Chi è stato Mario Bava, il ritratto del maestro dell'horror italiano

Chi è stato Mario Bava, il ritratto del maestro dell'horror italiano

Se c’è stato un maestro dell’horror italiano—un capostipite che ha influenzato in modo profondo registi come Dario Argento—questo è stato sicuramente Mario Bava. Il regista ligure ha dato spessore a tutte le sfumature del cinema di genere in Italia. Gotico, poliziesco, pulp e slasher. E è riconosciuto come punto di riferimento da personaggi del calibro di Christopher LeeQuentin Tarantino, Martin Scorsese e John Carpenter.

La sua, per altro, è una dinastia cinematografica. È il figlio di Eugenio Bava—storico creatore di effetti speciali a Cinecittà—e il padre di Lamberto Bava: autore di classici dell’horror italiano anni Ottanta e Novanta come Demoni e Body Puzzle.

Gli esordi

Nato a Sanremo il 31 luglio 1914, Bava crebbe “circondato dal cinema”. Il padre Eugenio era uno dei più noti esperti di effetti speciali. Un settore che aveva letteralmente inventato lui, nel nostro paese. Mario crebbe nel laboratorio del padre, imparando “l’artigianato del cinema”.

Imparò come si monta e carica una macchina da presa, come si sfruttano i vari tipi di obbiettivi, che tipo di effetti si possono ottenere con i movimenti di macchina. L’infanzia fu un lungo apprendistato tecnico. La sua perizia tecnica divenne tale, che durante gli anni della Seconda guerra mondiale venne assunto dall’Istituto LUCE per modificare dei filmati di guerra da utilizzare per la propaganda: e all’epoca queste perizie tecniche erano rare e richiestissime in Italia.

Durante la seconda metà degli anni Quaranta divenne direttore della fotografia per grandi registi italiani, come Luigi Menardi.

Le prime regie

Nel 1946 diresse il suo primo cortometraggio: L’orecchio. A cui seguirono altri cinque lavori da regista, tutti minori. Fino agli anni Sessanta, Bava era noto soprattutto per i suoi lavori come direttore della fotografia, e le sue trovate geniali negli effetti speciali. Il suo potenziale come regista non era tenuto in grande considerazione.

Dopo aver terminato in modo ammirevole il suo lavoro di fotografia nel film La battaglia di Maratona, i produttori decisero di affidargli un lungometraggio. E fu così che Bava ebbe finalmente modo di dedicarsi a un progetto serio, tutto suo. Il suo primo, vero esordio alla regia fu nel 1960. Con La maschera del demonio.

In Italia non si era mai visto niente di simile: il film era un horror gotico, genere che in pochi conoscevano. Ma l’impatto che ebbe, anche considerato lo scarso budget messo a disposizione, fu fortissimo. In poco tempo, la critica lo acclamò come un capolavoro.

L’anno successivo Bava si cimentò con qualcosa di altrettanto originale: Ercole al centro della TerraUno strano mix fra il peplum fantastico e l’horror. Che spiazzò nuovamente la critica. E cominciò a mostrare la versatilità stilistica di Bava. I suoi film non erano soltanto innovativi, ma girati con trovate tecniche ed effetti di grande intelligenza.

Nel 1963, Bava si dedicò ancora alla sperimentazione. Dopo aver utilizzato ambientazioni grottesche e fantasiose, decise di cambiare registro, girando La ragazza che sapeva troppo. Un crossover molto sapiente fra commedia sentimentale e genere thriller, che fondò letteralmente il “thriller all’italiana”. Uno stile che segnò per moto tempo la cinematografia di genere italiana.

Gli anni delle grandi sperimentazioni

Bava aveva ottenuto una certa stabilità creativa. I produttori, anche se spesso entravano in contrasto con le sue idee, avevano comunque compreso il suo talento. E Bava lavorò alacremente per continuare sulla strada che aveva iniziato a esplorare.

Fra la fine del 1963 e il 1965, girò tre film fondamentali per l’horror italiano. Ognuno di essi con caratteristiche specifiche. Che lanciarono canoni perpetrati poi nel cinema horror di tutto il mondo. I tre volti della paura, Sei donne per l’assassino e Terrore nello spazio. Il primo era uno dei primi esperimenti di metacinema horror. Con l’artificio narrativo che veniva palesemente mostrato allo spettatore. Il secondo è stato forse uno dei più iconici della storia del cinema horror, perché ha lanciato la figura dell’assassino anonimo, mostrato sempre con il volto coperto e l’impermeabile. E il terzo è stato il primo film fantascientifico italiano della storia, anche se dalle forti tinte horror.

Tutti questi film vennero girati con budget esigui. Grazie a un uso sapiente e sistematico dello zoom e del montaggio, era in grado di ampliare di molto la percezione che lo spettatore aveva delle dimensioni reali delle sue scenografie. Poteva girare in ambienti striminziti e farli sembrare enormi.

Il consolidamento del successo

A partire dalla seconda metà degli anni Sessanta, la carriera di Bava si consolidò. E il regista si dedicò spesso ad approfondire i generi che aveva lanciato o sperimentato. Con Operazione paura tornò all’horror gotico, con Diabolik approfondì i lati più pop del genere thriller, e con Il rosso segno della follia sperimentò un tipo di horror giocato sul sarcasmo e sull’ironia. Una scelta coraggiosa e inusuale che poi verrà seguita in particolare dal figlio, con i film horror pop e grotteschi come Demoni.

Nel 1971, tornò nuovamente a sperimentare con Reazione a catena. E ancora una volta lanciò un genere totalmente nuovo: lo slasher. Ovvero una tipologia di horror in cui l’assassino per tutto il film bracca un gruppo di protagonisti uccidendoli uno alla volta.

Per poi proseguire con Cani arrabbiati, un thriller psicologico uscito postumo—ma girato nel 1974—che per molti appassionati rappresenta forse il suo capolavoro.

Alla fine degli anni Settanta cominciò a lanciare il figlio come assistente alla regia. Scrisse e co-diresse con Lamberto il film Schock nel 1977. Film che lanciò la carriera del figlio, e che rappresentò il suo ultimo lavoro. Morì a Roma il 27 aprile 1980.

Immagini: Copertina