La lettera di Cesare Pavese al suo ultimo amore Romilda, prima del suicidio

La lettera di Cesare Pavese al suo ultimo amore Romilda, prima del suicidio

Alla fine degli anni ’40Cesare Pavese era ormai uno scrittore noto e affermato. Si potrebbe dire che era stato tanto fortunato nella carriera, quanto sfortunato nelle relazioni con le donne. I suoi amori lo nutrivano e lo avvelenavano allo stesso tempo, alimentando le sue tendenze depressive. Anche con Fernanda Pivano ci fu una burrascosa esperienza sentimentale. Finì male anche con Constance Dowling, una bellissima attrice americana famosa soprattutto per essere stata la grande passione del regista americano Elia Kazan.
Ogni grande amore di Pavese è ricordato in qualche poesia, in qualche stralcio narrativo, nei suoi romanzi e nelle sue lettere che trasudano sempre delle sofferenze infinite.

Romilda Bollati, l’ultimo infelice amore dello scrittore

Romilda Bollati, detta Pierina, fu l’ultima storia d’amore dello scrittore piemontese. Una storia che durò per gli ultimi mesi di vita di Pavese. Si incrociarono per la prima volta alla casa editrice Einaudi, dove Pavese era sotto contratto e dove il fratello di Romilda lavorava. Romilda all’epoca aveva 18 anni e iniziò a frequentare lo scrittore durante la villeggiatura estiva a Bocca di Magra, famosa meta per artisti e poeti in Liguria. Pavese fu subito ammaliato dalla sua bellezza e una volta, nel 1950, scrisse queste parole, vedendo che la ragazza ballava con altri coetanei:

Cara Pierina, ogni tuo ballo è un giorno in meno della mia vita. Me ne restano pochi.

Cesare Pavese le dedicò sempre dei pensieri di grande trasporto emotivo, frutto di un amore assoluto e totale, in netto contrasto con il suo stato d’animo di forte afflizione che lo avrebbe portato al suicidio. Il loro amore durò solo pochi mesi e quest’ultima lettera, datata agosto 1950, testimonia il grande amore per Pierina.

L’ultima lettera di Cesare Pavese a Romilda Bollati

Cara Pierina, ma tu, per quanto inaridita e quasi cinica, non sei alla fine della candela come me. Tu sei giovane, incredibilmente giovane, sei quello che ero io a vent’otto anni quando, risoluto di uccidermi per non so che delusione, non lo feci – ero curioso dell’indomani, curioso di me stesso – la vita mi era parsa orribile ma trovavo ancora interessante me stesso. Ora è l’inverso: so che la vita è stupenda ma che io ne sono tagliato fuori, per merito tutto mio, e che questa è una futile tragedia, come avere il diabete o il cancro dei fumatori. Posso dirti, amore, che non mi sono mai svegliato con una donna mia al fianco, che chi ho amato non mi ha mai preso sul serio, e che ignoro lo sguardo di riconoscenza che una donna rivolge a un uomo ? E ricordarti che, per via del lavoro che ho fatto, ho avuto i nervi sempre tesi e la fantasia pronta e decisa, e il gusto delle confidenze altrui. E che sono al mondo da quarantadue anni ? Non si può bruciare la candela dalle due parti – nel mio caso l’ho bruciata tutta da una parte sola e la cenere sono i libri che ho scritto. Tutto questo te lo dico non per impietosirti – so che cosa vale la pietà, in questi casi – ma per chiarezza, perché tu non creda che quando avevo il broncio lo facessi per sport o per rendermi interessante. Sono ormai aldilà della politica. L’amore è come la grazia di Dio – l’astuzia non serve. Quanto a me, ti voglio bene, Pierina, ti voglio un falò di bene. Chiamiamolo l’ultimo guizzo della candela. Non so se ci vedremo ancora. Io lo vorrei – in fondo non voglio che questo – ma mi chiedo sovente che cosa ti consiglierei se fossi tuo fratello. Purtroppo non lo sono. Amore.

La Bollati nacque in una nobile famiglia piemontese, era infatti figlia dei baroni di Saint-Pierre – da qui il diminutivo Pierina – e divenne un’editrice e un’intellettuale molto nota nell’ambiente.

Pavese telefonò per l’ultima volta a Romilda il 27 agosto 1950, poco prima di morire, dicendosi in partenza. Era ubriaco e non sembrava lucido, ricorderà Romilda. Si uccise, poco dopo, nella stanza 346 del Hotel Roma di Piazza Carlo Felice a Torino, ingerendo una dose letale di sonniferi.

Quando la giovane Romilda, alla notizia del suicidio, si precipitò nella stanza dell’hotel, rinvenne sul davanzale della finestra la cenere di una lettera semibruciata, l’ultimo segno del suo breve amore per “la Pierina”.

Le lettere sono state per molto tempo un piccolo mistero perché Romilda, dolce e riservata, mantenne per quarant’anni il segreto di essere la destinataria di quell’amore inquieto. Soltanto nel 1990 rivelò di essere lei la Pierina e nel ‘98 consegnò le lettere a Maria Corti per il Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia. Lei, donna bella ed elegante, si sposò due volte con uomini molto in vista e morì a 82 anni dopo una lunga carriera da editrice.

Per approfondire: Puoi leggere le lettere più significative di Pavese nel romanzo epistolare Vita attraverso le lettere. In queste 261 lettere, Pavese scrive agli affetti più cari, alla sorella Maria, al maestro Augusto Monti, alle donne desiderate e ai suoi tanti amici, Mario Sturani, Leone Ginzburg, Lalla Romano, Fernanda Pivano, Tullio Pinelli, Italo Calvino. Un diario pubblico che consegna al lettore l’autoritratto di un uomo inquieto ma pieno di affetti.

Immagine: Wikipedia