Luis Buñuel: guida al massimo esponente del cinema surrealista

Luis Buñuel: guida al massimo esponente del cinema surrealista

Quando si pensa al cinema surrealista, si pensa a Luis Buñuel. Un regista di grande coraggio, che nel corso della sua carriera ha sempre preso di petto temi scomodi. Le profondità e le contraddizioni dell’inconscio. Il contrasto fra libertà e autorità delle istituzioni. Le pulsioni animalesche che coesistono con la razionalità nell’uomo.

Negli anni ha ottenuto tutti i maggiori riconoscimenti cinematografici. La Palma d’oro a Cannes nel 1961, il Premio Oscar nel 1973, e il Leone d’oro a Venezia nel 1982.

L’infanzia e la formazione

Nato all’alba del Ventesimo secolo (il 22 febbraio 1900), Luis Buñuel cresce in un piccolo paesino dell’Aragona, in Spagna. I genitori, fortemente cattolici, gli fanno intraprendere gli studi in un istituito gesuita di Saragozza, dove il futuro regista conosce e si scontra per la prima volta con la figura dell’istituzione.

In molte interviste e occasioni, ricorderà quella esperienza come il punto nevralgico della sua giovinezza. La repressione di sentimenti e desideri che si respirava nell’istituto, matura nel giovane Buñuel la convinzione che le forme di potere costituite siano il male. E che se un artista vuole veramente maturare un’indagine che ha un valore, deve farlo esplorando proprio i temi che certe istituzioni tentano di reprimere. La sessualità, e i desideri più reconditi.

Una volta diplomato, Luis Buñuel convince i genitori a iscriverlo alla facoltà di Lettere e Filosofia di Madrid. Nella capitale spagnola conosce un mondo totalmente diverso. Incontra giovani artisti del calibro Salvador Dalí e Federico García Lorca, e comincia ad appassionarsi al cinema. Decide di diventare un regista.

Parigi e il surrealismo

Nel 1925, appena laureato, il giovane Luis decide di trasferirsi in quella che all’epoca era considerata la capitale culturale del mondo, Parigi. Qui, grazie all’amico Dalí, entra a far parte del gruppo surrealista, e comincia a frequentare i salotti in cui si discutono le nuove avanguardie artistiche.

Il regista comincia a sperimentare le sue idee cinematografiche, e nel 1928 presenta Un chien andalou. Un cortometraggio, scritto insieme a Dalí, che segnerà la sua carriera. Pur essendo un corto è considerato da molti come il film simbolo del cinema surrealista.

Il corto, muto—la colonna sonora sarà aggiunta solo in seguito, nel 1960—presenta una serie di scene e immagini che sembrano non aver nessun collegamento fra di loro. Scenari onirici, simbolici, si susseguono fra loro nel tentativo di risvegliare la coscienza dello spettatore.

Il secondo lavoro parigino del regista, L’âge d’or, esce due anni più tardi e rappresenta la continuazione di questo periodo. Narra le vicende di una coppia che tenta di consumare il loro amore, osteggiata dalla morale sessuale dominante. Buñuel, insomma, nei primi due lavori getta le basi della sua produzione.

Il ritorno in Spagna e l’esilio volontario

Pochi anni prima della guerra civile, Buñuel torna in patria, spinto dal bisogno di raccontare il dramma in cui stava cadendo la Spagna. Nel 1932 gira infatti Terra senza pane, in cui racconta la vita misera e senza giustizia dei contadini dell’Estremadura.

La vittoria di Franco spinge il regista a lasciare nuovamente la sua terra natia. Prima trasferendosi a New York, e successivamente in Messico. Questo Paese rappresenta la seconda patria di Buñuel, che prenderà anche la cittadinanza. Per 15 anni non dirige più niente. Poi, nella seconda metà degli anni Quaranta, ritorna alla macchina da presa. Gira Gran Casino (1947), Il grande teschio (1949) e I figli della violenza (1950), con cui sperimenta la narrazione neorealista.

I temi cardine dell’opera del regista spagnolo cominciano a essere reiterati e ripresentati sotto altre vesti. L’odio viscerale per il regime di Franco si tramuta in invettive sempre più acide verso il potere costituito. Buñuel, inoltre, fin dai tempi dell’istituto gesuita è un anticlericale dichiarato. La morale ufficiale e oppressiva, insomma, lo disgusta a tutto tondo.

E tutti questi aspetti si possono notare nei grandi film che gira fra gli anni Cinquanta e gli anni SessantaL’illusione viaggia in tranvai (1953), La selva dei dannati (1956), Violenza per una giovane (1960), Viridiana (1961), L’angelo sterminatore (1962), Bella di giorno (1967) e La via lattea (1969).

Gli ultimi lavori e la scomparsa

All’inizio degli anni Settanta, ormai Buñuel è uno dei registi più amati e apprezzati del mondo. Le soffocanti censure a cui è andato incontro per tutta la sua carriera—con titoli cancellati, o fortemente censurati—finalmente si placa. Molti dei suoi lavori vengono rieditati completamente, per essere riproposti.

Questi sono anche gli anni degli ultimi lavori, Il fascino discreto della borghesia (1972)—con cui vince l’Oscar—Il fantasma della libertà (1974) e Quell’oscuro oggetto del desiderio (1977), suo ultimo film. Sono tre lavori attraverso cui Buñuel compie una specie di omaggio a se stesso. I suoi grandi temi, che lo avevano sempre animato, vengono raffrontati nuovamente.

Nel 1982, un anno prima della morte, gli viene conferito il Leone d’oro alla carriera. Degno finale di una traiettoria artistica che aveva letteralmente sconvolto e influenzato il cinema mondiale.

Immagini: Copertina