"Quando Berta filava": l'origine dei modi di dire italiani

L’italiano ne ha molti, e noi li usiamo continuamente ma spesso non ne conosciamo l’origine (talvolta neanche il significato). Anche perché i modi di dire italiani non sono un grumo di “saggezza popolare”, ma “frasi fatte” di cui, in molti casi, si è perso il significato letterale.  

Noli equi dentes inspicere donati—una frase di San Girolamo dal commentario alla Lettera di San Paolo agli Efesini—è diventato un proverbio, “a caval donato non si guarda in bocca”. Invece “Lacrime e sangue”—dal primo discorso di Churchill alla Camera dei Comuni, all’entrata in guerra dell’Inghilterra contro la Germania—è un modo di dire: non trasmette un sapere.

Di queste frasi fatte sono pieni i nostri discorsi. Vediamone insieme 10, iniziando dalla più usata. Sì, quella.

In bocca al lupo

Il più noto dei modi di dire italiani si rivolge per antifrasi—cioè intendendo l’esatto contrario—a qualcuno che si appresta a un qualsiasi compito impegnativo, ed è sigillato da una risposta che ne estende l’efficacia “magica” di scongiuro, Crepi! Ovviamente crepi il lupo (originariamente il detto faceva parte del gergo dei cacciatori), l’animale che nella tradizione antica e medievale cristiana, come ricorda l’Accademia della Crusca in un lungo articolo, era praticamente il pericolo per antonomasia. Finire “in bocca al lupo” o “nella tana del lupo” significava vedersela davvero brutta.

Ai tempi che Berta filava

Significa in tempi lontanissimi, assolutamente conclusi, e, spesso, più lieti dei tempi attuali. È un’espressione deonomastica, cioè derivata da un nome proprio. Le tradizioni sono varie e variamente dislocate nel tempo, e la principale vuole che il nome sia quello di Bertrada di Laon, moglie di Pipino il Breve, madre di Carlomagno.

Protagonista di una chanson de geste del menestrello Adenet le Roi, Bertrada, secondo l’aneddoto, aveva il piede sinistro più lungo dell’altro. Il che le permise di farsi riconoscere quando, dopo essere stata sostituita con la figlia della dama di compagnia durante il viaggio verso il futuro sposo, e dopo aver trascorso anni come filatrice nella casa di un taglialegna, lo scambio venne rivelato.

Secoli dopo un altro “menestrello” ricamerà su questo detto. In una delle sue canzoni più famose. Che, come puoi sentire nel video qui sotto, ha anche un’interpretazione politica.

Darsi all’ippica

È del poeta il fin la meraviglia

(parlo dell’eccellente e non del goffo)

chi non sa far stupir, vada alla striglia!

Così Giambattista Marino in una sua invettiva. Tuttavia, più che dalla striglia del poeta barocco, si ritiene che il modo di dire che significa “cambiare mestiere”, e che indirizziamo a chi non sa fare qualcosa, derivi da una fanfaronata del segretario del partito fascista Starace. Il quale, in ritardo a un convegno di medicina a causa della imprescindibile cavalcata mattutina, rispose ai musi lunghi: “Fate ginnastica e non medicina. Abbandonate i libri e datevi all’ippica”.

Andare a monte

Il Monte era anticamente l’insieme dei debiti che un cittadino aveva nei confronti degli enti statali. E che doveva restituire con gli interessi, finendo per dover cedere parte dei suoi beni, se insolvente, a copertura. Per contrastare l’usura e tutelare i poveri, dalla fine del medioevo nacque il Monte dei Pegni ovvero il Monte di Pietà: istituti che concedevano prestiti (a basso interesse) su pegno. Il significato di “insieme di beni” veicolato dalla parola “monte” è rimasto nel gioco: monte premi

Lacrime di coccodrillo

Quelle del Tricheco di Lewis Carroll, che in Attraverso lo specchio, e nel film Disney, si addolora per la sorte delle ostriche mentre le mangia, sono lacrime di coccodrillo. Che sia finzione del dispiacere o della compassione, che sia rimorso tardivo, o simulato, il piangere lacrime di coccodrillo ha a che fare con l’ipocrisia. Che i coccodrilli lacrimassero per attirare le prede, e durante il pasto, è credenza antichissima, diffusa, soprattutto nel mondo anglosassone, in sermoni, poesie, i resoconti di viaggi (veri o inventati, come quello di Mandeville), e anche in Shakespeare, che fa dire al povero Otello, rivolto a Desdemona: “O demonio, demonio! Se la terra potesse essere fecondata da lacrime di donna, da ogni loro lacrima nascerebbe un coccodrillo!” I coccodrilli effettivamente piangono, ma non per l’emozione: le lacrime nettano il bulbo oculare ed espellono i sali.

In corpore vili

Significa “a titolo di (rischioso) esperimento”. L’espressione in latino viene da una formula più lunga, “Faciamus experimentum in corpore vili”. Cioè “facciamo l’esperimento su un corpo di poco conto”. L’aneddoto è questo: Marc-Antoine Muret, umanista del ‘500, precettore di Montaigne, durante la sua vita fu tormentato dalle accuse di sodomia e costretto più volte a sfuggire, anche rocambolescamente, al rogo. In una di queste situazioni, in Piemonte, travestito da mendicante, e malato, fu ricoverato in ospedale. Pensando che nessuno sarebbe venuto a reclamare il corpo, i medici decisero di usare il suo posto come cavia per sperimentare delle cure, e pronunciarono la fatidica frase. Muret, a quel punto, scappò.

La meglio gioventù

Sul ponte di Perati, bandiera nera:
L’è il lutto degli alpini che va a la guera.
L’è il lutto della Julia che va a la guera,
La meglio zoventù va soto tera.

Inizia così il dolentissimo canto degli Alpini della brigata “Julia”, che adattò alla campagna di Grecia un coro alpino della Prima Guerra Mondiale, “Il ponte di Bassano”, e confluirà a sua volta in uno dei più noti canti partigiani, Pietà l’è morta di Nuto Revelli.

L’espressione sarà ripresa da Pasolini. “La meglio gioventù” è il titolo della raccolta delle sue poesie in friulano. Ha lo stesso titolo la famosa saga familiare di Marco Tulio Giordana.

Mettere “I puntini sulle i”

In senso proprio, non si faceva prima dell’introduzione dei caratteri tipografici. Si iniziò nel XIV secolo, da quando si diffusero i caratteri gotici, per distinguere nei manoscritti una doppia i da una u. E poi in generale la i da altri segni come m e n. Con la stampa, il puntino—inizialmente un accento—divenne di uso comune. Ma l’espressione in senso figurato significa ancora “precisare a scanso di equivoci”. Soprattutto con pedanteria.

Lavarsene le mani

“Pilato, vedendo che non otteneva nulla, ma che si sollevava un tumulto, prese dell’acqua e si lavò le mani in presenza della folla, dicendo: ‘Io sono innocente del sangue di questo giusto. Pensateci voi’. Così, nel Vangelo di Matteo, il nebuloso prefetto della Giudea esprime la sua riluttanza alla condanna a morte di Gesù—ormai faccenda di ordine pubblico—che pure ordina. Offrendo ai posteri un’efficace espressione simbolica per ogni nostra, appunto pilatesca, pretesa di irresponsabilità.

Non c’è trippa per gatti

Il detto romanesco “nun c’è trippa pe’ gatti” deriva da uno dei primi “tagli” di Ernesto Nathan, sindaco di Roma dal 1907 al 1913 alle prese con i problemi finanziari del comune. Nathan fece cancellare subito la voce “frattaglie per gatti” dal bilancio. Il comune sfamava una colonia felina per liberarsi dei topi che infestavano gli archivi.

Immagine: Copertina