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Chi è stato Muhammad Ali, il "più grande sportivo del Novecento"

Dentro un ring o fuori dal ring non c’è niente di male a cadere. La cosa sbagliata è rimanere a terra.

È stato eletto “Pugile dell’anno” dalla prestigiosa rivista Ring Magazine nel 1963, nel ’72, nel ’74, nel ’75 e nel 1978. Nessuno come lui. La International Boxing Hall of Fame e la World Boxing Hall of Fame lo hanno inserito tra i più forti di sempre. Nelle classifiche degli appassionati è quasi sempre al primo posto.

Quando si è grandi come lo sono io, è difficile essere modesti.

È stato insignito della Medaglia presidenziale della libertà. Quando saliva sul ring lo chiamavano The Greatest. Fuori dal ring è stato tra gli sportivi più importanti del secolo. Un impatto mediatico senza precedenti nel mondo dello sport. Stiamo parlando ovviamente di Cassius Clay / Muhammad Ali.

Cassius Clay

La storia di Ali comincia con la fine di Clay. Nato a Louisville nel 1942. Il nome, prima della conversione all’islam, era Cassius Marcellus Clay Jr. Si avvicinerà all’Islam grazie alla Nation of Islam, una setta controversa guidata da Elijah Muhammad. Ma soprattutto all’amicizia con Malcolm X che diventerà il suo futuro mentore. 

Cassius si allena in palestra, la Columbia, già a 12 anni. Il suo debutto avviene nel 1954. La carriera negli amatori è brillante: 100 vittorie e solo 5 sconfitte. Si conclude con la partecipazione ai Giochi olimpici di Roma. In cui vince la medaglia d’oro nella categoria dei mediomassimi.

Passato ai professionisti, il 29 ottobre 1960, conquista, a soli 22 anni, il titolo mondiale dei pesi massimi, battendo Sonny Liston. Nel 1964. Da sfavorito, Clay si presenta al mondo della boxe come un pugile “nuovo”. Ha una velocità impressionante per un massimo e riesce a schivare tantissimi colpi. È uno stile nuovo di boxare che assomiglia a una danza. Leggero e potente, dinamico e imprevedibile. Moderno. Surclassa Liston e lo costringe ad abbondare il match all’inizio della settima ripresa. Il giorno dopo la vittoria, Cassius Clay diventa Muhammad Ali.

Vola come una farfalla e punge come un’ape.

Muhammad Ali

Nel 1965 Ali incontrerà un’altra volta Liston. È l’episodio passato alla storia come il “pugno fantasma”. Talmente veloce che nessuno lo vede. L’incontro genera sospetti, qualcuno crede sia truccato. Non per colpa di Ali, ma di Liston. Era guidato da un manager malavitoso di nome Frankie Carbo. Come il nostro Tiberio Mitri. La foto di Ali che sovrasta il suo avversario al tappeto è una delle icone del Novecento sportivo.

Chi avrebbe mai dato retta a un ragazzo nero nato in Kentucky, figlio di un artista di strada che disegnava santi sui marciapiedi. Le mie qualità di pugile non sarebbero servite a niente se non avessi capito quasi subito che avrei dovuto usare i mezzi di comunicazione per rendere manifesto il mio disagio, la protesta, il dolore, le richieste, l’orgoglio della mia gente.

Nel 1967 si rifiuta di combattere nella Guerra del Vietnam. Viene arrestato con l’accusa di renitenza alla leva. Una giuria di soli bianchi lo condanna e gli ritira la licenza pugilistica. Gli viene proibito di combattere per i successivi quattro anni. La sua condanna viene annullata soltanto nel 1971 dalla Corte suprema degli Stati Uniti d’America. Diviene un simbolo della controcultura americana degli anni sessanta.

Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro.

Gli incontri più spettacolari di Muhammad Ali

Tra gli incontri epici della sua carriera c’è quello che è passato alla storia come il “Rumble in the Jungle” contro Foreman. Disputato a Kinshasa, nello Zaire, nel 1974. Vinto per ko all’ottava ripresa. Un match straordinario reso immortale dal documentario “Quando eravamo re” del 1996. Un reperto storico importantissimo che permette di conoscere da vicino Ali e il suo modo di parlare degli avversari. Non proprio da galantuomo. Famose infatti erano le sue rime, quasi fosse un rap antelitteram, durante le conferenze stampa. Per mortificare l’avversario. Questo ha detto di Foreman:

His hands can’t hit what his eyes can’t see [Le sue mani non possono colpire ciò che i suoi occhi non riescono a vedere].

Indimenticabile match è stato anche quello contro Frazier, a Manila. Soprannominato “Thrilla in Manila”. Combattuto nel 1975 e vinto sempre da Ali per ko tecnico al termine del 14esimo round.

Joe Frazier è troppo brutto per essere campione. Il campione dei massimi deve essere intelligente e grazioso come me. 

Dopo alcuni match non proprio esaltanti chiude la sua carriera. Per qualcuno oltre il limite, macchiando la sua immagine. Avrebbe dovuto fermarsi prima. Nel 1984 gli viene diagnosticata la sindrome di Parkinson, per i troppi colpi sul ring.

Resta viva, ben oltre il 3 giugno 2016, data della sua morte, l’immagine di un pugile coraggioso e indistruttibile. “Il migliore”. Commovente è ancora oggi l’apparizione in video nel 1996, quando partecipa alle Olimpiadi di Atlanta come ultimo tedoforo. 

Impossibile è solo una parola pronunciata da piccoli uomini che trovano più facile vivere nel mondo che gli è stato dato, piuttosto che cercare di cambiarlo, impossibile non è un dato di fatto, è un’opinione, impossibile non è una regola, è una sfida. Impossibile non è uguale per tutti, impossibile non è per sempre. Niente è impossibile.

Per approfondire

Nella ricca bibliografia dedicata a Muhammad Ali ti consigliamo due libri per cominciare. Il primo è Il re del mondo. La vera storia di Cassius Clay alias Muhammad Ali di David Remnick. Il secondo è La sfida di Norman Mailer che racconta l’incontro “Rumble in the Jungle”. Bella anche la pellicola diretta da Michael Mann: Ali. Dove a interpretare il pugile afroamericano è un bravissimo Will Smith.

Immagine di copertina | Muhammad Ali nel 1966