Il mito intramontabile di un comico diverso dagli altri: John Belushi

Il mito intramontabile di un comico diverso dagli altri: John Belushi

John Belushi ha concentrato in 33 anni di vita spericolata l’eccesso di un’epoca, lasciando un’impronta indelebile nello stile, nel costume, nel cinema e nella musica.

Così l’ha introdotto il musicologo Paolo Prato. Un attore, un musicista, un comico diventato di culto nel pochissimo tempo che ha avuto a disposizione. Prima di morire in modo tragico a soli 33 anni. E diventare un mito.

John nasce a Chicago il 24 gennaio del 1949, da una famiglia di origine albanese—anche se dirà di essere figlio di madre greca e padre italiano. La sua infanzia è sobria, ama il football, Judy Jacklin (che diventerà sua moglie) e la musica rock. In particolare gli Stones.

Il teatro…

Il suo talento recitativo si mostra subito a scuola. Per i compagni le sue gag sono semplicemente irresistibili. Alle recite dell’istituto viene sempre scelto per il ruolo di protagonista. Anche i professori si rendono conto della bravura del ragazzo e lo invitano a continuare gli studi in recitazione. Il padre preferirebbe che lavorasse nella ristorazione come lui.

Prima di dedicarsi a tempo pieno al teatro fa alcuni lavoretti, tra cui il bidello e il lavavetri. Sono gli anni della guerra in Vietnam. John matura una propria coscienza politica, prendendo parte alle tante manifestazioni contro il governo. Con alcuni amici mette insieme un trio comico, e il suo nome comincia a girare a Chicago. Comincia a manifestare, come ha detto Prato: “Una personalità dove l’insolenza è origine di comicità”.

… il rock…

Nel 1972 entra nel giro del National Lampoon, rivista che parodiava la cultura televisiva e cinematografica di quegli anni. Da lì nasce l’idea di uno spettacolo che sarà il momento di svolta di John. Lemmings, uno show che prendeva in giro lo spirito autodistruttivo dei festival rock. Ogni riferimento a Woodstock non era casuale. Lo spettacolo è irresistibile, anche per l’esibizione di John nei panni di un avvinazzato Joe Cocker. Nel video qui sotto inizia intorno al 42esimo minuto.

Non c’è bisogno di sapere che Belushi sta facendo la parodia di Joe Cocker per gustare la sua straordinaria esibizione di contorsionismo.

Dopo l’esibizione il suo manager riceve una telefonata dall’ufficio di Paul McCartney per invitarlo a rifare lo sketch alla festa del bassista, per seimila dollari.

…e SNL

Ma fu la televisione il suo trampolino di lancio. Nel ’75 prende posto al SNL, un programma in diretta che il sabato sera collegava 20 milioni di telespettatori americani. Rivolto e pensato soprattutto per i giovani. I suoi spettacoli diventano subito tormentoni che John, altrettanto rapidamente, non sopporterà più.

Oltre a quello delle api killer qui sopra, indimenticabile è anche lo sketch in cui impersona un depresso Beethoven in cerca di ispirazione. Dopo una sniffata finalmente la trova, e “diventa” Ray Charles. La musica blues e soul saranno le basi per il successivo capolavoro di Belushi, i Blues Brothers.

Famoso, per ultimo, anche lo sketch del Samurai. Un personaggio che farà la sua comparsa, in qualità di chitarrista, anche durante un concerto di Zappa nel ’76.

Animal House e Blues Brothers

Nell’autunno del 1978 la facciona di Belushi viene stampata sulla copertina di Newsweek, nei panni di John Blutarsky detto “Bluto”, il personaggio indimenticabile di Animal House. Una delle commedie di maggior successo nella storia degli incassi di Hollywood. Belushi, qualche mese prima, aveva conosciuto però Dan Aykroyd e insieme avevano messo su un gruppo. I Blues Brothers. Il loro debutto discografico aveva venduto quasi 3 milioni di copie. Aprendo nel ’78, anche lo show per un mostro sacro della comicità americana, Steve Martin.

La leggenda di Belushi mischia rock e cinema. Il suo sogno nel cassetto, fin da piccolo, è stato quello di diventare una rockstar. E proprio con i Blues Brothers ci riesce. Con i soldi dell’album si compra la prima casa, una villa a Martha’s Vineyard. Lascia il SNL e si butta a capofitto nel cinema.

Cosa? È finita? Hai detto finita? Non finisce proprio niente se non l’abbiamo deciso noi. È forse finita quando i tedeschi bombardarono Pearl Harbor? Col cazzo che è finita! E qui non finisce, perché quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare.

Oltre ad Animal House, un film cult che oggi gli amanti del cinema conoscono praticamente a memoria (inserito in tutte le classifiche delle commedie più divertenti di tutti i tempi); la collaborazione con il regista Landis segna un altro apice con Blues Brothers, anche se commercialmente non riuscirà a ripetere il successo del precedente. Soltanto negli anni diventa una pellicola cult. Alla sua uscita in America non la prendono benissimo, mentre, fatto rarissimo, in Italia lo trovano divertente e intelligente. Secondo un sondaggio recente della BBC, la colonna sonora del film sarebbe “la migliore di sempre”. Ci sono, tra gli altri, Aretha Franklin, Ray Charles, James Brown e Cab Calloway.

I problemi con la droga

A far tramontare in anticipo la stella di John è il suo rapporto con la droga. Iniziato pesantemente già nel 1973. Da Lemmings non ha fatto che aggravarsi. I continui impegni e il successo improvviso spingono John a trovare ordine e rifugio , nella convinzione che lo aiutasse nelle sue esibizioni. Viene raccontato così da Bob Woodward, l’autore di una sua biografia.

Vendere droga a John era un gioco da ragazzi, facile come rimpinzare di pop corn le foche allo zoo, un poco di droga e avrebbe cominciato a fare pazzie, cose incredibili. Ancora un po’ e sarebbe rimasto in piedi tutta la notte a ballare, a strafare resistendo più di chiunque altro.

Il medico sul set dei Blues Brothers mette in guardia il produttore del film: se continua così John avrà due o tre anni ancora di vita. Non c’è modo di tenerlo a freno. Nemmeno la moglie ci riesce. Ciò che rende ancora più triste la sua morte è l’aver soltanto intravisto, nei suoi ultimi film, le qualità non esclusivamente comiche di John.

Chissà cosa avrebbe potuto fare dopo la mattina del 5 marzo 1982, quando viene ritrovato il suo corpo senza vita nella stanza di un albergo sul Sunset Blvd di Los Angeles. La cantante Cathy Evelyn Smith, ubriaca come John, la notte prima aveva sbagliato i dosaggi dello speedball.

Dan Aykroyd dopo il funerale cade in depressione (“ho pianto durante il suo funerale, ho pianto in ufficio, ho pianto di recente quando ho sentito una canzone”), ma come ultimo desiderio fa suonare alla cerimonia la canzone “The 2000 pound bee” dei Ventures.

Sulla sua lapide a Martha’s Vineyard si legge:

Io forse non ci sono più, ma il rock vive in eterno.

Per approfondire

Oltre a vedere i suoi film più celebri, ti consigliamo la biografia “Chi tocca muore” di Bob Woodward e il libro “John Belushi – L’anima blues in un corpo punk: il comico demenziale” di Chiacchiari e Salvi.

Immagine di copertina tratta dal film “Blues Brothers”, 1980