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I like e la "botta di dopamina": perché i social possono renderci depressi e disabituarci alle relazioni

Narcisisti. Pigri. Dispersivi. Egoisti. Fondamentalmente infelici. Questi sono i Millennials secondo Simon Sinek, famoso motivational speaker il cui bestseller Start with Why, how great leaders inspire everyone to take action, è stato rielaborato in uno dei TED Talks più popolari di sempre.
Per chi non lo sapesse, i “Millennials“sono i nati tra l’inizio degli anni ’80 e la metà dei ’90 del secolo scorso, e che oggi hanno da 25 a quasi 40 anni.

I millennials, a differenza dei membri della Generazione X, hanno sviluppato fin dall’adolescenza una grande familiarità con le tecnologie digitali, anche se, a differenza dei cosiddetti centennials, non sono “nati con Internet”. Oggi, adulti e variamente inseriti con difficoltà nel mondo del lavoro, i millennials restano, secondo Sinek, difficili da gestire. Convinti che tutto sia loro dovuto. Attratti dalle gratificazioni momentanee piuttosto che dalle conquiste durevoli sul lavoro e nelle relazioni. E incapaci di adattarsi all’idea, diciamo così, che la vita è dura e poi si muore.

Perché i millennials dovrebbero

In un testo del 1928 ancora di riferimento, Il problema delle generazioni, il sociologo Karl Mannheim aveva già notato che a ogni generazione può corrispondere una visione del mondo in qualche modo condivisa da individui che subiscono le stesse influenze da parte della cultura dominante e delle condizioni socio-politiche, raggiungono la maturità nello stesso periodo ed esprimono un “fine interiore” comune.

Secondo Simon Sinek le aspirazioni dei millennials, così come sono formulate dai membri della generazione stessa—ad esempio, lavorare in un ambiente che abbia uno scopo, e lasciare un segno—non sono destinate a diminuire l’infelicità dei millennials, che ha quattro cause fondamentali, sia “endogene” che “esogene”. Uno, le strategie fallimentari di educazione familiare. Due, la tecnologia. Tre, l’impazienza. Quattro, l’ambiente lavorativo. Nel video qui sopra, sottotitolato in italiano Sinek spiega in modo molto affascinante il suo punto di vista.

Si può davvero avere quel che si vuole, se solo lo si vuole?

A proposito di influenze: un ambiente familiare iperprotettivo, oltremodo indulgente e incoraggiante, dice Sinek, fa male perché permette di costruire una falsa immagine di sé che il mondo del lavoro—reale, disposto a valutare l’individuo solo sulla base delle sue effettive capacità, poco pietoso con chi resta indietro—spazzerà via insieme all’autostima, che negli sfortunati millennias—incolpevoli, sotto questo aspetto—è a livelli inferiori che nelle precedenti generazioni.

I like e la “botta di dopamina”: perché i social possono renderci depressi e disabituarci alle relazioni

Ancora a proposito di influenze, veniamo al secondo punto, collegato alla carenza di autostima: come un etologo ospite a Superquark, il motivatore ci ricorda che:

l’interazione sui social media e l’utilizzo degli smartphone provoca il rilascio di dopamina.

La dopamina è un neurotrasmettitore che tra le altre cose governa la sensazione di piacere e il senso di ricompensa. Ed ecco perché “quando riceviamo un messaggio è una bella sensazione”. Si inviano messaggi solo per farsi rispondere, si contano i like ottenuti dai post, si costruisce un’immagine di sé sui social che produca risposte che regalano la “botta di dopamina”.

La dopamina è la stessa sostanza che ci fa stare bene quando fumiamo, beviamo e scommettiamo. In altre parole crea molta, molta dipendenza.

In età adolescenziale—quando l’approvazione degli amici, in un certo senso, è tutto—questa dipendenza è nociva. E porterà l’individuo, che non ha sviluppato nel tempo social skills necessarie per stringere sani rapporti umani, a rivolgersi ai dispositivi anche da adulto per ottenere gratificazione istantanea e sollievo temporaneo nei momenti in cui, come dice David Foster Wallace in La scopa del sistema, “mi manca chiunque”. Va detto che tale dipendenza dai social network ormai è generalizzata a tutte le fasce d’età. Il giusto approccio alla tecnologia è l’unica soluzione per non cadere in una dinamica di fruizione dei social sbagliata.

Se non si rapporta ai social in modo equilibrato, l’individuo secondo Sinek diventerà incapace di stabilire rapporti autentici con le persone.

La differenza fondamentale fra le gratificazioni momentanee e le conquiste durevoli della vita

Il terzo punto è a sua volta collegato al secondo. I millennials, proprio perché cresciuti in un mondo di gratificazioni istantanee dal punto di vista del consumo e dei sentimenti, sono impazienti. Ma non tutte le gratificazioni si possono conquistare rapidamente: e proprio per questo sono le più durevoli.

Le soddisfazioni lavorative, le relazioni stabili, si conquistano tramite processi lenti, tortuosi, inquieti e incasinati.

Per questa ragione, secondo Sinek, la retorica del voler “lasciare un segno” nel proprio ambito lavorativo è il maggior segnale dell’impazienza generazionale per cui i millennials vorrebbero, come dei bambini, raggiungere una vetta senza scalare la montagna.

L’amore, le gratificazioni sul lavoro, la felicità, il gusto per la vita, l’autostima: per tutte queste cose ci vuole tempo.

L’impazienza provoca invece l’effetto contrario a quello cui apparentemente tende: ascoltando solo la propria impazienza, nella migliore delle ipotesi un uomo e una donna non potranno che attraversare la vita senza mai riflettere davvero sulle proprie ambizioni, attraversando la carriera e le relazioni in una condizione di ennui.

Proprio su questo, secondo Sinek, dovrebbe lavorare la leadership degli ambienti lavorativi in cui i milennials sono inseriti. Poiché aiutarli a fondare una personalità equilibrata, secondo Sinek, dovrebbe anche essere un compito dell’ambiente lavorativo. Infatti è importante ricordare, come scriveva già Mannheim un secolo fa, che alle generazioni “più vecchie” spetta anche il compito di legittimare alcuni valori presso le nuove generazioni che dovranno trasformare la società.

Immagine di Copertina di Matthew T Rader via Unsplash