La pittura del Novecento riassunta in bellissimi video di un minuto

La pittura del Novecento riassunta in bellissimi video di un minuto

Quando vai in un museo ti piace essere completamente “sorpreso” dall’arte o preferisci recarti a una mostra di pittura con almeno un bagaglio minimo di nozioni sugli artisti?

Nel secondo caso, devi sapere che la Royal Academy of Arts sta pubblicando sul suo canale YouTube dei video istruttivi sulla pittura del Novecento. Sono brevi introduzioni ai più grandi artisti e hanno tutti una cosa in comune: durano appena sessanta secondi.

I dodici video finora pubblicati della serie “Pittori in 60 secondi” sono dedicati ad artisti notissimi e ad altri importanti e un po’ meno noti. Puoi scorrere qui la playlist.

L’arte in 60 secondi

In tutti i video la voce cordiale del direttore della Royal Academy of Arts, Tim Marlow, ci accompagna lungo questi corsi introduttivi intensivi. Durano poco più di un caffè, ma sono fatti molto bene. E ti spiegano gli artisti ogni volta con un diverso taglio prospettico.

Di fronte alla pittura figurativa “pura” e discreta di Edward Hopper, ad esempio, Marlow se ne chiede, e ci chiede, il “senso profondo”.

Il filo conduttore dell’enigmatica opera di Hopper è una contemplazione profonda di ciò che ci circonda. Hopper rallenta il corso del tempo e cattura un istante di quiete in un mondo irrequieto.

Nell’America della Grande Depressione i quadri di Hopper suscitavano agli osservatori domande sulla loro identità di americani. Oggi ci invitano a fermarci, osservare e a meditare. Un messaggio che risuona decisamente, di fronte a tutto il rumore del XXI secolo.

E quando l’arte rifiuta il concetto di forma? In quel caso bisogna soffermarsi un po’ di più sul senso della tecnica prescelta dall’artista.

Come nel video dedicato all’action painting di Jackson Pollock, che parte dall’osservazione della sua tela più grande, Mural, del 1943. Questa è considerata il simbolico ingresso che avrebbe portato Pollock all’esteso sperimentalismo del dripping: spruzzare, o lasciar gocciolare colori su tela senza un intervento manuale sulla superficie.

Talvolta il breve video parte dagli accenni all’ambiente artistico. E dalle influenze che hanno formato il gusto, o meglio il vocabolario visivo dell’artista. È il caso di Henri Matisse. All’inizio del XX secolo, Parigi era un focolaio dell’avanguardia europea.

Di quell’ambiente, Matisse è stato “uno dei più rivoluzionari talenti”. Grazie allo sperimentalismo coloristico, e al rifiuto di offrire allo spettatore un’illusione di realtà. Cosa ispirava Matisse?

La luce e i colori del sud della Francia, gl’intricati motivi geometrici dell’arte islamica, la cultura africana, la calligrafia cinese.

Tutto questo si è riversato nell’attività di Matisse: un’arte che soprattutto nella sua fase più tarda, come si ascolta nel video, è fatta di linee e forme sinuose, semplificate ai confini dell’astrazione. Un’arte che canta con il colore”.

Un altro maestro del colore di cui si parla è Mark Rothko. All’inizio, Marlow ci dice che Rothko ha prodotto “alcuni dei dipinti più emozionanti di tutto il XX secolo”. E alla fine ci rivela il suo obiettivo: affrontare la domanda dell’esistenza umana attraverso il colore.

I quadri dell’artista rappresentano “macchie di colori saturi”. Spesso interpretabili come stilizzazioni estreme di paesaggi. Ma ci viene detto che Rothko allude anche all’architettura classica o a costruzioni come Stonehenge.

E realizza l’equivalente di una soglia in cui tu, osservatore, ti proietti. Questi quadri minacciano di sommergerci. A causa dei bellissimi, tenui bordi delle forme colorate, i dipinti danno comunque l’impressione di respirare, di vibrare

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Mark Rothko – Red, Orange, Tan and Purple, 1954 (particolare)

C’è spazio per celebrità del primo Novecento. Come Dalí, il cui “talento per l’autopromozione lo rese la prima superstar dell’arte in epoca televisiva”. O Marcel Duchamp. Ha partecipato all’esperienza di cubisti e dada, ma nessuna di queste tendenze artistiche l’avrebbe fagocitato. Quando nel 1915 Duchamp si recò a New York, ci ricorda Marlow, la sua fama di pittore cubista era alta, ma egli aveva già abbandonato la pittura: poiché era un’arte retinica che, a suo dire, impegnava piuttosto l’occhio che la mente. Perciò escogitò i suoi celebri ready-made. La forza dell’idea sostituisce la mano dell’artista. Duchamp disse poi di aver abbandonato l’arte per gli scacchi, ma avrebbe in realtà continuato a realizzare piccoli lavori fatti a mano.

Questo grande iconoclasta, che amava infrangere le regole, non risparmiava neanche le proprie.

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