Marco Ferreri: guida al più grande

Marco Ferreri: guida al più grande "regista dimenticato" d'Italia

Guardando le rassegne cinematografiche, gli omaggi televisivi e le interviste agli artisti più amati del panorama italiano si ha come l’impressione di essersi dimenticati del cinema di Marco Ferreri. Regista unico in Italia e non, talmente unico che la critica per anni, fin dall’esordio, si è sempre interessata più al personaggio che alle sue opere.

[advertise id=”hello-amazon”]

L’hanno definito un “provocatore”, un “misogino”, un “moralista”; le definizioni più gentili non andavano oltre lo “humour nero”. “Se sono stato un provocatore”, ha detto una volta: “Lo sono stato parlando in maniera semplice, lineare e mettendo sotto al microscopio l’uomo e la donna”.

Marco Ferreri nasce a Milano nel 1928 (morirà a Parigi nel 1997), prima di girare un suo lungometraggio produce un corto di Luchino Visconti, recita in un paio di pellicole di Alberto Lattuada e si dedica all’attività di pubblicitario diviso tra la Francia, l’Italia e la Spagna. È durante uno di questi viaggi, nel 1958 a Barcellona, che incontra il regista Rafael Azcona e girano insieme due film. Con quel bagaglio di esperienza torna in Italia e firma due episodi del film Le italiane e l’amore del 1961.

Il suo primo lungometraggio è del 1963, si intitola Una storia moderna: l’ape regina, interpretato da Ugo Tognazzi, l’attore che lo accompagnerà in molte pellicole. Il film viene subito colpito dalla mannaia della censura per i suoi contenuti, ritenuti anticonvenzionali e anticattolici. Vengono tagliate scene, modificati i dialoghi, anche il titolo viene cambiato. “L’ape regina” da sola non basta, bisogna anteporre “Una storia moderna”. Anche la musica viene censurata. Il pubblico italiano potrà vedere la pellicola in versione integrale soltanto vent’anni dopo.

Con il 1964 il cinema di Ferreri comincia a delinearsi con maggior precisione: esce La donna scimmia. Un attacco al matrimonio come convezione sociale, “basato sull’affetto e sull’opportunismo sociale”. Anche in questo caso, il produttore impose un finale edulcorato che non aveva niente a che vedere con il cinema del regista milanese. Marco Ferreri si presenta così a un pubblico italiano che non è abituato a trattare in questo modo “temi-tabù”. Il tema della relazione uomo-donna, della coppia, nel 1966 prosegue con Marcia Nuziale, altra evidente contestazione ai valori borghesi. Un filone che continuerà anche con L’ultima donna del 1976 e con Ciao maschio, interpretato, tra gli altri, anche da Gérard Depardieu.

La grandezza (e anche l’istrionica follia) di Ferreri sta nel proporre, pur sapendo di essere continuamente sotto la lente della censura, un cinema anticonvenzionale, originale e libero. Anche nel caso del suo capolavoro Dillinger è morto del 1968. La censura colpisce il montaggio, e lo trasforma in un film frammentato. Paradossalmente questa nuova forma è perfetta per il film, perché ripropone “un’immobilità allucinata”.

Nonostante il ricchissimo e pregiato cast dei suoi film la strada è sempre dura per Ferreri. Nel 1971, esce, scatenando tantissime critiche, L’udienza. È un periodo formidabile per la sua maturità stilistica. L’anno seguente, traendo ispirazione da un racconto di Flaiano, dirige La cagna. “Un apologo amarissimo sulla solitudine in un mondo degradato, condotto in uno spazio chiuso, con soprassalti ironici e misogini”.

Il 1973 è l’anno di un altro capolavoro: La grande abbuffata, uno dei suoi film più noti. Interpretato da Tognazzi, Noiret, Mastroianni, Piccoli. In una villa alcuni amici consumano cibo, bevande, sesso autodistruggendosi. Il film viene stroncato dalla critica, al termine della proiezione a Cannes la sala si riempie di fischi. Grande però è il successo di pubblico, anche se dai 132 minuti dell’originale si arriva ai 112 proposti dalla critica. Il tema dell’eccesso sarà presente anche in altre pellicole successive, Come sono buoni i bianchi!!! del 1988 e La carne del 1991.

Altri temi, diversi, sono indagati nella seconda parte della sua carriera, quelli che riguardano la degradazione degli spazi urbani e sociali di Non toccare la donna bianca e quello dell’infanzia, con Chiedo Asilo interpretato da Benigni. Il suo ultimo film, Nitrato d’argento, è del 1996 ed è il suo saluto al cinema: il documentario ripercorre la sua storia ed evoluzione. Il nitrato d’argento cui fa riferimento il titolo è uno dei composti chimici fotosensibili presenti nelle pellicole fotografiche e cinematografiche.

Ciò che rende triste la parabola di Ferreri è la non coincidenza tra come vedeva lui il cinema e gli altri. Quando parlava dei suoi film ne parlava “come dei figli superdotati” che avrebbe voluto semplicemente mostrare al pubblico, condividerli con noi. Ma ogni volta, per ogni figlio, la censura tagliava, ridimensionava, modificava. Quando un giornalista gli chiese se si sentiva incompreso Ferreri rispose nell’unico modo che conosceva e che lo ha sempre contraddistinto: “Non sono mica tanto cretino da rispondere a questa domanda”.

Immagine via Wikipedia