"Amare è difficile": l'invito di Rilke a non aver paura della vita

Nulla può tanto poco toccare un’opera d’arte quanto un discorso critico […] Le cose non si possono afferrare o dire tutte come ci si vorrebbe di solito far credere; la maggior parte degli avvenimenti sono indicibili, si compiono in uno spazio che mai parola ha varcato.

Ci sono autori che per la bellezza dei loro versi, la genialità dei pensieri, per un affetto sincero che proviamo intimamente, vorremmo far conoscere a tutto il mondo. Avvicinarli agli altri come si sono avvicinati a noi. Uno di questi è Rainer Maria Rilke. Poeta, drammaturgo, scrittore tra i più sublimi e dimenticati.

Nato nel 1875 a Praga, Rilke si è contraddistinto come uno dei massimi poeti in lingua tedesca dell’epoca moderna. Complesso, sfaccettato e sensibilissimo. Vicino, intellettualmente, ai grandi (Nietzsche) che hanno accompagnato il passaggio tra i due secoli. Quello che i tedeschi chiamano Jahrhundertwende.

La sua biografia è vasta, anche se in Italia i testi maggiormente diffusi sono—oltre alle Elegie duinesi e I quaderni di Malte Laurids Brigge—poesie scelte, di volta in volta, da varie case editrici. Il che ha reso, forse, troppo frammentata la percezione della sua opera.

Le lettere a un giovane poeta

Tra le pagine più belle dello scrittore boemo ci sono le sue lettere. Oltre a quelle inviate all’amata Lou Andreas Salomé ci sono quelle indirizzate al giovane poeta Kappus.

Scritte fra il 1903 e il 1908, sono state pubblicate postume, nel 1929. Ma la loro diffusione, da allora, è stata intensa. Come mai? Lo spiega Leone Traverso che per Adelphi le ha magistralmente tradotte

Si diffusero in breve tempo nei paesi di lingua tedesca come una specie di breviario — non tanto d’arte quanto di vita.

Gli argomenti trattati riguardano anche l’arte, come abbiamo visto in epigrafe al pezzo. “Cosa significa essere artisti”, ad esempio, dove Rilke dà una bellissima similitudine.

Maturare come l’albero, che non incalza i suoi succhi e sta sereno nelle tempeste di primavera senz’apprensione che l’estate non possa venire. Ché l’estate viene. Ma viene solo ai pazienti, che attendono e stanno come se l’eternità giacesse avanti a loro, tanto sono tranquilli e vasti e sgombri d’ogni ansia.

O il discorso, altrettanto affascinante, sull’origine del destino e la sua direzione.

Quello che noi chiamiamo destino esce dagli uomini, non entra in essi da fuori. […] Come a lungo ci si è ingannati sul movimento del sole, così ci s’inganna ancora sempre sul movimento dell’avvenire. Il futuro sta fermo, caro signor Kappus, ma noi ci muoviamo nello spazio infinito.

La struggente lettera del 14 maggio 1904

Uno dei temi più toccanti della poetica di Rilke è l’intima solitudine. Un invito costante a “penetrare in se stessi e per ore non incontrare nessuno”. Essere soli è la premessa e la chiave fondamentale della vita. Incluso l’amore.

Anche se ci sembra qualcosa di paradossale, di difficile comprensione. Non dobbiamo spaventarci, anzi proprio per questa sua complessità bisogna essere più fiduciosi.

Basta leggere la splendida lettera del 14 maggio 1904. Scritta da Roma.

La gente (con l’aiuto di convenzioni) ha dissoluto tutto in facilità e della facilità nella più facile china; ma è chiaro che noi ci dobbiamo tenere al difficile. […] Poco noi sappiamo, ma che ci dobbiamo tenere al difficile è una certezza che non ci abbandonerà; è bene essere soli perché la solitudine è difficile; che alcuna cosa sia difficile dev’essere una ragione di più per attuarla.

Il monito di Rilke riguarda come abbiamo detto anche l’amore:

L’amore è difficile. Voler bene da uomo a uomo: questo è forse il più difficile compito che ci sia imposto, l’estremo, l’ultima prova e testimonianza, il lavoro, per cui ogni altro lavoro è solo preparazione. […] Amare anzitutto non vuol dire schiudersi, donare e unirsi con un altro […], amare è un’augusta occasione per il singolo di maturare, di diventare in sé qualche cosa, diventare un mondo, per sé in grazia d’un altro.

La vita è piena di facilitazioni; di quelle che Rilke chiama “cinture di salvataggio della più diversa fantasia, battelli e vesciche natatorie, ripari d’ogni genere”. Ma questi sono ostacoli mascherati, confondono e ci fanno vivere una vita con il pilota automatico. Queste convenzioni (come il matrimonio ad esempio, riprendendo un tema tanto caro a Kierkegaard) ci intrappolano nella rete di “una soluzione mortale, anche se poco rumorosa”.

“Accogliere la nostra esistenza quanto più ampiamente ci riesca”

Abbracciare il difficile alla lunga incrementa le nostre abilità e le nostre difese contro la paura. Accoglie la malattia, la morte, e tutto quello che per timore allontaniamo da noi.

Tutto, anche l’inaudito […] è questo in fondo il solo coraggio, che a noi si richieda: il coraggio di fronte all’esperienza più strana, più prodigiosa e inesplicabile, che si possa incontrare. Noi non abbiamo alcuna ragione di diffidare del nostro mondo, ché non è esso contro di noi. […] Solo  se indirizziamo la nostra vita secondo quel principio, che ci consiglia di attenerci sempre al difficile, quello che ora ci appare ancora la cosa più estranea, ci diventerà la più fida e fedele.

Rilke in queste splendide lettere—indirizzate solo formalmente al giovane Kappus, ma dirette a tutti noi—ci dà pochi ma efficaci strumenti. Validi per tutti quelli che lo sappiano ascoltare.

L’augurio che possiate trovare assai pazienza in voi da sopportare e assai semplicità da credereche possiate acquistare sempre più fiducia in quello ch’è difficile e nella vostra solitudine tra gli altriE per il resto lasciatevi accadere la vita. […] La vita ha sempre ragione.

Immagine di copertina | Dettaglio di “Rilke a Mosca” di L. Pasternak, 1928