Cosa dicono di noi i libri che accumuliamo e non leggiamo subito

Cosa dicono di noi i libri che accumuliamo e non leggiamo subito

Bibliofilia: forma di perversione erotica che spinge il paziente a trarre piacere dall’accumulo di polvere sopra libri intonsi.

Così, ironicamente, Marco Rossari nel suo breve e divertente pamphlet “Piccolo dizionario delle malattie letterarie” spiega questa nostra malattia. Tutti i lettori forti sono spesso attanagliati da tentazioni dell’inconscio: “Questo non può certo mancare alla tua collezione, prendilo intanto, poi lo leggerai”.

In un articolo del 2007 su Repubblica, Umberto Eco, il semiologo e scrittore scomparso nel febbraio del 2016, ha scritto:

Il bibliofilo raccoglie libri per avere una biblioteca. Una biblioteca non è una somma di libri, è un organismo vivente con una vita autonoma. La biblioteca di casa non è solo un luogo in cui si raccolgono libri: è anche un luogo che li legge per conto nostro.

Un passaggio che ha bisogno di chiarimenti. In che senso la biblioteca di casa li legge per noi? Eco lo fa con un esempio, che sicuramente sarà capitato anche a te. I libri non letti generano rimorsi. Quei libri ci aspettano. “Ci fissano dagli scaffali come a ricordarci il nostro peccato di omissione.” Soprattutto se la nostra biblioteca conta cinquantamila volumi, come quella di Eco.

La biblioteca di Umberto Eco

Tutti, prima o poi, abbiamo incontrato “quello” che guardando i nostri libri ci ha detto: “Quanti libri! Li hai letti tutti?” A quel punto, prendendo esempio dall’autore de Il nome della rosa, possiamo rispondere in tre modi.

Non ne ho letto nessuno, altrimenti perché li terrei qui?

Di più, signore, molti di più!

O la terza opzione, quella preferita da Eco:

No, quelli che ho già letto li tengo all’università, questi sono quelli che debbo leggere entro la settimana prossima.

Come ha raccontato Paolo Musano su gli Stati Generali, in una Bustina Minerva del 1997, Eco fa un calcolo interessante. E in un certo senso liberatorio.

Prendete in mano quello che rimane il più ricco repertorio di opere letterarie, il Dizionario Bompiani delle Opere, trascurando i volumi dedicati ad Autori e a Personaggi. Nell’edizione attualmente in commercio le Opere contano 5450 pagine. Calcolando a occhio che vi siano in media tre opere per pagina, abbiamo 16.350 opere. […] Azzarderei per [la lettura di] un’opera di medio volume almeno quattro giorni. Quattro giorni per ogni opera registrata dal Dizionario Bompiani farebbe 65400 giorni: dividete per 365 e avete quasi 180 anni. Il ragionamento non fa una grinza. Nessuno può aver letto o leggere tutte le opere che contano.

E se invece volessimo rileggere più volte uno stesso libro? L’invito di Eco è lo stesso. Non essere ossessionati dal tempo.

Si rassicurino i lettori. Si può essere colti sia avendo letto dieci libri che dieci volte lo stesso libro. Dovrebbero preoccuparsi solo coloro che di libri non ne leggono mai. Ma proprio per questa ragione essi sono gli unici che non avranno mai preoccupazione di questo genere.

Accumulare i libri nuovi, l’arte giapponese dello tsundoku

Accumulare i libri, oltre le nostre aspettative di vita, in giapponese si chiama tsundoku. Un termine dello slang del periodo Meiji (1868-1912). Il termine unisce l’“accatastare cose e lasciarle in disparte” con il verbo “leggere”.

I libri ancora non letti che ci guardano dagli scaffali ci ricordano che non possiamo conoscere tutto. Qualcosa va tralasciata. Quando poi ne prendiamo uno in mano, e cominciamo a sfogliarlo può succedere un fatto strano. Ci rendiamo conto che “sapevamo già tutto quel che diceva”. Un fenomeno che per Eco ha tre cause. 

La prima di natura magica. E cioè che tutte le volte che lo abbiamo toccato, anche solo per spostarlo per prenderne un altro, il suo potere si è trasmesso “attraverso i nostri polpastrelli” e lo abbiamo letto tattilmente.

La seconda ipotesi è che in verità quel libro l’abbiamo letto. “Ogni volta che lo si spostava si gettava uno sguardo, si apriva qualche pagina a caso”.

La terza è che con il passare del tempo abbiamo letto altri libri che parlavano anche di quello che ci stava aspettando sullo scaffale.

Così senza rendercene conto abbiamo appreso che cosa dicesse (sia che si trattasse di un libro celebre, di cui tutti parlavano, sia che fosse un libro banale, dalle idee così comuni che le ritrovavamo continuamente altrove).

Leggere uno di questi libri si rivela una conquista esistenziale. Come se avessimo preso possesso di un piccolo pezzo di quella persona che abbiamo “progettato” di essere.

L’anti-biblioteca di Nicholas Taleb

Secondo qualcuno, e in parte anche secondo Eco, le nostre biblioteche dovrebbero contenere più libri non letti che letti. Come ha scritto Erica Puggioni, “i libri non letti sono una specie di espressione di fede”.

In un saggio molto interessante (ripreso da Paolo Musano) Maria Popova cita il lavoro di Nicholas Taleb. Riportando un frammento de “Il cigno nero”.

I libri letti sono molto meno preziosi di quelli non letti— scrive Taleb—Una biblioteca dovrebbe contenere la maggior parte di quello che non sappiamo. Accumuleremo sempre più libri e conoscenza, man mano che invecchieremo, e il numero crescente di libri non letti sugli scaffali ci guarderà in maniera sempre più minacciosa. Infatti, più aumenta il nostro sapere, più si allarga il numero di libri da leggere.

Proviamoli allora a mettere in bella mostra, e non nasconderli come se fossero un’onta. Ci ricordano quanto il nostro passaggio sia breve. E quanto sia utopistico pensare di leggere tutti i libri necessari. Il significato profondo del leggere sta nella lettura stessa: quello è il suo senso ultimo. E dobbiamo renderla, per il nostro bene, perpetua.

Immagine di copertina di Radu Marcusu