Mario Monicelli: il grande maestro della commedia italiana

Mario Monicelli: il grande maestro della commedia italiana

La commedia è stato uno dei grandi filoni del nostro cinema. E ha generato autori di livello inestimabile, come Dino RisiPietro Germi e Luciano Salce. Il regista che più di tutti si è distinto in questo genere, però, è forse Mario Monicelli. Il regista che ha lanciato carriere illustri della recitazione italiana, e che ha segnato pagine indelebili della nostra commedia.

Come pochi altri, Monicelli ha saputo comunicare il fondo amaro che contraddistingue la commedia all’italiana: ha descritto l’Italia dei comuni e del papato, il periodo bellico, quello della rinascita italiana, e il costume del secondo Novecento con un umorismo finissimo. Ma anche con una grande malinconia di fondo. Perché per essere veramente incisiva, la commedia non deve e non può essere soltanto una questione di ironia e comicità. Attraverso il suo tono leggero, la commedia deve saper raccontare gli angoli più bui della società. Proprio come ha fatto Monicelli.

La vita

Mario Monicelli nacque a Roma il 16 maggio del 1915. Figlio di un importante giornalista—direttore prima del Resto del Carlino e poi dell’Avanti!—Monicelli passò l’infanzia e l’adolescenza in tre città diverse. Prima nella capitale, in seguito a Viareggio, e infine—a partire dai 16 anni—a Milano.

Nel capoluogo lombardo Monicelli fece amicizia con altri promettenti intellettuali italiani, come Remo Cantoni, Alberto Lattuada e Vittorio Sereni. Insieme fondarono un piccolo giornale, Camminare, e cominciarono ad occuparsi di cultura e cinema. Monicelli, in particolare, si occupava di critica cinematografica.

Scrivendo, Monicelli si fece notare nel mondo del cinema, e dopo i primi esperimenti come aiuto-regista, nel 1949 Monicelli ottiene la prima regia della sua vita, in coppia con Steno: Totò cerca casa. Fu l’inizio di una carriera folgorante, che incluse capitoli inestimabili della commedia italiana.

Candidato per sei volte al premio Oscar, dopo una vita interamente dedicata al cinema Monicelli si ritirò ufficialmente nel 2006. Dopo essere stato ricoverato per un grave tumore alla prostata, il 29 novembre 2010 decise di suicidarsi. Gettandosi dalla finestra della sua camera d’ospedale. Di fronte all’inevitabilità della morte, e del dolore per la grave malattia, il grande regista decise di scegliere come e quando andarsene.

Le opere

Fare un compendio delle opere più rappresentative di Monicelli è quasi impossibile: ha girato molte delle più grandi commedie italiane di tutti i tempi. Raccontando l’Italia e gli italiani con un’ironia e una sapienza narrativi unici. Lavorando con alcuni dei più grandi interpreti del nostro cinema: Totò, Sordi, Gassman, e Tognazzi. Che, anche grazie ai suoi film, entrarono definitivamente nell’immaginario del pubblico italiano.

Fin dalle sue prime commedie—titoli come È arrivato il cavaliere (1950), Vita da cani (1950), Totò e i re di Roma (1951), Guardie e ladri (1951) e Le infedeli (1953)—si notò subito la sua vena cinica e amara, ma al contempo irresistibile. I suoi film mettevano in scena un’Italia di margine, caratteriale, che si scontrava con le sue piccolezze e le sue brutture, pur in un clima di risorgimento sociale.

Dopo queste prime commedie, la carriera di Monicelli decollò. Nel giro di 30 anni girò dei veri e propri capolavori, titoli imprendibili: I soliti ignoti (1958), La grande guerra (1959), L’armata Brancaleone (1966), Amici miei (1975), Un borghese piccolo piccolo (1977), e Il marchese del Grillo (1981).

Lo stile e le tematiche

Regista pratico e diretto, lontano dalle involuzioni intellettuali e tecniche di altri interpreti della commedia, il focus principale di Monicelli è sempre stato rivolto alla trama e ai personaggi. Era capace di comunicare un’intera sfumatura sociale attraverso le caratteristiche di un suo personaggio. Basti pensare al modo in cui ha saputo descrivere l’amalgama di caratteri e culture italiane—da nord a sud—attraverso i singoli personaggi de La grande guerra. In cui Gassman e Sordi interpretano due poli che si affiancano ma non si toccano.

Oppure al modo in cui ha saputo narrare la natura e lo spirito degli italiani del secondo Novecento con i vezzi dei personaggi di Amici Miei. Il nobile decaduto ma orgoglioso (Tognazzi), il parvenu romantico e affettato (Gastone Moschin), il borghese sprezzante e cinico (Adolfo Celi) e il barista popolare dall’umorismo geniale e scanzonato (Duilio Del Prete).

Oltre alla sua capacità descrittiva, poi, Monicelli poteva contare su un gusto umoristico unico: i suoi film sono letteralmente costipati di scene iconiche e indimenticabili. Che lo rendono appunto uno degli interpreti più riconoscibili della commedia.

Immagini: Copertina via Wikimedia Commons