Cosa fare contro le molestie in Italia secondo il centro antiviolenza di Roma

Cosa fare contro le molestie in Italia secondo il centro antiviolenza di Roma

Da qualche mese a questa parte, a partire dal caso Weinstein, in molti Paesi le attrici, le operatrici dello spettacolo hanno preso parola e hanno iniziato a rivelare una verità così ordinaria da essere agghiacciante…

Comincia così la lettera firmata da 124 attrici italiane, intitolata “Dissenso comune”. Una lettera che non vuole “puntare il dito contro un singolo molestatore” ma contro “l’intero sistema”. Qualcuno l’ha criticata proprio per questo suo non esporsi.

Da quando, nell’ottobre del 2017, le maggiori testate americane hanno iniziato a riportare le accuse di molestie sessuali contro il produttore Harvey Weinstein, qualcosa di molto grande si è mosso in tutto il mondo.

Le donne che hanno rotto il silenzio

Ci sono state manifestazioni come quella organizzata il 25 novembre, “Non una di meno”, “contro tutte le forme di violenza di genere”. Ma anche movimenti online, come quello del “#metoo” che è stato scelto dal Time come “persona dell’anno”. O “#quellavoltache“, ideato da Giulia Blasi.

Le donne “che hanno rotto il silenzio” sono riuscite a battere, nella scelta del Time, anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Ed è emblematico, viste le accuse di sessismo rivolte a quest’ultimo.

Un dibattito mondiale che ha coinvolto non soltanto le donne dello spettacolo. Ha richiesto anche il doveroso intervento delle più alte cariche della politica. Da quelle degli Stati Uniti d’America, come Hillary Clinton, Barack e Michelle Obama. A quelle in Francia, con il Presidente Macron.

Anche in Italia il dibattito è molto acceso. Dal punto di vista mediatico, lodevole il lavoro che sta portando avanti, attraverso anche la sua testimonianza diretta, Asia Argento. Proprio le dichiarazioni su twitter dell’attrice italiana hanno innescato un dibattito, a tratti, aspro. Con molti attacchi alla sua persona e al suo comportamento giudicato, da qualcuno, “opportunista”.

elisa ercoli, intervista, donne

L’intervista a Elisa Ercoli

Per aiutarci a fare chiarezza su questo delicato argomento, ricco di controsensi e confusioni, abbiamo contattato Elisa Ercoli. Elisa è presidente della ONG Differenza Donna. È stata responsabile del Centro antiviolenza del Comune di Roma, del Centro per donne vittime di tratta e project manager e gender expert in progetti internazionali di contrasto alla violenza maschile. Ha lavorato in Russia, Kazakistan, Marocco, Palestina e Nicaragua.

Le preziose parole che ci ha concesso in questa intervista, si badi bene, non sono rivolte soltanto alle donne. Ma anche agli uomini, che in alcuni casi sembrano avere le idee molto confuse.

Le accuse alle donne

L’effetto più assurdo scatenato dal caso Weinstein consiste soprattutto nelle “accuse” rivolte alle donne che in teoria dovrebbero essere le vittime. “Non sapevi a cosa andavi incontro?” “Non potevi dire semplicemente di no?” 

Elisa mi spiega che “questo meccanismo della responsabilizzazione delle vittime è sempre stato agito nei millenni.”

Noi donne dei Centri antiviolenza abbiamo chiaro il meccanismo: è l’unico reato che se denunciato porta a un accanimento collettivo contro la parte offesa e non contro l’autore del reato.

Farsi queste domande, secondo lei, vuole dire allo stesso tempo “dichiarare di essere totalmente inconsapevole di cosa è la violenza maschile contro le donne, ossia, come detto nella Convenzione di Istanbul, disparità di potere agita dagli uomini contro le donne”.

Un’altra accusa rivolta alle donne riguarda il “troppo tempo” che è trascorso da quegli episodi. Come se questo avesse realmente ridimensionato la loro credibilità e gravità. “La maggioranza delle violenze”, risponde Elisa: “non viene mai denunciata. Le violenze sommerse sono più del 90% delle violenze agite. Nel caso delle molestie, le donne che nel tempo si sono liberate hanno preso la parola nel momento in cui si sono ritrovate insieme ad altre e non più sole. La solitudine è la condizione a cui ti obbliga la violenza, una solitudine fisica, psicologica, simbolica. Quando le donne hanno avuto la percezione di quanto sia collettiva questa esperienza, allora hanno preso parola”.

Credere a una donna che denuncia di aver subito violenza dovrebbe essere l’atteggiamento razionale più diffuso. Sapendo che meno del 10% delle donne che subisce violenza denuncia è più probabile che la storia sia vera piuttosto che non.

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La fine del “corteggiamento di una volta”

Molti credono, oggi, che sia finito “l’antico corteggiamento” di una volta. D’ora in poi “tutto è una violenza”. È un’estremizzazione infelice, ma mette in luce un altro aspetto: per molti è difficile definire il concetto di molestia.

“Ho sentito degli speakers di un’importante radio di Roma”, risponde Elisa: “che chiedevano alle ragazze di scrivere loro di molestie subite. Commentando hanno detto ‘ma diciamoci la verità, noi uomini sappiamo perfettamente se l’altra è interessata alle nostre attenzioni e se ci sono attimi di incertezza subito vengono sciolti. Le molestie sono atti ripetuti dove la disparità di potere è forte e fortemente visibile.’ Io sono perfettamente d’accordo con questi uomini”.

L’impressione è che nel dibattito globale qualcosa si sia mosso. Ma cosa può fare, lasciando per un attimo da parte le singole persone, lo Stato, a livello legislativo, culturale, per evitare che ci si limiti, appunto, al dibattito?

“Se c’è un contraltare al patriarcato è la rete globale delle donne. Lo Stato può decidere di fare la differenza. Di leggi ne abbiamo e anche buone, servono strumenti più concreti e immediati. Ad esempio esplicitare l’esistenza della violenza nelle scuole, nella società, nelle palestre, nei quartieri e creare antenne per denunciare”.

Tutti coloro che ricoprono responsabilità devono sapere come muoversi nell’immediato, a protezione delle vittime, senza indugiare o senza sapere come muoversi.

sdr

Una battaglia anche degli uomini

La battaglia delle donne è anche una battaglia degli uomini. Anche se non a tutti è chiaro in che modo portarla avanti, senza sostituirsi alla voce femminile. “Gli uomini dovrebbero decidere nel prendere le distanze dal patriarcato, nel dichiararsi umiliati dal comportamento violento maschile e dalla giustificazione sociale generale”.

Basta davvero poco agli uomini per fare la differenza, sottrarsi dal mainstream e fare libere scelte.

Come ultima domanda chiediamo a Elisa cosa può fare materialmente una donna che si trova a vivere oggi una situazione di violenza psicologica. Nel caso questa avvenisse sul luogo di lavoro, cosa fare: denunciare e rischiare di perdere il posto?

“Secondo la nostra esperienza una donna può venire al centro antiviolenza per prendere maggiore consapevolezza e scegliere più liberamente tempi, strumenti, indirizzi. Consigliamo la denuncia/querela solo dopo essere entrate in una rete di protezione e dopo essersi prese l’agio di una riflessione.”

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Per approfondire: sul caso Weinstein ti consigliamo l’articolo del New York Times, tradotto in forma video da Internazionale. Per un discorso più generale sul “nuovo femminismo” puoi seguire la serie di articoli di Rivista Studio che prova a rispondere alla domanda: “che direzione può o deve prendere la battaglia sui diritti delle donne deflagrata nel 2017?” Gli articoli finora usciti portano la firma di Teresa Bellemo, Anna Momigliano e Guia Soncini. Per quanto riguarda il panorama italiano, puoi leggere la bella intervista a Giulia Blasi, ideatrice dell’hashtag #quellavoltache. E la lettera di Irene Graziosi indirizzata a Natalia Aspesi, sul caso Asia Argento e Weinstein.

Puoi contattare Differenza Donna sul sito ufficiale e tramite numero di telefono 06 6780537.

Immagini dalla manifestazione “Non una di meno” di Anna Barison