"Leopardi non era depresso" e "morì per una malattia genetica". Lo studio di un neurochirurgo

Sulla morte di Leopardi si è scritto di tutto: che fosse affetto da colera, tubercolosi, problemi polmonari o che se ne andò addirittura a causa di un’indigestione di dolci. Tra le varie ipotesi, l’ultima più accreditata è quella di un medico monzese Erik Sganzerla, che studiando le lettere scritte dal poeta, è arrivato a formulare una nuova teoria, ovvero che Leopardi fosse affetto da spondilite anchilopoietica giovanile, una malattia genetica rara che insorge dopo i 16 anni.

Il “cold case Leopardi” risolto grazie alle ultime lettere del poeta

Era il 15 giugno 1837 e Giacomo Leopardi, a quasi 39 anni, morì in casa a Napoli. Il suo decesso è da sempre avvolto da oscuri misteri. Il poeta di Recanati viveva a quel tempo con l’amico Ranieri e la sorella di lui, tra Napoli e Torre del Greco, a Villa Ferrigni. Lavorava moltissimo e scriveva senza sosta. Alle pendici del Vesuvio, compose uno dei suoi ultimi canti, La Ginestra.

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Leopardi sul letto di morte, 1837, ritratto a matita di Tito Angelini. (Wikipedia)

Sembra che non conducesse una vita sana e regolare e il suo fisico era già provato da una salute non buona.  Il dottor Erik Sganzerla, direttore della Neurochirurgia dell’ospedale San Gerardo-Università Bicocca, ha scritto un libro su Giacomo Leopardi riaprendo un cold case irrisolto e ricostruendone la sua cartella clinica. Lo fa nel volume Malattia e morte di Giacomo Leopardi dove attraverso la lettura e lo studio approfondito di 1.969 lettere scritte dal poeta, il medico ha ricostruito le fasi della malattia, l’insorgere dei sintomi e la loro evoluzione. Infine ha formulato un’ipotesi sulla causa del decesso che smonta le teorie finora accreditate: era affetto cioè da questa malattia genetica rara, che gli aveva causato problemi correlati alla vista, disturbi intestinali e complicanze cardiopolmonari.

La causa della morte del poeta: una malattia rara reumatica e autoimmune

Ma io non aveva appena vent’anni, quando da quella infermità di nervi e di viscere, che privandomi della mia vita, non mi dà speranza della morte, quel mio solo bene mi fu ridotto a meno che a mezzo; poi, due anni prima dei trenta, mi è stato tolto del tutto, e credo oramai per sempre.

Lettera dedicatoria dei Canti, agli amici di Toscana, 1831

La spondilite anchilopoietica giovanile è una forma di artrite inserita nel gruppo delle malattie reumatiche infiammatorie croniche, autoimmuni e degenerative che gli causò anche la deformità spinale e quindi quella famosa gobba che ha alimentato le dicerie e i pregiudizi sul suo conto. Insomma una sorta di anamnesi condotta grazie allo studio di ciò che scriveva il poeta ai suoi amici.  Dice il neurochirurgo in un’intervista al Corriere di Milano : “Ho seguito un metodo di indagine squisitamente clinico, ho analizzato i sintomi di cui parla nelle lettere tra cui disturbi urinari, deformità spinale, disturbi visivi, astenia, gracilità, bassa statura, disturbi intestinali e complicanze polmonari e cardipolmonari. Piuttosto che pensare a tante diverse patologie ho ricondotto questo quadro ad un comun meccanismo degeneratore”.

Foto cover: Wikipedia