Michelangelo Antonioni: il regista che ha cambiato il cinema esistenzialista italiano

Michelangelo Antonioni: il regista che ha cambiato il cinema esistenzialista italiano

All’inizio degli anni Cinquanta il cinema italiano si trovava di fronte a un bivio. Il neorealismo, la corrente che lo aveva guidato negli ultimi anni—grazie ai film di registi come Vittorio De Sica—era ormai giunto al termine. E fu un regista in particolare a segnarne la fine: Michelangelo Antonioni.

Fin dal suo primo film del 1950, Cronaca di un amore, segnò un nuovo filone del cinema italiano. Che si affacciava alla seconda metà del Novecento: un’epoca che necessitava di nuovi linguaggi e temi. Quelli che riuscivano a tramettere l’alienazione, e l’isolamento occidentale.

La giovinezza

Nato a Ferrara il 29 settembre 1912, Antonioni proveniva da una famiglia della media borghesia emiliana. Fin dall’inizio dell’adolescenza, il giovane Michelangelo aveva una predilezione per l’arte e la letteratura, ma il padre preferiva indirizzarlo verso studi più solidi dal punto di vista lavorativo.

Così lo iscrive a un istituto di ragioneria, e dopo il diploma Antonioni frequentò la facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Bologna. Dove consegue una laurea che non sfruttò mai. Durante gli anni dell’università, infatti, Antonioni conobbe il teatro. Mettendo in scena e dirigendo opere di PirandelloCechov.

Subito dopo la laurea iniziò a collaborare come critico cinematografico per molte riviste. E nel 1940 decise di trasferirsi a Roma, dove iniziò a frequentare il Centro Sperimentale di Cinematografia.

Poi ebbe modo di cominciare a lavorare come sceneggiatore e aiuto-regista a vari progetti. Di importanza sempre crescente. Fino a che, nel 1950, gli fu concesso di dirigere per la prima volta un lungometraggio.

I primi lungometraggi

Fin dal suo esordio con Cronaca di un amore, Antonioni si pose in antitesi rispetto a molti canoni del neorealismo. Il film non metteva al centro l’Italia paesana e popolare, ma l’alta borghesia. È sostanzialmente un noir, con un intreccio amoroso, ma è soprattutto lo stile a renderlo diverso rispetto al grande filone cinematografico italiano.

A questo primo lungometraggio, poi, seguirono tre film che perseguono questa linea. I vinti (1953), La signora senza camelie (1953), e Le amiche (1955). Antonioni continua, cioè, a mettere in mostra un’Italia diversa da quella raccontata dai grandi maestri del neorealismo.

Racconta la violenza e la perdizione dei giovani borghesi, la superficialità e la cattiveria del mondo dello spettacolo, il dramma e la noia dell’alta società. Dipinge, insomma, un paese con prospettive diverse rispetto al passato: un paese che infatti di lì a pochi anni si sarebbe scontrato con i grandi cambiamenti degli anni Sessanta.

La tetralogia dell’incomunicabilità

Con il film Il grido, Antonioni apre poi un nuovo filone. Decide di spostarsi progressivamente verso tematiche sempre più intime ed esistenzialiste. Dopo questo film si apre la famosa “Tetralogia dell’incomunicabilità”. Composta da quattro film che si susseguono nell’arco di quattro anni.

Ovvero L’avventura (1960), La notte (1961), L’eclisse (1962) e Il deserto rosso (1964). Tutti questi lavori furono girati con una musa centrale e persistente: l’attrice Monica Vitti, che poi divenne anche la compagna del regista.

Tutti si concentrano su dei temi ricorrenti: l’isolamento e la solitudine dell’uomo del Novecento. Il suo incespicare in una società che si faceva sempre più anonima e alienante. I suoi film, insomma, rispecchiavano perfettamente il clima che si respirava in Occidente all’inizio degli anni Sessanta, e che poi avrebbero portato ai tumulti del decennio successivo.

I film stranieri

La tetralogia dell’incomunicabilità ottenne un successo molto forte, sia di critica che di pubblico. E infatti i quattro film che la compongono vengono considerati i capolavori di Antonioni. Ma nella seconda metà degli anni Sessanta il regista decise di dare un’ulteriore svolta alla sua carriera.

Intraprese una serie di film stranieri, con produttori e attori americani o inglesi. Una svolta internazionale che lo fece conoscere al grande pubblico mondiale. Di questo filone fanno parte i film Blow-Up (1966), Zabriskie Point (1970), Professione: reporter (1975).

Gli ultimi lavori

Una volta terminata questa “fase straniera”, Antonioni riprese a girare in Italia. I suoi ultimi lavori furono dedicati alla sperimentazione tecnica, e all’analisi sentimentale. In Il mistero di Oberwald (1980), Identificazione di una donna (1982) e Al di là delle nuvole il regista indagò i legami d’amore e di vicinanza sentimentale.

Ormai la sua carriera era giunta all’apice. Girerà ancora alcuni lavori e documentari minori—alcuni mai usciti in sala—ma nel 1995 venne insignito dell’onorificenza cinematografica più importante: l’Oscar alla carriera.

Immagini: Copertina