Leone Jacovacci, il campione di pugilato che ha battuto il razzismo sul ring

Leone Jacovacci, il campione di pugilato che ha battuto il razzismo sul ring

Tarchiato, ma non troppo appariscente; in eterno dondolio con le mani affondate nelle tasche d’un soprabito attillato, cappello sugli occhi, faccia bronzina.

Leone Jacovacci da quando era salito sul ring aveva preso l’abitudine di raccogliere su un quaderno ritagli di giornali, fotografie, che lo riguardassero. Un quaderno che con gli anni si è ispessito. 

Ma una pagina è rimasta bianca. Quella del 24 giugno 1928. Non ci sarebbe nulla di strano, se non fosse il giorno in cui lui, “Er nero de Roma”, era diventato campione italiano.

L’esordio come John Douglas Walker

Leone, nasce nel 1902, da padre italiano e madre congolese. Il padre, ingegnere, quando torna in Italia decide di riportarsi il figlio, lasciando per sempre la donna. Leone, che va a vivere a Viterbo dai nonni, non la rivedrà più.

Come tutte le anime dei campioni di pugilato, quella di Leone è tormentata. Scappa spesso da scuola. I compagni e i professori gli ricordano ogni giorno il colore della sua pelle. Si imbarca per l’Inghilterra. Non ce la fa più. I primi rudimenti di boxe li impara sulla nave. Quando arriva Londra non è più Leone Jacovacci. È John Douglas Walker

Il suo esordio avviene a diciotto anni. Con un altro alias. Jack Walker. Il nome l’ha scelto per omaggiare un grande pugile, Jack Dempsey. Allora campione dei massimi. Di cui, Leone, anni dopo, diventerà in qualche occasione sparring partner.

Leone combatte nei medi (e ogni tanto nei mediomassimi). Come i suoi connazionali Tiberio MitriNino Benvenuti. In carriera disputa 155 incontri, vincendone 100, di cui 42 per KO, e perdendone 38. Andando al tappeto 12 volte.

Dopo Londra, Leone si trasferisce a Parigi. Conquistando altre vittorie importanti. La sua nazionalità italiana è ancora un segreto. Anche se il pubblico seduto vicino al ring ascolta il suo forte accento romanesco.

Nel ’22 torna in Italia e ammette pubblicamente la sua origine. Rivuole la sua nazionalità italiana. La federazione pugilistica temporeggia. Lo farà per 4 anni, prima di ufficializzarla. Intanto Jack Walker affronta i suoi “rivali connazionali”. Bruno Frattini, per esempio. 

È un incontro strano. Jack picchia forte, sovrasta il suo avversario, ma il verdetto gli è contro. Assaggia l’ostracismo del Partito Nazionale Fascista.

Gli incontri con Mario Bosisio e il titolo di campione

Non t’arrabbia Bosisio / Se Jacovacci te rompe er viso / Se ce rifarai un’artra vorta / te manna a casa co le ossa rotta. 

Il 16 ottobre del 1927 incontra Mario Bosisio. Campione italiano di categoria. Per la prima volta, Jack Walker ritorna a essere Leone Jacovacci.

Anche questo match è assurdo. La superiorità di Leone (butta giù il suo avversario tre volte) viene clamorosamente annullata. Il match termina in parità. Bosisio è ancora campione. Prima della rivincita Leone deve affrontare (e battere) altri sette sfidanti. 

È il 24 giugno 1928. Contro Bosisio, in palio, non c’è soltanto il titolo italiano ma anche quello europeo.

È a tutti gli effetti, quello tra Leone e Mario, uno scontro sociale, di classe. Da una parte l’umile, nero, romano Leone, dall’altra il tecnico, biondo, milanese Mario. Si combatte a Roma. Casa di Leone. Vince lui, ai punti.

Di quella storica impresa c’è rimasto soltanto un video dell’Istituto Luce tronco a pochi minuti dalla fine. Non c’è una sola immagine di Leone con il braccio alzato in segno di vittoria.

Allo stadio Nazionale, ricorda Luigi Panella su La Repubblica. “ci sono quarantamila appassionati. In prima fila Balbo, Bottai.” Qualcuno dice di aver visto anche Gabriele D’Annunzio.

Nella Roma che avrebbe dovuto “sorprendere l’universo, meravigliosa, ordinata e potente come lo è stata ai tempi di Augusto” secondo il progetto di Benito Mussolini, non c’era posto per un pugile dalla pelle nera.

“Forse Leone”, ha ipotizzato Gian Antonio Stella sulle pagine del Corriere: “nell’attimo esatto in cui levava il pugno al cielo in segno di vittoria, sapeva che non gli avrebbero perdonato il successo”.  

Dopo il ritiro, la triste e solitaria fine

La forza del pugile “negro” è davanti agli occhi di tutti. È campione italiano ed europeo nella categoria dei medi, ma sui giornali ci va Bosisio. A dire che la vittoria è stata ingiusta. Leone, ormai isolato dal regime fascista, se ne va in Francia.

Quella di Leone è un’Italia, come ha scritto Stella: “che sta per stampare quaderni scolastici che spiegano ai bambini che la missione dei nostri soldati in Africa è di portare in mezzo a quelle razze nere, false e viziosi il verbo della civiltà” .

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale ritorna in Inghilterra come John Douglas Walker. Si arruola e in Italia ci torna da fante britannico. A Milano presta aiuto ai profughi connazionali. Per sopravvivere si esibisce nei teatri milanesi nello spettacolo del wrestling. Il mondo dello sport l’ha definitivamente abbandonato. Quando un infarto lo coglie nel 1983, lavorava come portiere in un palazzo.

Per approfondire: nel 2017, in occasione della giornata mondiale contro il razzismo, è uscito nelle sale il film diretto da Tony Saccucci: “Il pugile del Duce”. Imprescindibile, anche se difficile da trovare, è il libro Nero di Roma, dell’esperto di pugilato Mauro Valeri.

Immagine di copertina via YouTube