Asinara, dà i primi segni di squilibrio mentale. I medici lo sottopongono addirittura all’elettroshock. È l’inizio della sua “crisi mistica”.

Il pentimento, i nomi di Ciancimino e Riina

Il 29 marzo del 1973 si presenta alla questura di Palermo, scortato dal commissario della squadra mobile. Le intenzioni di Leonardo, come le aveva spiegate al commissario, sono quelle di “cominciare una nuova vita”. E per una notte intera racconta tutta la sua esperienza mafiosa. Confessa delitti, estorsioni, sequestri. Si autoaccusa di tutti i crimini commessi. Racconta gli omicidi specificando dettagli che soltanto lui poteva conoscere. Come nel caso dell’uccisione del costruttore edile Peppino Bologna con due colpi di lupara dall’alto di un muretto. Per salire ha dovuto usare una piccola scaletta.

Quella notte Leonardo non parla soltanto di sé, ha detto il giornalista Lucarelli “di un Leonardo che non riconosce più e di cui vuole liberarsi. Parla di Cosa Nostra, dei rapimenti”. Citando anche l’omicidio del giornalista Mauro de Mauro. Parla di tangenti, di rapporti con la politica, fa il nome del sindaco Vito Ciancimino.

Il mio crimine è stato quello di essere nato e cresciuto in una famiglia di tradizioni mafiose, e di aver vissuto in una società dove tutti sono mafiosi e per questo rispettati, mentre quelli che non lo sono vengono disprezzati.

Leonardo racconta i riti di iniziazione di Cosa Nostra, la sua organizzazione gerarchica, e in che modo controlla vaste aree della regione. Parla di commissione, di giuramenti, di strani rituali. Una storia incredibile a cui molti non riescono a credere. L’idea del mafioso, dell’uomo d’onore, non coincide per niente con quel fragile e “mezzo pazzo” Vitale. La sua è la storia di un “gregario”. Dal racconto di Vitale la mafia non ha i contorni che si aspettano gli inquirenti. Sembra “troppo assurdo”. E questo, paradossalmente, finirà per indebolire l’importanza di quella testimonianza. Vitale fa i nomi di Bontate, di Calò. E anche di un, allora, mezzo sconosciuto Totò Riina, ma—che afferma Vitale—è intenzionato a diventare il capo della mafia.

Il processo e la condanna a morte

Le dichiarazioni di Leonardo portano al fermo di molti membri della cosca di Altarello. Intanto lui viene rinchiuso al carcere dell’Ucciardone, in quella stessa cella che aveva ospitato Gaspare Pisciotta. Viene sottoposto a perizie psichiatriche, e dichiarato seminfermo di menteaffetto da schizofrenia e in preda a una crisi religiosa. Quando un giornalista gli chiede: “Lei si considera un malato o uno sano?”, Leonardo risponde: “Beh, quello che posso dire io non ha molta importanza, non mi posso sostituire ai luminari della scienza… ma io mi sento bene, una persona normale”. Gli psichiatri dichiarano però che quando parla di Cosa Nostra, Leonardo è lucidissimo e che tutto quello che dice è attendibile. Lo storico Lupo ha detto:

Vitale forse era davvero un pazzo schizofrenico, ma è forse per questo che dice la verità […] La sua follia è autopunitiva, e questo lo rende l’unico vero pentito.

Al processo del 1977 vengono assolti tutti gli imputati per insufficienza di prove, tranne Leonardo e lo zio. A “Titta” vengono dati venticinque anni, mentre Leonardo se ne fa sette nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto. Quando viene dimesso, nel 1984, Leonardo non viene protetto dallo Stato. Nessuno aveva pensato che là fuori fosse un “condannato a morte per le sue confessioni”. Viene freddato il 2 dicembre all’uscita di una chiesa, in compagnia della madre e della sorella. Il giornalista Alberto Faustini ha ripreso il discorso di Falcone, dicendo:

Quel giorno la giustizia mafiosa funzionò molto meglio della giustizia italiana che non aveva saputo ascoltarlo.

Per approfondire

Puoi leggere il libro “L’uomo di vetro” di Salvatore Parlagreco dal quale è stato tratto anche un film, del 2007, diretto da Stefano Incerti. Bellissima da ascoltare in podcast la lezione dello storico Salvatore Lupo.

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