I modi di dire che usiamo ancora oggi inventati da Dante Alighieri

I modi di dire che usiamo ancora oggi inventati da Dante Alighieri

Nonostante esistano parole italiane che non usiamo più e che dovremmo cominciare a usare di nuovo, perdurano nelle nostre conversazioni altre espressioni gergali e vocaboli altrettanto “antichi”. Come succede durante l’evoluzione di qualsiasi lingua, capita spesso che a coniare questi nuovi termini siano i più grandi della letteratura in tempi e luoghi diversi.

Prima che nel nostro lessico comune entrassero nuovi termini come automobile, fusoliera e scudetto inventati da Gabriele D’Annunzio, nel periodo in cui visse il Vate gli italiani utilizzavano già termini ancora più antichi, coniati un tempo in cui i letterati creavano uno stile poetico romantico e spirituale conosciuto come dolce stil novo.

Le tracce di questo stile sono in Donne ch’avete intelletto d’amore, una canzone di soli endecasillabi, contenuta nella Vita Nova di Dante Alighieri. E proprio alcune parole ed espressioni create dal “Padre della lingua italiana”—molte soprattutto provenienti dalla Divina Commedia—sono tra quelle che utilizzavamo al tempo di D’Annunzio e continuiamo a utilizzare ancora oggi. Ecco le più significative.

Il Bel paese

Oggi utilizziamo tranquillamente l’espressione Bel paese (o Belpaese) come sinonimo di Italia. A definire per la prima volta così la nostra penisola è stato proprio Dante Alighieri nell’ottantesimo verso del penultimo canto (XXXIII) dell’Inferno che recita il “bel paese là dove il sì suona”.

Galeotto fu…

“Galeotto fu il libro” è una delle espressioni più iconiche di tutta la Divina Commedia. Sintetizza al meglio la storia principale del canto V dell’Inferno dantesco, che narra l’impossibile storia d’amore tra i cognati Paolo e Francesca—lei era infatti sposata con Gianciotto, fratello di Paolo. Ancora oggi la storia degli amanti è nota quanto il luogo in cui è stata consumata, e la proverbiale espressione viene tirata fuori nei modi e contesti più disparati.

Non mi tange

“Io son fatta da Dio, sua mercé, tale / che la vostra miseria non mi tange”. Sono le parole che dice Beatrice quando scende all’inferno per chiedere a Virgilio di aiutare Dante nel suo viaggio ultraterreno. La frase è contenuta nel canto II dell’Inferno, e oggi viene usata per dire non mi interessa—anche in maniera scherzosa.

dante

Stai fresco

Se di “Galeotto fu…” tendiamo a ricordarci la sua provenienza, capita un po’ meno con “Stai fresco”. Si tratta proprio di un’espressione gergale, usata molto anche tra i più giovani di oggi, e significa un po’ aspetta e spera/non capiterà mai. È rintracciabile al verso 117 del XXXIII canto dell’Inferno, il quale recita “i peccatori stanno freschi”—in quanto immersi in maniera totale o parziale nelle acque ghiacciate del lago Cocito.

Senza infamia e senza lode

L’espressione “senza infamia e senza lode” è contenuta nel canto III dell’Inferno dantesco e si riferisce agli ignavi: dannati che durante la loro vita non hanno mai agito né nel bene né nel male, senza mai osare, prendere posizione, cercare un reale confronto. L’espressione dantesca descrive qualcosa di gravissimo, ma oggi ha assunto un significato più benevolo. È un po’ un equivalente di potevi fare di meglio/bene, ma non benissimo.

dante

Il gran rifiuto

Sempre nel canto III troviamo la proverbiale espressione “Il gran Rifiuto”, che Dante indica per descrivere la decisione di Celestino V di continuare il suo papato. Quando è successa la stessa cosa con Papa Benedetto XVI, molti titoli di giornali usarono questa espressione. Nelle conversazioni, oggi, l’espressione viene usata in diversi modi e contesti.

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