Quanto ci manca lo sguardo lucido e tagliente di Luciano Bianciardi

Quanto ci manca lo sguardo lucido e tagliente di Luciano Bianciardi

Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda. A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera. Io mi oppongo.

Luciano Bianciardi è stato un attento osservatore dei costumi e dei tic degli italiani durante il boom economico. Immerso e allo stesso tempo refrattario all’establishment culturale, Bianciardi ha scritto testi preziosi per lucidità e puntualità critica, oggi dimenticati.

Eppure come ha ricordato Valerio Alberto Menga, su l’Intellettuale dissidente:

Luciano Bianciardi, con le sue opere, ha descritto meglio e prima di ogni altro l’altra faccia del miracolo economico italiano, intuendo, molto prima di Pasolini, i pericoli del consumismo.

La vita agra, Il lavoro culturale sono opere fondamentali per capire gli anni del boom. Oggi è in atto una lentissima fase di riscoperta. Cominciata grazie alla biografia di Pino Corrias, Vita agra di un anarchico, nel 1993.

Gli anni dell’infanzia e della madre, “maestra a vita”

Nato a Grosseto, il 14 dicembre del 1922, Luciano è figlio di una insegnante elementare e un cassiere della Banca Toscana. La sua educazione è rigida, la madre è severa e pretende molto da lui. Sarà la sua “maestra a vita”.

Luciano studia oltre le lettere, anche la musica e le lingue. Legge tantissimo, tra i suoi libri dell’adolescenza più cari, c’è l’opera I Mille di Giuseppe Bandi. Un’opera memorialista del 1902, in cui l’autore e patriota, ricorda la storica spedizione. La sua duratura passione per il Risorgimento lo porterà nel 1964, a pubblicare un libro fortemente ispirato all’opera di Bandi, intitolato La battaglia soda.

Dopo gli ottimi risultati a scuola, anche se ricordati con dolore e affanno, si iscrive all’università di Pisa, alla facoltà di Lettere e Filosofia. Sono gli anni di uno studio intenso e di un primo, timido, avvicinamento alla politica. Aderisce, seppur per poco, al liberalsocialismo. “Ben poca cosa”, ricorda:

Una volta scrissi una lettera a Mussolini, chiedendogli le dimissioni, dopo quelle di Badoglio — e nulla più.

La sua ultima partecipazione attiva a un’organizzazione politica sarà quella al Partito d’azione, sciolto poi nel 1947.

Gli anni della guerra

Nel ’43 riceve la chiamata. In Puglia assiste al bombardamento di Foggia nel luglio dello stesso anno. La sua esperienza militare viene riassunta dallo stesso autore con mirabile precisione. Spiega in che modo l’entusiasmo iniziale sia rapidamente tramontato al primo confronto con la realtà.

Il richiamo alle armi, all’inizio di quel tragico e denso 1943, mi colse impreparato. Molto ingenuamente, io decisi di accettare la vita militare come una prova di disciplina e di equilibrio. […] Ebbi fiducia nei superiori, gli ufficiali di carriera che ci parlavano ogni giorno di onore e di coraggio, di Patria e di Sovrano. […] Non fu necessario attendere a lungo, per vedere quale fosse la verità: certe orribili giornate pugliesi dell’est e dell’autunno di quell’anno mi rivelarono lo sfacelo.

In un dopoguerra difficile e precario economicamente, Luciano insegna inglese in una scuola media. Sposa Adria Belardi e nel 1949 nasce il suo primo figlio, Ettore. Ne avrà tre. I pensieri che attanagliano Bianciardi sono quelli di un padre, comuni e commoventi.

Non ci sarà soluzione sicura per mio figlio se non sarà sicura anche per tutti i bambini del mondo, anche questo mi pareva abbastanza chiaro… non basta essere soli col proprio lavoro e con la propria miseria, ci vuole anche un figlio per desiderare l’avvenire e lavorare a costruirlo.

Riesce a trovare un posto dietro la cattedra della sua ex scuola di Grossetto. È professore di storia e filosofia. Nel 1951 accetta l’incarico di direttore della biblioteca locale Chelliana. Tra le sue iniziative c’è anche quella del Bibliobus, un furgone carico di libri che viaggia per la campagna grossetana per portare i libri nei paesini più remoti.

I minatori della Maremma

Proprio durante una di queste spedizioni, a Ribolla, Bianciardi, insieme all’amico e scrittore Carlo Cassola, fa la conoscenza di alcuni minatori e delle loro tremende condizioni di lavoro. Un incidente, che toglierà la vita a più di 40 lavoratori, dà il la alla scrittura di un reportage, che si può definire la prima opera letteraria di Bianciardi. I minatori della Maremma. “Funzionale e avvincente”, come lo ha definito Renato Bertacchini. Pubblicato nel 1956, dopo esser stato anticipato sulle pagine dell’Avanti!

Organizza cineclub e incontri culturali. Tiene rubriche sulla Gazzetta di Livorno, collabora con Il Mondo e Il Contemporaneo. Si trasferisce a Milano, su invito dell’amico e collega Trombadori che gli trova un posto nella neonata Feltrinelli. Rivestirà, tra gli altri ruoli culturali, quello di traduttore. Collabora con Nuovi Argomenti, la rivista fondata da Alberto Moravia e l’Unità. A Milano tocca con mano le “contraddizioni del boom economico”.

La “trilogia della rabbia”

Viene licenziato presto dalla casa editrice “per scarso rendimento”. Lui ha un’altra versione dei fatti:

Mi licenziarono soltanto per via di questo fatto che strascico i piedi, mi muovo piano, mi guardo intorno anche quando non è indispensabile.

Continua il lavoro di traduzione. Oggi sono circa cento i romanzi tradotti da Bianciardi. Saul Bellow, William Faulkner, Henry Miller, John Steinbeck, soltanto per citarne qualcuno. Lavora anche a una specie di autobiografia: Il lavoro culturale. È un racconto, narrato con ironia, della formazione di un giovane di provincia tra il secondo dopoguerra e gli anni della ricostruzione. Non si sbaglia a rivedere in quell’intellettuale acerbo lo stesso Luciano. È il suo primo romanzo e il primo capitolo di un’ideale trilogia della rabbia.

La vita agra

Nel 1959 pubblica il secondo movimento, L’integrazione. La storia di due fratelli intellettuali che si sono trasferiti a Milano, attratti dallo spettro del progresso.

Quassù noi siamo venuti allo stesso modo che se si fosse preso il treno per Matera.—Capisce presto uno dei protagonisti—In una zona depressa siamo venuti, credilo pure, e ben più difficile della Lucania: perché la depressione salta subito agli occhi, mentre qui si maschera da progresso, da modernità.

Ha un metodo: “di domenica, solo di domenica”, scrive cose sue, tutti gli altri giorni Bianciardi traduce. Nel 1962 dà alla luce il suo libro più bello, La vita agra. Elogiato da Calvino, Luciano lo definisce così:

La storia di una solenne incazzatura, scritta in prima persona singolare.

È la summa dei suoi temi più cari. Il boom economico, i rapporti interpersonali, il lavoro, la provincia.

L’aggettivo agro sta diventando di moda, lo usano giornalisti e architetti di fama nazionale. Finirà che mi daranno uno stipendio solo per fare la parte dell’arrabbiato.

Il libro, per parafrasare le parole di Geno Pampaloni, può esser letto anche come un “palinsesto dei motivi che animeranno, qualche anno dopo, la contestazione dei giovani”. Trovano spazio la “rabbia, anarchico-socialista, contro il potere disumano dell’industria”. L’alienazione a cui “è ridotta la folla della metropoli”. La nausea del “traffico, la pena per il mondo aziendale, il rifiuto del successo, il consumismo, la satira sul mondo editoriale, la cultura mercificata, una contestazione globale”. Insomma quello di Bianciardi è un “no” al miracolo economico, “pronunciato con rabbia in anticipo sulla contestazione politica”.

Il libro riscuote un buon successo commerciale. Ne verrà fuori anche un film, nel 1964, diretto da Lizzani. Nel quale, oltre al protagonista Ugo Tognazzi, nei panni di un cantante da osteria, compare anche Enzo Jannacci.

Gli anni della fine

Bianciardi però non sembra adatto a godersi il successo. All’iniziale euforia, come una sbornia, subentra presto lo sconforto.

Mi comincio a vergognare, e perciò stamani ho ricominciato col solito lavoro di tutti i giorni, per riconquistarmi la stima di me medesimo.

Dopo la pubblicazione nel 1964 della Battaglia soda, Bianciardi si isola. Si rifugia in provincia di Genova. Collabora con Il Giorno, con Le ore, “tutta roba che non mi piace molto, ma che altro vuoi fare?”

Pubblica gli ultimi libri, Aprire il fuocoDaghela avanti un passo! e Viaggio in Barberia. Ma quella “via dell’autodistruzione attraverso l’alcol”, come ha scritto la figlia Luciana, è stata irrimediabilmente intrapresa. Ripeteva a chi gli stava vicino “sopportatemi, duro ancora poco”. Morì a 49 anni, nel 1971.

Nel nostro mestiere occorre staccarli bene da terra, i piedi, bisogna muoversi, scarpinare, scattare e fare polvere, una nube di polvere possibilmente, e poi nascondercisi dentro.

Per approfondire: ti consigliamo di partire dalla “trilogia della rabbia”, in particolare da La vita agra. Facile da trovare. È invece praticamente introvabile, anche se si può consultare in biblioteca, L’antimeridiano edito da ISBN Edizioni, che raccoglie in due volumi tutti i suoi scritti. Romanzi, racconti e i preziosi articoli di giornale.

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